La collaborazione tra Leitz e Minolta – seconda parte

prosegue dalla prima parte

La co-progettazione della Leica CL condusse, come accennato nella prima parte, ad un modello realmente innovativo per l’epoca.

estratto della bozza del manuale della Leica CL dal quale è possibile rilevare anche lo schema ottico del 40 mm Summicron – C f2 dedicato alla fotocamera; per quanto condividesse lo stesso innesto delle ottiche della serie M, il parco disponibile all’epoca per queste ultime non era pienamente utilizzabile sulla CL – per cortesia di Ryuichi Watanabe

La spinta alla riduzione delle dimensioni avviata nella seconda metà degli anni ’60 da molti produttori di fotocamere 35mm, raggiunse per l’epoca con questo apparecchio il massimo della tecnologia e della qualità sia ottica sia elettro-meccanica, in un sistema compatto e versatile che scontava tuttavia l’eredità di un nome e di una tradizione che finirono per oscurarne le buone prerogative.

Agli utilizzatori Leica, poco propensi ad incontrare con favore formule innovative rispetto ai tradizionali modelli, si affiancarono nuovi acquirenti che determinarono un discreto successo commerciale della CL con numeri di vendite di assoluto rilievo se messi in relazione alle quantità fino ad allora prodotte e commercializzate per i modelli M.

estratto della bozza del manuale della Leica CL; l’esiguità del parco ottiche è un’altra caratteristica di questa fotocamera; occorrerà attendere il 1980 con l’uscita a solo marchio Minolta della CLE per vedere la comparsa di un grandangolo – per cortesia di Ryuichi Watanabe

Di questo spirito è prova la sorte subita dal modello M5 uscito un paio d’anni prima, modello considerato dai più, purtroppo solo a posteriori, una delle più interessanti realizzazioni della casa di Wetzlar.

Ammiro il coraggio che in Leitz ebbero in quegli anni ed ammiro anche la consapevolezza con la quale ritornarono sui loro passi, abbandonando qualche anno più tardi il filone innovativo e riproponendo, nell’interregno che trascorrerà sino all’uscita della M6, la riedizione della classica M4 con il modello M4 2 del 1977.

Il salto che verrà compiuto con la M6 nel 1984 mutuerà l’impostazione dell’esposimetro che troviamo già nelle Leicaflex SL ed SL2 e nella Leica R3 con la cellula posizionata nella parte inferiore della scatola dello specchio.

Nel frattempo, per il probabile timore di veder cannibalizzati i propri modelli tradizionali dalle performances di vendita della CL, la commercializzazione viene interrotta tre anni dopo il lancio con sessantacinquemila esemplari prodotti a solo marchio Leica.

Il principio della misurazione della luce proveniente dall’obiettivo effettuato attraverso un sistema di rinvio dallo specchio reflex semiriflettente alla cellula di lettura, piuttosto che la lettura da parte di una cellula in analoga posizione della luce riflessa dalle tendine, saranno soluzioni adottate anche da altri produttori che trassero ispirazione dalle Leica sopra citate.

Riprendiamo il filo della storia tornando ai primi anni ’70.

Se attribuiamo ad entrambe la case, lo sviluppo dell’otturatore che nel 1974 viene per la prima volta montato sulla Minolta XE e se consideriamo il perfezionamento del siste esposimetrico della Leicaflex SL2 sempre come frutto della stessa collaborazione, appare abbastanza chiaro come in Leitz si concentrarono sulla realizzazione di una nuova reflex 35mm già dall’inizio dell’accordo stipulato nel 1971.

otturatore della serie XE Minolta presentata nel 1974, del tutto analogo a quello montato sulla Leica R3 del 1976

Peraltro il modello SL2 uscito nel 1974, pur dalle interessanti caratteristiche, ebbe una tenuta critica nelle vendite determinata dal target di prezzo sensibilmente più elevato rispetto agli analoghi modelli della concorrenza giapponese e dalla mancanza di alcune prerogative che fecero sopravvivere in quegli anni le ammiraglie di Nikon e Canon interamente meccaniche: la modularità, un parco accessori estremamente versatile ed un articolato corredo di ottiche.

