In tutti noi c’è un po’ di Nikon F (e di Leica)

Non c’è nulla da fare.

Quando cresci sfogliando avidamente le pagine di riviste di fotografia che contengono rubriche dal titolo “sotto la pelle”, prima o poi fai qualche danno con il cacciavite.

A maggior ragione se sei della generazione alla quale da piccoli veniva propinata la pubblicità di una nota marmellata che mostrava, quando i tempi degli spot pubblicitari ancora lo permettevano, un signore distinto che entrava in un negozio di elettrodomestici, chiedeva che gli venisse mostrata una radio piuttosto che un frullatore ed approfittando della temporanea assenza del commesso lo smontava completamente per accertarsi della qualità della fattura.

 

 

D’altro canto non sarebbe stato possibile risalire alla storia di alcuni apparecchi fotografici se non operando un sistematico esame delle parti, possibile solo smontando le fotocamere.

Un classico esempio è rappresentato dalla produzione sovietica delle Kiev copia Contax e del paziente lavoro condotto per individuare tipologia e provenienza delle componenti, lavoro che ha consentito di classificare le diverse generazioni di questo modello che all’apparenza risultavano pressoché uguali.

Ecco dunque come dopo questa premessa trova maggiore giustificazione, almeno ai miei occhi, quanto sto per mostrarvi.

Della Nikon F ho già parlato in questo articolo e in occasione della serata da NOC per i sessant’anni dall’uscita del modello la cui ricorrenza è caduta lo scorso anno.

 

 

In queste occasioni ho raccontato la storia, sottolineato le peculiarità, mostrato il grande sforzo fatto dalla Nippon Kogaku ed evidenziato, su tutto, come il mondo delle fotocamere 35 mm non sarebbe stato più lo stesso dopo il 1959.

Lasciamo quindi da parte le caratteristiche e gli appellativi di questo modello ed addentriamoci in un viaggio nella meccanica che spiega, in gran parte, perché questa fotocamera ebbe un così grande successo.

 

 

Partiamo con il dire che l’esemplare di fine anni ’60, mostrato smontato nelle foto, è pressoché uguale al modello originale del 1959, se non per alcuni dettagli variati nel tempo.

Ci troviamo di fronte ad una meccanica di fattura non eccessivamente sofisticata ma molto robusta ed affidabile.

Tolte le due semi calotte, il dorso, i due rivestimenti anteriori in finta pelle e l’autoscatto, la macchina può essere facilmente smontata in tre parti: il frontalino con l’innesto delle ottiche, la scatola con lo specchio reflex e il dorso con tendine, ritardatore e i meccanismi di scatto e ricarica

 

 

Una delle prime osservazioni è che questa fotocamera è semplice.

Questa semplicità non è solo attribuibile all’assenza della parte elettrica.

All’epoca del lancio della Nikon F questa era legata alla sincronizzazione del flash o, per gli apparecchi che ne erano dotati, alla presenza dell’esposimetro al selenio solitamente con cellula esterna.

Il mondo di fili e circuiti, si sarebbe complicato negli anni ’60 con l’avvento dei sistemi TTL che montavano le cellule all’interno del corpo macchina di norma dietro il prisma.

Faceva eccezione la Topcon RE Super lanciata nel 1962 che aveva la cellula dell’esposimetro nello specchio reflex ma questa è tutta un’altra storia.

Nella Nikon F l’unico cablaggio è dunque costituito dai fili bianco e giallo visibili in foto.

Il secondo, più lungo dei due, parte dal selettore delle modalità flash, coassiale con quello dei tempi, e termina in corrispondenza della slitta posta sotto la manopola di riavvolgimento film.

Il sistema di sincronizzazione flash della Nikon F è tra i più completi e consente il collegamento di un molteplice numero di sistemi di illuminazione.

 

 

Il concetto di semplicità è dunque riferibile ad una concezione semplice e modulare che ne aumentava la robustezza e l’affidabilità consentendo, laddove necessari, interventi rapidi anche ad opera di soggetti con competenze base.

Da non trascurare è inoltre il fatto che con l’evoluzione degli esposimetri TTL, a complicarsi fu solo il Photomic che ospiterà a seconda dei modelli, le versioni via via più evolute del sistema di lettura.

La fotocamera resterà sempre quella: semplice, robusta, con un otturatore garantito per centomila scatti senza necessità di revisione.

