Gli esposimetri per Rolleiflex – prima parte

Nel lungo succedersi dei modelli di Rolleiflex biottica è possibile individuare alcune pietre miliari che introducono, nella costante evoluzione di questa fotocamera, un salto di qualità tra le precedenti e le successive versioni.

Un esempio è certamente rappresentato dalle prime biottiche dotate di esposimetro che videro la luce nel 1956.

Prima di arrivare a queste, percorro in sintesi i principali gradini della scala evolutiva di questa longeva serie di apparecchi che, com’è noto, vide per la prima volta la luce sul finire degli anni ’20.

Dal mio punto di vista esistono tre principali momenti che rappresentano lo stacco dei nuovi modelli rispetto alla precedente produzione.

Il primo è costituito dalla uscita Old Standard avvenuta nel 1932, alla quale ho dedicato questo articolo, che riprese e consolidò alcune caratteristiche introdotte nel 1931 dal modello 4×4, caratteristiche che poi diverranno comuni su tutti i modelli Rolleiflex.

Il modello Old Standard costituisce in primis il passaggio tra il formato 117 e quello 120 che sappiamo all’epoca non aver ancora sulla carta protettiva del film la numerazione dei fotogrammi 6×6.

Il formato 117, inizialmente adottato sulla Original perché riportava la marcatura sulla carta protettiva per il formato 6×6, aveva il limite del numero di fotogrammi che arrivava a sei.

La necessità di utilizzare la pellicola 120, portò la Franke e Heidecke all’introduzione di un sistema per il conteggio dei fotogrammi che dovette per necessità abbandonare i riferimenti numerati della pellicola introducendo un metodo destinato a fare scuola, nella sua prima versione, e a rimanere pressoché unico nella sua famosa evoluzione.

Con la Old Standard fu introdotto il principio di carica del film che prevedeva il riscontro sul fotogramma numero uno attraverso la collimazione con il riferimento per il formato 6×9 presente sulla carta protettiva e successivamente l’avanzamento in modo autonomo gestito dalla fotocamera dei successivi 11 fotogrammi.

Il passo successivo fu automatizzare anche il riconoscimento del primo fotogramma, attraverso un sistema in grado di riconoscere il differente spessore e quindi di avviare in autonomia il contapose quando iniziava la pellicola.

Questa nuova soluzione, presentata nel 1937, da nome a questo ed alla successiva serie di modelli denominati per l’appunto Automat.

Rolleiflex Automat primo tipo 1937

Con questa fotocamera, che introdurrà anche la caratteristica baionetta per i filtri, inizialmente solo sull’ottica di ripresa, un mirino a pozzetto completamente ridisegnato e la selezione dei tempi e diaframmi con le due rotelline, avviene il secondo grande step evolutivo.

Occorre considerare che la Automat del 1937 è profondamente diversa dalla Original e dalla Old Standard per design e materiali, potendo a pieno titolo essere considerata la prima delle Rolleiflex moderne.

Sino a questo punto le ormai già famose biottiche non disponevano tra gli accessori di un esposimetro dedicato, o meglio non con le caratteristiche che negli anni ’30 vediamo adottate ad esempio da Zeiss Ikon sulla Ikoflex o sulla Contax III.

Tra gli accessori dell’epoca vi è un curioso anello con diaframma ad iride, denominato Rolleiphot, che consente una volta posizionato davanti all’ottica di mira, di determinare i valori di esposizione con il principio degli esposimetri ad estinzione.

accessorio Rolleiphot

In questa tipologia di esposimetri viene di norma visualizzata, attraverso un apposito mirino, una scala con differenti livelli di trasparenza tramite la quale, in base alla luminosità del soggetto, è possibile individuare, con un principio, che può variare da esposimetro ad esposimetro, i valori di esposizione.

Un esempio di esposimetro ad estinzione è quello incorporato nella GAMI 16 prodotta dalle officine Galileo a Milano nella prima metà degli anni ’50.

esempio dell’esposimetro ad estinzione della GAMI 16 -per cortesia di Gianni Giovannini – www.gami16.

Con l’utilizzo del Rolleiphot non si ha alcun riferimento numerico nel mirino ma solo l’oscuramento dovuto alla chiusura del diaframma incorporato. L’utilizzatore deve quindi valutare quando l’immagine si oscura tanto da non risultare più distinguibile e a quel punto ricavare i valori di esposizione dalle scale presenti in questo accessorio.