La Leicaflex SL2, come fatto cenno prima, mutua dal modello SL del 1968, perfezionandola, la cellula di lettura dell’esposizione in una posizione analoga a quella che poi troviamo sulla R3 ovvero nella parte inferiore della cassetta reflex con la luce deviata da un secondo specchio posto dietro a quello principale.

La sigla SL dei modelli Leicaflex è l’acronimo di Selektives Licht e deriva dal tipo di lettura parziale introdotto nel 1968 pari al venti per cento dell’area inquadrata.

Questi aspetti verranno meglio approfonditi in seguito.

Le sole prerogative della robustezza, dell’affidabilità meccanica e della versatilità di funzionamento dell’esposimetro a prescindere dalla generazione di ottiche Leica reflex, non bastarono con buona probabilità a giustificare il prezzo della SL2 che nel 1976 era arrivato a un milione e settecentomila lire con ottica 50 mm Summicron, prezzo che attualizzato ad oggi corrisponde ad una somma di circa diecimila euro.

La Leicaflex SL2 era all’epoca la reflex 35mm più costosa del mercato se escludiamo le ALPA della serie 11 che tuttavia non possono essere prese come riferimento per l’estrema tipicità di questi apparecchi.

Se quindi originariamente fu previsto lo sviluppo di un modello interamente meccanico da parte di Leitz dotato di un più sofisticato sistema esposimetrico, la casa di Wetzlar si convinse ben presto, o forse lo aveva già messo in conto, di dare il via allo sviluppo di un nuovo apparecchio che abbandonasse la tradizione di reflex interamente meccanica sviluppata sino ad allora.

Occorre poi considerare che nel frattempo, il mercato si stava animando con annunci di nuove realizzazioni che sfruttavano le potenzialità dei sistemi con esposizione automatica guidata da un più sofisticato utilizzo dell’elettronica.

Si facevano sempre più insistenti i rumors di possibili collaborazioni tra occidente e oriente dopo l’avvio ad inizio anni ’70 della linea produttiva di Singapore con lo sviluppo attraverso la Rolle Optical della produzione di ottiche orientali marchiate Rollei su licenza Zeiss.

In uno degli articoli sulle Rollei 35 ho ricordato il concorso indetto dalla casa di Braunschweig che invitava a farsi avanti a coloro che avessero prove della migliore qualità dei Tessar Made in Germany rispetto a quelli made in Singapore.

La questione tenne banco a lungo e animò le pagine di molte riviste del settore, tedesche e non, con inchieste e articoli che svisceravano a fondo il problema confermando, sostanzialmente, la parità qualitativa delle due realizzazioni della famosa ottica Zeiss.

Si cercava quindi di sdoganare il concetto che la tradizionale qualità tedesca nella produzione di ottiche e fotocamere, manteneva inalterata la propria prerogativa anche se la produzione avveniva in altro contesto ben lontano dalla tradizionale realtà europea.

In questo clima dunque matura la scelta non solo di sviluppare una nuova reflex 35mm in collaborazione con Minolta ma anche di dar corpo ad una più ampia joint venture che porterà allo sviluppo comune di alcune focali utilizzabili, con diverso innesto, sui due sistemi.

Nel 1974 Minolta aveva nel frattempo dato il via alla commercializzazione della serie XE aprendo la strada all’uscita due anni dopo del modello a marchio Leitz da questa derivato..

Approfondendo una parte del materiale che ho trovato sull’accordo Leitz Minolta ho osservato come l’utilizzo della base XE da parte di Leitz viene spesso banalizzato.