Ciò in antitesi al modello reflex lanciato da Zeiss Ikon nel 1958, ma effettivamente commercializzato nel 1960, che portava in sé una estrema complessità meccanica, unitamente ad un peso e un costo nell’insieme spropositati.

Ma osserviamo le parti smontate.

Colpiscono subito due cose.

La prima è che questo modello nasce attorno al sistema di visione ovvero alla sua cassetta reflex, con il probabile intento di realizzare un mezzo che consentisse di migliorare l’inquadratura del soggetto sia in termini di luminosità sia in termini di copertura del formato.

 

 

La Nikon F è infatti la prima fotocamera reflex 35 mm ad avere il mirino che copre il 100% dell’area effettivamente ripresa consentendo nel contempo l’intercambiabilità degli schermi di messa a fuoco.

Le caratteristiche della cassetta reflex sono interessanti ed anche in questo caso emerge la razionalità del progetto.

Nelle fasi di smontaggio della fotocamera l’unità di alloggiamento dello specchio reflex è facilmente estraibile ed è altrettanto agevole la pulizia dei meccanismi di comando, richiedendo poi, in fase di rimontaggio, una semplice ed intuitiva messa in fase per poter poi funzionare correttamente.

I comandi fondamentali sono due: in verde è indicato il meccanismo di sollevamento e abbassamento dello specchio ed in rosso il meccanismo di sgancio che consente il mantenimento in posizione abbassata dello specchio quando si ricarica la fotocamera.

 

 

Passiamo invece ad esaminare la caratteristiche della visione reflex.

 

 

Questa foto mostra la comparazione tra gli schermi di messa a fuoco intercambiabili della Praktina e della Nikon F.

 

 

La Praktina può essere stata, a torto o a ragione, ispiratrice del progetto giapponese giacche introdusse nel 1952 un corredo modulare più razionale di quello Exakta, il cui progetto sappiamo risale al periodo pre bellico, con mirini e accessori molto simili a quanto svilupperà poi la Nippon Kogaku con la F.

 

Per valorizzare le caratteristiche del mirino reflex Nikon produsse un accessorio dedicato ai rivenditori che consisteva in una cassetta reflex con prisma ed innesto per le ottiche F che dava la possibilità attraverso un carrello scorrevole di testare i vetrini di messa a fuoco e, attraverso un disco girevole posizionato dietro all’oculare di mira, le lenti di correzione diottrica.


La seconda caratteristica riguarda la parte posteriore ospitante tendine, meccanismo dell’otturatore e scatto, la cui disposizione consente di effettuare tutti i principali interventi senza smontare altre parti.

 

La freccia rossa indica il meccanismo di trasmissione dei tempi al ritardatore indicato con la freccia blu.

Mi sono chiesto quale metro di paragone potessero avere all’epoca i progettisti della F ed in particolare Masahiko Fuketa che di questo progetto ebbe la paternità.

 

 

Fuketa, ritratto a sinistra nella foto accanto a Yusaku Kamekura che invece curò il design della fotocamera,  aveva lavorato anche al perfezionamento della serie di fotocamere a telemetro prodotte da Nikon nel dopoguerra sulla base della baionetta e del concept delle Contax.

 

 

Quello che troviamo nella F è grossomodo lo schema di una Nikon S con cassetta reflex.

La questione si fa ancora più interessante se esaminiamo il gruppo otturatore e trascinamento: lo schema è quello che troviamo già nelle Leica a vite prebelliche.

 

 

Il meccanismo dei tempi lenti o ritardatore è posizionato nel fondello della fotocamera e i tempi vengono selezionati dalla rotellina posta sulla calotta attraverso un albero montato in modo eccentrico e con una leggera inclinazione al selettore delle velocità.

 

 

Nelle Contax invece il selettore dei tempi è sotto la calotta superiore, con la ghiera di regolazione delle velocità coassiale con la manopola di ricarica.

È dunque interessante notare come già fotocamere a telemetro della serie S, pur ispirandosi nella forma alle Contax adottarono soluzioni meccaniche molto più vicine a Leica e, quando si trattò di progettare la prima reflex, in Nippon Kogaku decisero di adottare una filosofia costruttiva ispirandosi sempre allo schema meccanico Leica.

Una risposta probabilmente esiste ed è da ricercare nel fatto che la filosofia di progettazione della Leica Standard, mantenuta e perfezionata fino ai modelli con innesto delle ottiche a baionetta fu talmente geniale da divenire un punto di riferimento.

