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God save the queen (of the cameras)

Alla fine della prima superiore, in occasione di una manifestazione sportiva, ebbi l’occasione di seguire un amico di mio padre che, con al collo la sua Petri TTL, si accingeva a scattare alcune foto che sarebbero poi state pubblicate l’indomani su un quotidiano locale.

Dopo gli scatti sviluppammo la pellicola con una tank Paterson, stampammo i fotogrammi meglio riusciti con un mitico Durst M301 e io stesso andai a portare le foto alla corrispondente del quotidiano che abitava nel paese dove, come si diceva in quegli anni, andavo con i miei in villeggiatura. Quando la mattina dopo acquistai una copia del giornale e trovai nella cronaca sportiva l’articolo con tanto di foto, rimasi fulminato. Quel giornale era La Prealpina di un giorno di agosto del 1980.

Tornato a Milano recuperai la Agfa 200 Sensor dei miei, qualche pellicola Ilford e a Natale mi feci regalare una tank Paterson, identica a quella che avevo usato l’estate prima e che conservo ancora. Per la stampa, approfittavo delle domeniche trascorse in montagna per scroccare qualche ora di camera oscura all’amico di mio padre.

Benché all’epoca fosse molto più semplice di adesso trovare un laboratorio che sviluppasse il bianco e nero, l’idea di ricavare in completa autonomia, da uno scatto, una fotografia stampata è una questione che non ha mai smesso di affascinarmi.

Dopo qualche mese avanzai timidamente ai miei la richiesta di poter avere in regalo una macchina reflex.

Il progetto scontava un limitato budget.

Il sogno di poter acquistare, usata, una Nikon F, che avevo adocchiato nel film di Sidney Pollack I tre giorni del Condor uscito qualche anno prima, era dunque irraggiungibile.

Acquistai nuova una Pentax K1000 alla quale incollai sul prisma della similpelle nera in modo che, se non proprio ad una Nikon F, potesse almeno somigliare ad una FM.

Ma torniamo al film, nel quale un Robert Redford braccato da agenti corrotti della CIA, incontra una giovane fotografa, interpretata dalla bellissima Faye Dunaway, che utilizza per l’appunto una Nikon F.

Tutto ciò che ho poi scoperto su questa fantastica fotocamera è sempre stato, nella mia visione, un corollario rispetto all’immagine formatasi nella mia mente di adolescente.

Possiamo ora trovare motivazioni razionali, e ve ne sono numerose, a supporto del valore di questa reflex, ma per me rimane sempre la spettatrice di una delle scene di seduzione più affascinanti della mia, pur limitata, cultura cinematografica.

I tre giorni del Condor, uscito nel 1975, è l’adattamento dal romanzo I sei giorni del Condor di James Grady. Fu il primo film nel quale venne denunciato un caso di cospirazione all’interno dell’intelligence americana in un periodo nel quale l’opinione pubblica statunitense si stava interrogando sulla politica estera e sulla possibile manipolazione delle informazioni da parte del potere politico.

Sempre una Nikon F appare dieci anni prima nel film Blow-Up diretto nel 1966 da Michelangelo Antonioni, ispirato al racconto Le bave del diavolo dell’argentino Julio Cortázar.

Il film, tra i più premiati di Antonioni, ha nel cast David Hemmings che interpreta un giovane fotografo londinese e Vanessa Redgrave. Anche questa pellicola, che ho scoperto anni dopo I tre gironi del Condor, non ha fatto che aumentare, ai miei occhi, il fascino della prima reflex di casa Nikon.

Una Nikon F sarei riuscito a comprarla solo parecchi anni dopo. Fu uno dei primi pezzi che acquistai all’inizio del mio percorso da collezionista ed uno dei pochissimi pezzi di produzione giapponese che posseggo tutt’ora. Per anni questa macchina fu quasi un’ossessione che trasmisi anche ad alcuni miei amici che finirono per comprarsela parecchio tempo prima di me.

All’inizio degli anni ’80 la macchina era ormai fuori produzione da tempo sostituita dalla F2 che di li a poco sarebbe stata a sua volta sostituita dalla F3.

Per poterla vedere e tenere tra le mani non restava che recarsi in uno dei negozi di fotografia che trattavano usato, presenti in gran numero nella Milano di allora, e chiedere di poterne vedere un esemplare in vendita che veniva puntualmente girato e rigirato tra le mani per poi essere restituito, ringraziando, al negoziante.

