La collaborazione tra Leitz e Minolta – prima parte

Nel recente articolo sulle Leica Reflex, ho fatto cenno al buon successo dei modelli della casa di Wetzlar negli anni ’70, periodo nel quale pressoché tutti i player tedeschi, produttori di fotocamere, subirono una sorte avversa.

Alla base di questa affermazione vi è di certo la collaborazione tra Leitz e Minolta avviata formalmente ad inizio di quel decennio.

L’accordo tra Leitz e Minolta, sviluppatosi tra due realtà apparentemente molto diverse, viene presentato ufficialmente attraverso una conferenza stampa nell’aprile del 1971 alla quale seguirono i comunicati di entrambe le aziende.

Sulle ragioni che portarono a questa proficua collaborazione sono state formulate diverse ipotesi che individuano nella crisi industriale tedesca del periodo e nella ricerca di un modello produttivo a più basso costo la ragioni di Leitz e nella possibilità di sfruttare il know how nella progettazione e realizzazione delle ottiche quelle di Minolta.

L’idea che mi sono fatto approfondendo il tema è che, al di là della congiuntura economica e del crescente costo del lavoro in Germania, Leitz cercasse un diverso approccio nell’organizzazione della produzione per una nuova generazione di fotocamere reflex per la quale le competenze si sarebbero presto spostate dalla meccanica fine all’elettronica, potendo offrire in cambio la propria rilevante esperienza nell’industria ottica.

Del resto, quello che accadde negli anni successivi fu proprio la realizzazione del nuovo impianto produttivo portoghese, tutt’ora operativo, che mantenne in Europa la produzione di fotocamere anziché delocalizzarla in oriente come si verificò per Rollei e Zeiss.

Sulle reali motivazioni si possono tuttavia fare solo congetture poiché queste non furono mai rese note né all’epoca né successivamente, ciò in considerazione del carattere strategico che aveva l’operazione che avvenne in un periodo nel quale, com’è noto, l’industria fotografica tedesca, in special modo quella di produttori di fotocamere, attraversava una fase di difficoltà.

Non va poi dimenticato che spesso le aziende, al di là delle reali ragioni, comunicano quello che clienti ed investitori vogliono sentirsi dire ed in questo senso il mercato accolse con un certo interesse l’evento ma anche con una buona dose di scetticismo sulla reale portata pratica della questione che produsse peraltro i primi frutti tangibili solo un paio d’anni dopo con l’uscita della Leica CL.

Questa fotocamera, al di là della visione romantica che la incorona tra gli esempi di innovazione del periodo, determinò, per i volumi produttivi, maggiore beneficio a Leitz di quanto ne portò a Minolta.

Anche la stampa specializzata finì per occuparsi della questione dell’accordo con ritardo attraverso trafiletti o articoli apparsi, ad esempio in Italia, prevalentemente nella seconda metà del 1972.

Questo, del resto, fu con buona probabilità quello che Leitz e Minolta auspicavano e che consentì a quest’ultima di presentare nel 1974 la XE, senza destare più di tanto l’attenzione sul fatto che, un paio d’anni dopo, da questo modello ne sarebbe derivata una nuova ed innovativa Leica reflex.

dalla Minolta XE-1 del 1974 deriverà la Leica R3 come vedremo nella seconda parte dell’articolo

Apro subito una piccola parentesi sul naming utilizzato da Minolta per i propri modelli che costituisce un unicum, almeno in questa articolazione, nel panorama dei produttori.

Siamo di norma abituati a vedere casi di importatori che imposero il proprio marchio o che in alcuni casi condizionarono la denominazione del modello, come fu ad esempio per Topcon negli USA con l’importatore Beseler, piuttosto che Canon con Bell e Howell o Pentax con Honeywell.

Nel caso di Minolta invece ci troviamo di fronte ad un approccio introdotto direttamente da casa madre che ad esempio, per il modello XE sopra citato, presenta una sigla declinata in ben sette versioni, se si tiene conto anche delle diverse finiture:

XE in chrome e black per il mercato domestico giapponese;

XE-7 solo in edizione black per il mercato USA e Canada;

XE-1 in chrome e black per il resto del mondo – non solo Europa come spesso detto;

XEb solo in edizione chrome, solo per il marcato giapponese;

XE-5 solo in edizione chrome, per il resto del mondo.

I modelli XEb e XE-5 sono versioni semplificate della XE e differiscono, dal punto di vista funzionale, per la per l’assenza: del sistema di oscuramento dell’oculare, di tempi e diaframmi visibili nel mirino, del sistema SLS Safe Load Signal per il controllo del regolare scorrimento della pellicola e per il commutatore X – FP per il flash.

La XE-5 inoltre è priva del sistema per effettuare doppie esposizioni.