Senza nulla togliere alle parole che sono state spese pro o contro la Leica R3, trovo vi siano alcuni aspetti che debbano essere posti in luce in una prospettiva diversa da quella anzi descritta.

In prima battuta nella Leica R3 vi è una convergenza tra le due filosofie di prodotto rappresentate da Minolta XE e Leicaflex SL2.

Nel caso della Minolta XE ci troviamo di fronte, per l’epoca, ad un robusto ed innovativo apparecchio che perpetuava il collaudato sistema Minolta di lettura esposimetrica tramite due cellule poste sulla sommità anteriore e posteriore del pentaprisma.

Minolta XE-1, dal mio punto di vista unitamente alla modulare XM, tra le migliori realizzazioni in assoluto della casa di Osaka

Questo sistema, denominato CLC, acronimo di Contrast Light Compensation, fu presentato da Minolta nel 1966 con l’uscita della SRT 101.

In quel periodo i sistemi TTL si erano da poco affermati con i primi modelli che adottarono tale principio tra il 1963 ed il 1964 quali Topcon RE, Pentax Spotmatic e dell’ALPA 9d.

Negli anni successivi anche gli altri produttori si sarebbero adeguati, basti pensare al Photomic T per Nikon F del luglio 1965 o ai modelli Canon Pellix ed FT rispettivamente del 1965 e 1966.

Minolta fece un passo in più presentando un sistema in grado di ponderare la lettura superiore ed inferiore del fotogramma attraverso l’adozione di due distinti sensori.

Due anni dopo Leitz introdusse con il modello Leicaflex SL il sistema di misurazione selettiva.

circuito esposimetrico della serie XE di Minolta dal quale è possibile rilevare la presenza delle due cellule posizionate sulla sommità del prisma

Questa caratteristica che renderà molto longeva la serie SRT, verrà ulteriormente sviluppata da Leitz con il posizionamento di una terza cellula nella parte inferiore della cassetta reflex in grado di leggere solo la parte centrale della luce proveniente dall’obiettivo, luce che passa attraverso micro-forature dello specchio reflex e viene deviata alla cellula attraverso uno specchio ausiliario posizionato sotto quello principale.

Sulla Leica R3 viene quindi introdotto un selettore, coassiale alla ghiera dei tempi, che consente la commutazione tra i due sistemi di lettura.

comparazione del selettore dei tempi della Leica R3 a sinistra e della Minolta XE-1 a destra; notare sulla Leica il selettore coassiale per l’impostazione del tipo di lettura dell’esposimetro

Si può quindi considerare la Leica R3 come un merge tra i sistemi esposimetrici della Leicaflex SL2 e della Minolta XE-1.

comparazione della cellula esposimetrica, posizionata nella parte bassa della cassetta reflex, tra Leica R3 a sinistra e Leicaflex SL2 a destra; notare la semplificazione sulla R3 del sistema di trasmissione dei valori dell’obiettivo al corpo macchina

vista inferiore della cassetta reflex della Minolta XE; l’impostazione di questa componente sulla Leica R3 è differente per consentire il collocamento della terza cellula dell’esposimetro

Aprendo il coperchio del prisma di una Minolta XE e di una Leica R3 è possibile rilevare il cablaggio aggiuntivo presente sull’apparecchio Leitz che garantisce il collegamento della terza cellula per lettura spot al circuito esposimetrico principale.

raffronto tra la Minolta XE-5, il cui sistema esposimetrico è identico a quello del modello XE-1, e la Leica R3 nella quale si nota la presenza del cablaggio aggiuntivo

È quindi azzardato affermare che la R3 differisca dal modello Minolta esclusivamente per il circuito aggiuntivo che fu realizzato dall’azienda inglese Ferranti International plc, storico produttore di componentistica elettronica che cesserà l’attività ad inizio anni ’90.

Il coinvolgimento di Ferranti, spesso citato, non mi convince fino in fondo ma su questo aspetto ritorno più nel dettaglio nella terza parte.

