La Ferrania a Milano – seconda parte

Segue dalla prima parte.

All’inizio degli anni ’60 Franco Marmont, presidente della Ferrania, si ammala improvvisamente ed è gradatamente costretto a staccarsi dalla vita dell’azienda.

Pur conservando la carica, non è più in grado di mantenere contatti stabili nemmeno con i più diretti collaboratori.

Per la società milanese, che egli aveva personalmente voluto, seguito e appoggiato, è un grave colpo.

Nel libro di Nunzia Manicardi sono citati testualmente alcuni passi dell’autobiografia di Ludovico D’Incerti che qui riporto testualmente. “La casa madre Ferrania, rimasta senza l’intelligente guida del suo capo, proseguì un po’ alla deriva, nelle mani soprattutto dei dirigenti commerciali che non avevano certo la classe del visconte Marmont. Qualcuno di essi, portato avanti con la fine della guerra dai provvedimenti di epurazione che avevano costretto altri migliori ad andarsene, non aveva neppure la preparazione necessaria. Per giunta uno dei più validi venne a mancare giusto in quel tempo, vittima di una disgrazia stradale.”

Al centro Ludovico D’Incerti – foto per cortesia di Antonello Natale

Accade così che ogni nuova iniziativa viene ostacolata ed a risentirne è soprattutto l’azienda milanese che aveva estrema necessità di supporto dalla casa madre per mantenere il livello di dinamismo raggiunto negli anni ’50, in un periodo nel quale si profilano grandi cambiamenti nel mercato della produzione di apparecchi fotografici.

Un tema cardine sul quale mancò il pieno supporto della Ferrania, fu quello della politica commerciale di quegli anni legata alla Rete distributiva che l’azienda ligure aveva costruito per la vendita delle pellicole.

In altri termini, la politica di attendismo che si stava sviluppando, penalizzava la possibilità che l’azienda prendesse una posizione netta nei confronti del proprio network commerciale sul collocamento, in esclusiva, degli apparecchi fotografici di propria produzione.

Capitava dunque che molti rappresentanti di Ferrania iniziassero a proporre apparecchi di aziende straniere, in alternativa a quelli italiani.

Ed ecco come Ludovico D’Incerti commenta questo frangente: “L’assenza del visconte Marmont portò in tale indispensabile programma (si riferisce alla vendita degli apparecchi fotografici da parte della Rete Ferrania) una battuta di arresto, anche perché alcuni rappresentanti cercarono di aumentare i loro profitti mantenendo i precedenti apparecchi accanto ai nostri. I dirigenti commerciali di Milano, nonostante le mie energiche insistenze, non si presero molto a cuore il problema e preferirono lasciar correre. In quella lunga stasi non poche delle nostre iniziative andarono per noi perdute. Alcuni modelli nuovi e originali non poterono passare alla produzione di serie perché ritenuti dagli organi commerciali troppo complessi e costosi. Di taluni di essi si interessarono invece case straniere anche di gran nome, come la tedesca Franke e Heidecke, costruttrice dei modelli Rolleiflex. Mi sentii ripetere più di una volta da colleghi dirigenti stranieri che se i nostri apparecchi fossero stati in mano delle loro grandi aziende avrebbero avuto ben maggiore fortuna.”

Il cenno fatto alla Franke e Heidecke suona oggi, con il senno di poi, come grandemente premonitore rispetto all’energica rivoluzione che la casa di Braunschweig avrebbe di li a poco, messa a segno con l’arrivo nel 1964 di Heinrich Peesel come descritto nel terzo articolo sulla storia di Rollei.

Sono anche in arrivo in quegli anni i primi scioperi.

Sempre dalle parole di D’Incerti: “Le maestranze, pur nei periodi difficili delle rivendicazioni operaie, rimasero disciplinate e si astennero da dannose agitazioni. D’altro canto, io cercai sempre di andare incontro alle loro esigenze, interpretando gli accordi sindacali nel modo più favorevole e anticipando nel tempo provvidenze solo oggi divenute normali”.

Risale a quel periodo anche l’invenzione da parte di Ludovico D’Incerti della proiezione panoramica della quale ho già parlato ma sulla quale ritorno anche grazie ai maggiori dettagli riportati dal minuzioso racconto di Nunzia Manicardi.

foto per cortesia di Antonello Natale

La proiezione Panoramica a 360° era un sistema del tutto nuovo di proiezione cinematografica senza limitazioni del campo, quindi per l’appunto anche su schermo di 360°, ottenuta con un solo apparecchio.

Erano infatti già apparsi, accolti con interesse del pubblico, il Cinerama e poi il Circarama della Walt Disney.