Minolta XE-1 in finitura chrome con il 50mm 1.4 MC Rokkor

Analoghi esempi li troviamo sul successivo modello XD-7 o sul modello di punta XM lasciando quindi supporre una politica commerciale voluta dalla casa di Osaka ed apparentemente non giustificata da esigenze legate a nomi già registrati nei diversi mercati.

Come accennavo prima, le reali ragioni dell’accordo tra Leitz e Minolta non sono individuabili con chiarezza, benché emergano, da quanto accaduto in seguito, alcuni tratti interessanti che in parte spiegano il motivo del successo della collaborazione.

Occorre in prima battuta considerare due aspetti che fanno da corollario alla vicenda e che sono in parte stati cancellati dal tempo e dagli eventi: i precedenti nell’affidamento da parte di aziende europee della produzione di cineprese Super 8 a partner giapponesi, e la similitudine di Leitz e Minolta in termini di dimensioni economiche aziendali e di business.

Partiamo quindi dal primo aspetto.

Dobbiamo immaginare il mercato degli anni’60 come caratterizzato da un lato dal crescente interesse da parte dei produttori nello sviluppo del segmento delle reflex 35mm e dall’altro dal forte impatto che le politiche di prodotto di Kodak avevano determinato creando un nuovo segmento di consumo di massa dopo il lancio del formato Instamatic avvenuto nel 1963.

Questo, se da un lato aveva determinato un nuovo modello estremamente semplificato di fotografare che coinvolgeva chi precedentemente non utilizzava alcun apparecchio fotografico, dall’altro finì per drenare verso di sé il segmento di utilizzatori che avevano un approccio più amatoriale portandolo dalle fotocamere tradizionali ai modelli con pellicola in caricatore 126.

pubblicità anni’60 del formato Instamatic – notare il continuo richiamo all’estrema semplicità d’uso alla portata di tutti

Si da spesso la colpa al Giappone quando si parla di crisi del mercato europeo dei produttori di fotocamere, senza tener conto che il primo colpo fu assestato dal colosso di Rochester nella prima metà degli anni ’60.

Le Voigltander Vito B, CL, CLR le Vitomatic, le Zeiss Ikon Contessa, Symbolica, le Kodak Retina, giusto per citarne alcune, sparirono dalle case e dallo standard degli apparecchi di famiglia, sostituite in gran parte dai modelli semplificati introdotti da Kodak che, è giusto ricordarlo, nei primi due anni vendette circa venti milioni di esemplari.

Le aziende giapponesi applicarono successivamente una politica di prodotto disruptive, come ricordato nell’articolo sulla Rolleiflex SL2000F, presentando modelli sempre più evoluti con target di prezzo di fascia intermedia mentre la tendenza delle aziende europee fu quella di destinare le innovazioni a modelli di fascia alta sperando di realizzare poi uno sviluppo delle quantità produttive.

Questa politica fornì di certo il colpo di grazia al sistema produttivo tedesco di fotocamere 35 mm già indebolito.

Una seconda rivoluzione fu introdotta dalla presentazione nel 1965 del formato Super 8, come ho fatto cenno nell’articolo relativo alla macchina cine a 360° di Vico D’Incerti.

Il nuovo formato non solo introdusse una semplificazione nell’utilizzo delle cineprese ma scatenò la produzione di apparecchi in grado di supportare, ad esempio con automatismi di esposizione o con la dotazione di ottiche a focale variabile, l’effettuazione di riprese anche da parte di utenti inesperti.

Proprio per questa generazione di apparecchi, alcuni produttori europei si rivolsero al mercato orientale sviluppando accordi di fornitura a proprio marchio di cineprese prodotte, ad esempio, in Giappone.

In questo contesto troviamo una datazione certa nella collaborazione tra Agfa e Minolta con la commercializzazione nel 1971 del modello MOVEXOOM 3000, al quale seguirono altre realizzazioni, la cui progettazione ed il cui accordo di commercializzazione originario può aver ragionevolmente impiegato un lasso di tempo negli anni 1969-70, creando quindi un precedente rispetto all’accordo con Leitz.

A conferma di ciò, nel numero di Fotografare del marzo 1970, viene pubblicata la notizia dell’accordo tra Agfa e Minolta per la produzione da parte dell’azienda giapponese di cinquantamila cineprese.

la cinepresa Agfa Movexoom 3000 del 1971 prodotta da Minolta – per la realizzazione di cineprese Super 8 si svilupparono rapporti di collaborazione anche tra aziende europee come quella tra la svizzera Bolex e l’austriaca Eumig per la produzione in Austria dei modelli Bolex Macrozoom degli anni ’70

Per quanto invece concerne le dimensioni economiche di Leitz e Minolta nonché la tipologia della produzione delle due aziende, faccio riferimento ad un articolo apparso nel luglio del 1972 sulla rivista Foto Pratica.