Il prezzo di una Nikon F usata, con Photomic T o Tn, si aggirava all’epoca attorno alle seicentomila lire: quasi uno stipendio.

Tralasciando le componenti più irrazionali che mi legano alla Nikon F, ho poi negli anni scoperto ed apprezzato la sua storia che spiega, in modo più compiuto, il successo e la fama di questo modello e dei successivi della serie.

Presentata nel 1959, come ho già avuto modo di scrivere nell’articolo sul modello industriale giapponese del secondo dopoguerra, la Nikon F rappresenta la stacco tra produzione nipponica e tedesca che nel giro di un decennio vedrà il Giappone diventare l’indiscusso leader nella produzione di fotocamere.

Alla fine della seconda guerra mondiale la ricostruzione del Giappone, uscito martoriato dal conflitto bellico, passò anche attraverso lo sviluppo dell’industria fotografica. La Nippon Kogaku, com’è noto, sviluppò una macchina a telemetro su base Contax utilizzando lo stesso attacco delle ottiche e grossomodo le stesse soluzioni, se non per l’otturatore che, a differenza della Contax, sulle Nikon aveva le tendine in stoffa a scorrimento orizzontale.

Per tutti gli anni ’50, si assiste ad un forte tentativo da parte di Nippon Kogaku di contrastare con un prodotto di grande qualità, come le Nikon a telemetro, Leica e Zeiss Ikon fino allo sviluppo di una strategia che apparirà chiara solo con il senno di poi.

Al centro di questo piano c’è un’idea semplice ma radicale che prevede l’abbandono del telemetro verso lo sviluppo di una fotocamera reflex. In quel periodo non erano molti i produttori che avevano creduto nello sviluppo di fotocamere reflex se escludiamo le tedesche Exakta della Ihagee di Dresda, già presenti prima della guerra, le giapponesi della Asahi Camera Co. con la Asahiflex nel 1952 e le svizzere ALPA che tuttavia rappresentavano all’epoca un fenomeno di nicchia.

Per un fatto affettivo non posso non citare la Rectaflex che tuttavia ebbe vita breve. Nata nei primi anni del dopoguerra, già dal 1955 era scomparsa dal mercato.

Nessuna di queste fotocamere, comprese le reflex ad otturatore centrale Voigtlander, che meritano a mio avviso un discorso a parte, riuscì a catturare il mercato dei fotografi professionisti. Meccaniche complesse, spesso non pienamente affidabili, dimensioni eccessive se rapportate al formato 35 mm, in quasi tutti i casi senza specchio a ritorno istantaneo e con mirini poco luminosi, erano decisamente perdenti rispetto alla compattezza, affidabilità, luminosità dei mirini a telemetro disponibili in quegli anni.

Basti pensare al mirino della Leica M3, uscita nel 1954, e a quale fantastica esperienza poteva dare rispetto alle concorrenti dell’epoca, Nikon comprese.

Che la nuova reflex dovesse essere rivoluzionaria alla Nippon Kogaku dovevano pensarlo veramente e questo è testimoniato anche dai tempi di lancio della Nikon F che arrivò sul mercato solo nel 1959.

Intanto Zeiss Ikon lancia nel 1957 la Contaflex, otturatore centrale, specchio che si armava con la ricarica dell’otturatore, insomma bella ma nata vecchia. Così come la Topcon R, uscita nello stesso anno: mirino intercambiabile: bene. Ottiche di eccellenza: bene. Innesto degli obiettivi con baionetta Exakta, scelta che penalizzerà poi i successivi, innovativi e splendidi modelli Topcon degli anni ’60 come la RE Super.

Come mi capita spesso di dire, la visione di un collezionista e quella di chi valuta la storia commerciale di un’azienda, sono di sovente divergenti. Ciò che un collezionista giudica come un valore, ad esempio la rarità, è spesso sinonimo di flop commerciale all’epoca nel quale la fotocamera fu lanciata.

Prego quindi i lettori di considerare quanto ho scritto e quanto scriverò, esclusivamente nell’ambito del mio punto di vista personale, espresso con l’intento di rimarcare la differenza tra una produzione di grande qualità come quella tedesca e ciò che poi ha fatto storia imponendo in modo così rivoluzionario e dirompente sul mercato una fotocamera come la Nikon F che stabilirà un nuovo punto di riferimento, costringendo ad esempio Leitz, già nel 1964, a spostare l’offerta anche su modelli reflex con il lancio della Leicaflex.