Ma per il primo la proiezione era limitata a soli 120° e per il secondo erano necessarie nove pellicole proiettate simultaneamente su altrettanti schermi.

Peraltro proprio il Circarama Disney fu un’attrazione di notevole successo di “Italia 61”. Offerto dalla FIAT nell’ambito degli spettacoli e dei divertimenti creati in occasione dei festeggiamenti a Torino per il centenario della Repubblica.

foto per cortesia di Antonello Natale

Ed ecco un altro passo del racconto di Ludovico D’Incerti. “Oltre alla complicazione, ne derivavano notevoli inconvenienti che rendevano discutibili i risultati (si riferisce ai sistemi di proiezione a 360 gradi sopra citati). La soluzione da me ideata, per quanto basata su principi ottici molto complessi, era teoricamente esatta e realizzabile in pratica senza speciali difficoltà. Costruito un prototipo per il film di formato ridotto 16 millimetri, lo presentai con una relazione e con una dimostrazione pratica al XIV Congresso della Tecnica Cinematografica a Torino nel settembre 1962. Suscitò vivo interesse; se ne occupò con ampi resoconti anche la stampa quotidiana, a cominciare dal ‘Corriere della Sera’ che vi dedicò quattro colonne in terza pagina.”

Anche in questo caso però, per l’Ing. D’Incerti, al successo si accompagna una delusione. La sua azienda lo “scarica”, preoccupata dei costi a cui andrebbe incontro, con la scusa che questo nuovo apparecchio esulerebbe dal suo normale ambito commerciale e lo lascia libero di venderlo al miglior offerente”.

foto per cortesia di Antonello Natale

Ma D’Incerti non si perde d’animo per così poco: “I brevetti furono ottenuti in tutti i paesi, anche in quelli dove vigeva un severo esame preventivo quali la Germania e gli Stati Uniti. Una società svizzera fece interessanti proposte e fu stipulato con essa un regolare contratto. La prima serie di apparecchi da presa e da proiezione per l’uso di pellicola normale fu costruita dalla casa francese Débrie, specialista del ramo”.

Il sistema però, per quanto interessante e con applicazioni anche a carattere militare, trova difficoltà a svilupparsi nella forma di spettacolo pubblico perché richiede sostanziali cambiamenti nella disposizione della sala e nelle abitudini degli spettatori.

Per il complesso dei risultati tecnici raggiunti Ludovico D’Incerti otterrà nel 1967 la medaglia d’oro per il progresso tecnico dalla Camera di Commercio e Industria di Milano “per i contributi nel campo dell’industria foto-cinematografica” e l’ambita medaglia d’oro della Fondazione Brambilla dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere “per aver avviato in Lombardia su basi industriali la produzione degli apparecchi fotografici e cinematografici”.

La miopia nella gestione, viene descritta trent’anni dopo da Achille Castiglioni in questa simpatica ma altrettanto eloquente vignetta del 1992, che si riferisce ad un fatto, realmente accaduto proprio nel corso della gestione di D’incerti, che fa il paio con le amare considerazioni da questi espresse nella sua autobiografia.

A proposito della collaborazione con Achille e Pier Giacomo Castiglioni, questa porterà allo studio di nuove forme, molto in anticipo rispetto al design delle fotocamere che appariranno poi dagli anni ’70.

Ne sono esempi oltre al prototipo descritto nella strip, anche lo studio di una fotocamera cilindrica datato 1958.

Una ulteriore testimonianza della collaborazione tra Ferrania e Castiglioni, che non riguarda il tema della fotocamere, è rappresentata dal proiettore per diapositive Rocket.

Sempre tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, viene sostituita la collaborazione con le officine Galileo dall’introduzione di nuovi modelli che prendono il posto della serie Condor.

Per la prima volta si assiste ad una produzione non più interamente italiana.

Per alcuni modelli, come la prima Zephir, fotocamera di fascia economica, la produzione viene effettuata interamente in Germania.

In altri casi, come per esempio per la Lince 2, disegnata sempre da Caastiglioni, per la Lince 3 e per la Lince ST la produzione è promiscua: otturatore e ottica in Germania mentre il resto della fotocamera e dell’assemblaggio sono di manifattura milanese.

Si inverte così la tendenza che nella prima metà degli anni ’50 aveva visto i tedeschi produrre una fotocamera su progetto italiano, com’è il caso della Bilora che realizzò, su licenza Ferrania, la Ibis con il nome di Bella.

Kodak lancia nel 1963, in un periodo nel quale comincia a profilarsi all’orizzonte la concorrenza nipponica, il formato Instamatic.