Come già accennato, un secondo aspetto particolare riguarda le caratteristiche dell’otturatore indicato anche in questo caso come co-creazione Leitz Minolta.

Nell’aspetto esteriore i meccanismi montati sulle due fotocamere sono assolutamente identici il che avvalora la tesi che se vi è stato un contributo da parte di Leitz, questo si è concretizzato prima del 1974, anno di uscita della XE.

vista laterale del meccanismo dell’otturatore della Minolta XE dalla quale si può rilevare la diversa impostazione rispetto ai tradizionali otturatori meccanici

In questo otturatore, oltre all’impostazione in manuale di tempi e diaframmi, viene introdotto il sistema di esposizione a priorità di apertura con la macchina in grado di impostare in modo autonomo il tempo di esposizione sulla base del diaframma selezionato.

La prerogativa sopra descritta è resa possibile grazie all’abbandono del funzionamento meccanico dei tempi.

Anche in questo caso quindi abbiamo ben di più che una semplice utilizzo di parti comuni per le realizzazioni delle due aziende.

Questa tipologia di dispositivi rappresentava la transizione tra i precedenti modelli meccanici che consentivano l’automatismo solo a priorità di tempi, quale ad esempio quello montato da Konica sulla serie Autoreflex, e la nuova generazione di otturatori che consentirà la gestione totalmente automatica dell’esposizione.

Per il nuovo prodotto, Leitz mise in opera una linea di produzione ibrida, in parte dislocata in Giappone e in parte in Europa, con assemblaggio finale nella prima fase a Wetzlar e nella successiva nella sede portoghese.

Questa ibridizzazione, come ho già fatto cenno nell’articolo su Leica R fu la chiave del successo.

La possibilità di abbattere i costi industriali nelle componenti standard quali la struttura in pressofusione degli apparecchi e la produzione della meccanica di base fu una scelta intelligente che consenti a Leitz di investire sulla personalizzazione e soprattutto di mantenere saldamente in mano il controllo qualità nella realizzazione di apparecchi costituiti da componentistica di diversa provenienza.

Giova a questo proposto ricordare il caso di ALPA Pignon che ho citato negli articoli sulla casa svizzera.

Quando la casa di Ballaigues nel 1977 decise, con buona probabilità seguendo gli esempi dell’epoca, di realizzare un nuovo apparecchio sfruttando le competenze del mercato giapponese, acquisì da Chinon la base del modello CE II Memotron al quale venivano applicati fondelli e calotte realizzati in svizzera a marchio ALPA.

Questo costringeva a ripetere i controlli di qualità sul montaggio che pur essendo stati già compiuti dall’azienda giapponese, richiedevano un’ulteriore verifica dopo l’assemblaggio finale da parte di ALPA.

La 2000 Si peraltro non è passata alla storia per essere una realizzazione che potesse pur in minima parte reggere il confronto con la tradizionale produzione ALPA.

L’esempio è anche utile per ribadire che non basta un nome importante per valorizzare un prodotto mediocre agli occhi del mercato.

Piaccia o meno, dunque, quella della collaborazione tra Leitz e Minolta è una delle pagine di maggiore successo della storia dei produttori tedeschi di fotocamere. In Leitz avrebbero potuto decidere come fece Zeiss di produrre ottiche e dare in concessione il marchio ad aziende orientali realizzando volumi impensabili da aziende europee.

Non lo fecero e questo contribuì a garantire la sopravvivenza della storica azienda di Wetzlar che ad inizio anni ’80 si presentò con un nuovo modello di reflex 35mm, la R4, sempre sviluppata in collaborazione con Minolta.

particolare del doppio specchio del quale era dotata la anche Leica R4 il cui sistema esposimetrico rappresentò una notevole evoluzione rispetto al precedente modello R3, introducendo la modalità Program

Prosegue nella terza parte.

Max Terzi
maxterzi64@gmail.com

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