Sulla base della Automat si svilupperanno poi i modelli del dopoguerra, da un lato nell’evoluzione della 3.5 con ottica Tessar fino al modello MX-EVS del 1954, dall’altro con l’introduzione della focale 2.8 prima con il Tessar poi con una breve parentesi rappresentata dal Biometar ed infine con l’introduzione dei modelli C e D dotati in alternativa del Carl Zeiss Planar o dello Schneider Xenotar.

Sarà proprio con la 3.5 MX-EVS e con la 2.8D che queste fotocamere si preparano al terzo salto qualitativo.

Questi due modelli introducono infatti la scala dei valori dell’esposizione in EV riportata sulla rotellina per il controllo dei tempi, ed accoppiata con quella dei diaframmi.

esempio della scala EV posta sul selettore dei tempi

Gli EV o valori di esposizione costituiscono una scala di conversione inventata nel 1950 dalla Frederich Deckel di Monaco produttore degli otturatori Compur.

Con la diffusione degli otturatori centrali su fotocamere 35 mm e con la diffusione degli esposimetri con cellula al selenio, spesso incorporati negli stessi apparecchi, nacque la necessità di semplificare il calcolo dell’esposizione introducendo una nuova scala che concentrasse in un unico valore tutte le possibili coppie tempo diaframma riferite ad una singola esposizione.

Esempio della scala EV su otturatore ed esposimetro di una Voigtländer Vitessa L

Questo sistema rimase indissolubilmente legato agli otturatori centrali che consentono un accoppiamento di tempi e diaframmi attraverso due anelli coassiali.

Con il diffondersi degli apparecchi reflex con otturatore a tendina e dei relativi sistemi di lettura TTL, questo sistema fu abbandonato anche per ragioni pratiche giacché in questo tipo di fotocamere l’anello dei diaframmi e quello dei tempi sono posti in posizione diversa e distante e di norma sono accoppiati all’esposimetro attraverso leveraggi, corde o catenelle interni all’apparecchio.

Un esempio di sistema di lettura tramite EV sopravvissuto negli anni è rappresentato nelle ottiche Hasselblad in abbinamento all’utilizzo del bottone esposimetrico che fornisce la lettura in valori EV che vengono poi impostati sulla scala presente sull’obiettivo.

Hasselblad 500C con bottone esposimetrico con scala EV ed analoga scala sul Planar 80mm 2.8

Per coloro che volessero divertirsi a calcolare i valori EV ecco la formula e l’immagine del relativo foglio Excel dove è stata sviluppata:

=ARR(LOG((F^2)/T;2))

Dove F corrisponde al valore del diaframma e T a quello del tempo espresso in decimali di secondo o in unità per i tempi pari o superiori ad un secondo.

scala EV calcolata con un foglio Excel, ad EV uguale corrispondono differenti coppie tempo/diaframma

In altri termini il valore EV è uguale all’arrotondamento a cifra intera del logaritmo a base due del rapporto tra il quadrato del diaframma ed il tempo.

I valori EV sino ad oggi sono rimasti nella descrizione delle caratteristiche dei sistemi esposimetrici, anche negli apparecchi digitali, e rappresentano la gamma di lettura.

Più ampio è il della tra i valori EV dichiarati, normalmente in riferimento alla sensibilità di 100 ASA, maggiore sarà la gamma di lettura dell’esposimetro.

Poiché sulle Rolleiflex l’otturatore non era a vista, i valori EV furono posizionati su una delle due rotelle frontali di regolarizzazione tempi/diaframmi e sulla 3.5T in una apposita finestrella accanto all’ottica di mira.

esempi di scale EV sulla Rolleiflex 2.8E e sulla 3.5T

Il terzo salto qualitativo avviene quindi nel marzo del 1956 con il lancio del nuovo modello 3.5 che inizialmente, almeno in Italia, non ha sigla commerciale ed il cui codice interno di produzione è K4C.

Con la nuova 3.5 viene abbandonato il Tessar e introdotto il Planar o in alternativa lo Xenotar, entrambi con schema a cinque lenti.

All’ottica Tessar, che esce temporaneamente di scena dopo circa trent’anni di onorato servizio a corredo delle biottiche di Braunschweig, verrà dedicata nel 1958 una nuova, longeva e semplificata versione denominata 3.5T.

Nell’ottobre del 1956 viene introdotto il nuovo modello 2.8 che sulla scia della denominazione precedente, che riportava un suffisso rappresentato da una lettera dell’alfabeto, viene denominato 2.8E.

I dei nuovi modelli 3.5 e 2.8E, furono portatori di nuove ed interessanti prerogative, rappresentate in primis dall’introduzione dell’esposimetro incorporato che forniva per l’appunto i valori in EV da riportare sull’apposita scala alla quale facevo cenno prima.

Prosegue nella seconda parte

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

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