Di li a poco Agfa rispolvera il progetto “RAPID” sistema che consente un caricamento veloce, non al pari però di quello americano.

Ferrania realizza quindi la Eura Rapid in grado di utilizzare i nuovi caricatori introdotti da Agfa.

Sarà probabilmente il clima di incertezza che ammantava la governance di Ferrania in quegli anni, accompagnato dalla difficoltà nel rinnovare i vertici dell’azienda, anche a seguito della forzata assenza di Marmont, che nel 1964 spinge la proprietà, che sappiamo essere all’epoca di IFI, a cedere l’intero pacchetto azionario del gruppo Ferrania ad un grande complesso americano, la 3M o Minnesota Mining Manifacturing.

Nel primo periodo la presenza della proprietà americana è molto blanda: dal Minnesota, dove ha sede la direzione centrale di Saint Paul, vengono inviati in Italia soltanto due funzionari incaricati di curare, più che altro, la parte amministrativa.

Per il settore tecnico, per quello degli apparecchi in particolare, si spera almeno, come sempre quando avviene una cessione, in un sostanziale programma di investimenti.

Si assiste invece al contrario alla sostanziale indifferenza della nuova gestione: non arrivano né risorse economiche, né nuove linee guida.

Nel frattempo, 3M decide di spostare oltre oceano la ricerca, lasciando in Italia la produzione per via dei minori costi di manodopera.

Un film tristemente noto che decreterà negli ’70 “l’inizio della fine” anche per la Franke e Heidecke in seguito alla delocalizzazione a Singapore della produzione di apparecchi mantenendo in Germania la progettazione.

La separazione di ambiti aziendali così interconnessi, soprattutto in un settore in rapida evoluzione all’epoca quale quello delle fotocamere, scontava una difficoltà di coordinamento dovuta anche ai mezzi di comunicazione lenti e spesso inefficienti.

La possibilità di trasmettere in tempo reale disegni, progetti, immagini o la possibilità di poter gestire in audio e video incontri tra persone collocati anche in angoli remoti del pianeta, che oggi diamo per scontati, erano allora impensabili.

La 3M aveva di certo le spalle più grosse dell’azienda di Braunschweig ma soprattutto, per quanto interessante e dinamica, la produzione italiana di fotocamere veniva probabilmente vista come accessoria a quella delle pellicole.

A tutto questo si aggiunse la ferma convinzione, da parte della nuova gestione americana, che non conoscendo bene in Italia le speciali esigenze del mercato americano, non si fosse in grado di creare apparecchi aventi le necessarie caratteristiche.

Questo suona veramente ridicolo se si pensa in generale alla discutibile qualità della produzione americana di apparecchi fotografici.

Con tutto il rispetto, ve lo immaginate il paragone tra una Bolsey e una Condor o tra una Kodak Brownie Starlet e una Rondine?

Anche in questo difficile frangente Ludovico D’Incerti gioca un ruolo fondamentale, descritto in questo passaggio tratto sempre dalla sua autobiografia: “Non accettai questa soluzione (si riferisce alla possibilità che la sede di Milano venga chiusa). E, quando presentai le nostre fotocamere studiate secondo il programma della 3M, mi fu data piena ragione. Con una lealtà ed una franchezza di cui devo dare atto ai colleghi americani. Dopo un attento esame dei loro laboratori, fu riconosciuto e fissato in un verbale a Saint Louis che le possibilità del gruppo tecnico da me guidato erano superiori alle loro e che avremmo potuto quindi continuare a progettare, oltre che a costruire, nuovi modelli nell’ambito del programma comune”.

L’inventiva, la fermezza e la tenacia di quest’uomo consentirono all’impianto milanese di sopravvivere per anni anche dopo la sua andata in quiescenza che avvenne nel 1968.

A metà degli anni ’70, con una produzione ormai delegata ad aziende orientali, il reparto fotocamere di Ferrania fu chiuso e con esso chiuse anche la fabbrica milanese.

“Son passati cento mesi e un modello quasi uguale, stan vendendo i giapponesi proprio in barba allo Stivale” – Achille Castiglioni 1992.

Massimiliano Terzi

Bibliografia e sitografia:
Manicardi, N., Vico D’Incerti – un secolo d’amore, di politica, di industria, Il Fiorino, 2014
Bezzola, G., Dalla Ferrania alla 3M, 3M Italia, 1994
Malavolti M., Le Ferrania, Associazione Castello Immagini, 1995
Fotografie provenienti dalla documentazione personale di Ludovico D’Incerti, per gentile concessione di Antonello Natale

 

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