Nel grafico qui sotto, sono riportate in formato normalizzato, le quantità relative a numero di dipendenti, capitale sociale e fatturato delle due società.

rappresentazione grafica normalizzate delle quantità di personale, capitale sociale e fatturato delle due aziende nel 1971 – dati del personale in centinaia, capitale sociale e fatturato convertiti in miliardi di lire dell’epoca

Quello che balza subito all’occhio è che il modello aziendale Minolta risulta, almeno dall’analisi limitata a questi pochi elementi, decisamente più efficiente di quello Leitz.

Con un quarto in meno dei dipendenti e con un capitale sociale sostanzialmente simile, Minolta ha un fatturato di un quarto superiore a quello della casa di Wetzlar.

Benché il fatturato da solo non fornisca tutte le indicazioni necessarie per un’analisi di efficienza economica, queste numeriche danno comunque una prima indicazione della maggiore capacità a fare cassa dell’azienda giapponese a fronte di un organico inferiore.

Ulteriori valutazioni, ancorché difficoltose per l’accesso ai dati dell’epoca, sconterebbero la differenza negli schemi di rappresentazione bilancistica tra Germania e Giappone, restituendo con buona probabilità scarne informazioni aggiuntive.

Una cosa è tuttavia certa: il minore impiego di personale è un dato oggettivo che una volta tanto consente di parlare di efficienza produttiva mettendo in secondo piano il minor costo del lavoro in molte circostanze erroneamente indicato come la leva economica del successo giapponese.

Un altro aspetto di similitudine tra le due aziende risiede nella differenziazione della produzione in settori non tipicamente fotografici.

Una stima approssimativa assegnava all’epoca dell’articolo il 60% della produzione Leitz al settore dei microscopi e degli strumenti ottici ed il restante 40% al settore fotografico.

Per Minolta l’attività principale avviata sin dalla fondazione, avvenuta nel 1928, nella produzione di fotocamere, si era poi estesa alle apparecchiature ottiche, alle fotocopiatrici, alle apparecchiature per la ripresa e la lettura di microfilm, nonché agli strumenti per l’analisi e la misura della luce.

Queste similitudini consentiranno alle due aziende di gestire in modo paritetico la relazione tecnica e commerciale senza il rischio che uno dei due soggetti potesse comportarsi da dominante, costituendo un altro fondamentale ingrediente del successo della lunga relazione.

Un ulteriore aspetto che favorì, con buona probabilità, l’accordo fu la capacità di superare la barriera culturale e linguistica grazie al contributo da parte di Minolta della propria affiliata tedesca, la Minolta Handelsgesellschaft mbH di Amburgo, e alla presenza in Giappone di tecnici Leitz appositamente inviati dalla casa madre.

Veniamo ora alle poche informazioni ufficiali.

L’accordo siglato nell’aprile del 1971, si snoda su tre principali punti: lo scambio reciproco di informazioni tecniche, la collaborazione nella produzione e lo sviluppo in comune di nuovi prodotti.

Il primo esempio che sintetizza i tre punti sopra descritti è certamente il nuovo apparecchio compatto a telemetro che esce nel 1973 con ottiche intercambiabile a baionetta Leica M, dotato di un sistema di lettura esposimetrica TTL con sensore a bandiera già visto sul modello M5 presentato nel 1971.

Che la Leica Minolta CL incarni la collaborazione tra le due case è evidente da questo disegno originale del sistema esposimetrico che, com’è possibile rilevare, ha le annotazioni in giapponese.

disegno originale dello schema esposimetrico della Leica CL nel quale appaiono le annotazioni in giapponese – per cortesia di Ryuichi Watanabe

Nel secondo disegno riportato sotto, si trova rappresentato il solo schema del circuito elettrico dell’esposimetro della Leica CL, schema che troviamo riprodotto anche nel manuale tecnico e di riparazione della fotocamera.

dettaglio del circuito elettrico dell’esposimetro della Leica CL datato aprile 1973, in questo caso con annotazione in tedesco – per cortesia di Ryuichi Watanabe

Per la commercializzazione del modello a marchio Leica, il libretto di istruzioni, del quale sotto riporto alcune immagini del bozzetto originale, è chiaramente di produzione tedesca.

estratto dalla bozza del libretto di istruzioni in lingua tedesca – per cortesia di Ryuichi Watanabe

La Leica CL totalizzò un volume di vendite che fece esultare i tedeschi senza entusiasmare il partner orientale, abituato ad livelli di produzione decisamente superiori.

Nei successivi modelli reflex, tuttavia, una produzione maggiormente contingentata a marchio Leitz e la progressiva differenziazione rispetto ai modelli Minolta ispiratori, diverranno gli ulteriori fattori chiave del duraturo successo dell’accordo.

Prosegue nella seconda parte.

Max Terzi
maxterzi64@gmail.com

uno speciale ringraziamento ad Andrea Aprà senza il cui contributo in termini di confronto e conoscenza non sarei riuscito ad approcciare con la giusta consapevolezza questo argomento

Immagine tratta dal bozzetto del libretto di istruzioni della Leica CL – per cortesia di Ryuichi Watanabe

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