Potessimo tornare indietro nel tempo e potessimo immaginare di progettare in Giappone una reflex 35mm alla fine degli anni ’50, con il senno di poi, quali scelte faremmo?

Beh, innanzitutto una reflex modulare tipo Exakta o Topcon, magari con un innesto degli obiettivi a baionetta di nuova progettazione che consenta di tramettere dall’interno il movimento del diaframma al corpo macchina, in modo da poter mettere a fuoco a tutta apertura, che abbia vetrini di messa a fuoco intercambiabili, un otturatore a scorrimento orizzontale ma non con le tendine in tela, magari di metallo, magari in titanio.

L’esposimetro applicabile ma non interno.

Abbiamo descritto la Nikon F, con il senno di poi.

Possiamo quindi comprendere la genialità di chi la pensò senza sapere cosa sarebbe accaduto dopo.

Artefici di questa impresa furono due personaggi estremamente diversi tanto da formare una improbabile coppia.

Da un lato Masahiko Fuketa che aveva precedentemente coordinato la progettazione di tutte le fotocamere Nikon prodotte nel dopoguerra.

Dall’altro Yusaku Kamekura al quale viene affidato il design della nuova fotocamera.

Nippon Kogaku aveva maturato la convinzione che un design innovativo, non convenzionale avrebbe contribuito a dare un’immagine di maggior freschezza al nuovo prodotto, freschezza della quale la casa giapponese aveva bisogno.

Kamekura, all’epoca poco più che quarantenne, seguì dal 1956 l’intera immagine della casa giapponese e contribuì con la sua sensibilità estetica, a caratterizzare il nuovo modello con una semplice scatola contenente lo specchio, sormontata da un pentaprisma di forma piramidale. Il design risultante conferì un equilibrio unico tra design tradizionale giapponese e modernità che la macchina conservò anche con la successiva introduzione dei mirini esposimetrici Photomic.

Tra i successivi contributi di Kamekura occorre citare quello per le Olimpiadi di Tokyo del 1964, con il quale riusci a combinare i principi modernisti con il patrimonio culturale nazionale, attraverso l’accostamento delle parole Tokyo 1964, agli anelli olimpici e al sole della bandiera giapponese. Il suo lavoro per le Olimpiadi di Tokyo segnò anche l’utilizzo per la prima volta della fotografia per la promozione di questo genere di eventi. Un altro successo di pari importanza fu la realizzazione del poster per l’Expo di Osaka del 1970, che vinse numerosi premi di design nazionali e internazionali.

A Fuketa si deve invece il non banale merito di avere inserito nell’innovativo design della fotocamera tutte le soluzioni che la resero poi unica, tra le quali aggiungo a quanto detto prima, la copertura del mirino del 100% del fotogramma e i rigorosi parametri di progettazione che davano una garanzia di funzionamento dell’otturatore per almeno centomila scatti.

La cosa più probabile che può capitare oggi acquistando una Nikon F è che funzioni ancora perfettamente e che probabilmente non abbia mai visto nella sua vita un laboratorio di riparazione.

Accanto alla macchina fu progettata una nuova serie di obiettivi, con un’ampia disponibilità di focali, e un vasto numero di accessori, fattori questi che completarono il quadro di successo che fece scuola per tutti gli anni ’60 e ’70.

La Nikon F fu ad esempio adottata nell’ambito della prima missione americana di conquista della cima dell’Everest nel 1963 o, per oltre un decennio, fu utilizzata da fotografi come Larry Burrows, Don McCullin e, dal primo fan di Nikon, David Douglas Duncan durante la guerra in Vietnam, piuttosto che adottata dalla NASA nel 1971, pur in una versione molto riveduta per rispondere agli elevati standard delle missioni spaziali.

Fino a capitare sullo scaffale di una giovane fotografa interpretata dalla bellissima Faye Dunaway con la quale è iniziata questa storia.

Massimiliano Terzi

bibliografia e sitografia: Bianchi G., il libro Nikon, editrice Comprocasa 1970, http://www.historygraphicdesign.com, www.casualphotophile.com,

Immagini tratte dai film: I tre Giorni del Condor, Sidney Pollack, 1975; Blow Up, Michelangelo Antonioni, 1966.

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