Occorre inoltre osservare che la presentazione delle Leica M3 creò uno stacco rilevante nella mondo delle fotocamere a telemetro, proprio per il nuovo mirino,  grande e luminoso,  e per la precisione della meccanica che derivava dall’approccio semplice e razionale ideato da Barnack molti anni prima.

Non fu del resto un caso se Zeiss Ikon di li a poco prese la decisione di abbandonare gli sviluppi della Contax con già in cantiere una nuova versione della fotocamera.

 

 

Giusto per citare la rivista delle quale parlavo in apertura, della filosofia costruttiva Leica si parla nel numero di Tutti Fotografi del novembre 1975 proprio nella rubrica “sotto la pelle” dedicato alla M4.

Un’altra caratteristica  della Nikon F è rappresentata dalle tendine dell’otturatore.

Dal 1948, le tendine delle fotocamera e telemetro Nikon furono realizzate in seta cotta, anche detta Habutai.

Questa rappresenta un’altra caratteristica distintiva rispetto a Contax che sulla serie postbellica replicherà le tendine metalliche a “tapparella”, con scorrimento verticale, già presenti sulla serie prebellica.

Già dal 1956 i progettisti durante lo sviluppo della Nikon SP e della Nikon F avevano sperimentato l’uso del titanio, in sostituzione della seta.

Il titanio è il metallo più resistente e leggero che esista, ma anche il più complicato da lavorare. La Nippon Kogaku creò una tecnologia specifica per produrre le tendine in titanio la cui durata diventerà leggendaria.

La Nikon SP sarebbe stata lanciata nel 1957 ancora con l’otturatore in tessuto., così come i primi esemplari della Nikon F commercializzati dal marzo del 1959.

Alcune fonti sostengono che solo le prime 100 unità montarono questo tipo di otturatore (dalla 64000001alla 6400100) benché vi sia traccia di un esemplare con numero di serie 6400166 che monta l’otturatore in seta.

Dall’estate del 1959, l’otturatore in titanio viene montato in via definitiva sulla Nikon F e sulle fotocamere a telemetro che all’epoca erano ancora in produzione.

Il mercato salutò con grande favore l’uscita della prima reflex 35mm della Nippon Kogaku, ed un esempio è rappresentato da quanto riportato dalla rivista Philadelphia Photo che nel marzo 1959 pubblicò la notizia della presentazione negli Stati Uniti di tre nuovi modelli di fascia alta prodotti in Giappone:

Minolta SR2 con 55 mm 1,8 al prezzo di $ 249,50

Canon Canonflex con 50 mm 2 al prezzo di $ 299,95

Nikon F con 50 mm f 2 ad un prezzo di $ 359,50

 

 

In breve tempo la Nikon F, nonostante la politica di prezzo più elevato rispetto alla concorrenza, finì per eclissare il resto delle fotocamere di pari fascia ed anche i professionisti sostituirono negli anni successivi le loro Leica M con la Nikon F.

Da quel momento, il Giappone iniziò la sua affermazione come principale industria fotografica condannando quella tedesca ad un lento ed inesorabile declino.

 

 

Anche nell’ambito dell’industria giapponese lo standard della Nikon F finì per condizionare la produzione di fotocamere di fascia alta introducendo i criteri di modularità che portarono finanche Canon, sebbene oltre un decennio dopo, a lanciare la F1 che per forma e caratteristiche è di fatto una copia della Regina.

Anche Leitz nel 1964 fu costretta ad uscire con un modello reflex 35 mm, che peraltro sostenne le vendite delle fotocamere di Wetzlar negli anni successivi a fronte del calo di interesse del mercato per gli apparecchi professionali a telemetro.

 

 

In tutta la produzione di reflex 35 vi è in un modo o nell’altro una traccia dell’avvento della Nikon F.

Difficile dire se il mercato, in assenza di questo modello, avrebbe comunque trovato una strada più o meno dissonante dalle caratteristiche della prima reflex della Nikon Kogaku.

Ed è proprio per questo che ancora oggi, poco o tanto, nell’esperienza degli appassionati delle fotocamere di quegli anni vi è traccia della genialità e delle bellezza di questa fotocamera sia direttamente nei modelli che ne trassero ispirazione sia indirettamente in quelli che presto o tardi ne seguirono le orme.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

 

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