Immaginate per un attimo di essere appartenuti ad una organizzazione tra le più importanti al mondo nella produzione di materiale sensibile.
Immaginate di aver vissuto questa esperienza in un contesto formato da migliaia di dipendenti in un territorio tra il mare e l’appennino ligure, un microcosmo unico, per tipologia di attività, non solo rispetto al resto della Regione ma anche al resto della Nazione.
Immaginate di aver dato il vostro contributo, piccolo o grande, alla costruzione di una immagine di eccellenza italiana per prodotti distribuiti in tutto il mondo.
Immaginate di aver avuto con voi una nonna o un nonno, una zia o uno zio, una madre o un padre, una sorella o un fratello anche essi in grado di raccontare un pezzo di questa storia per averla vissuta in prima persona.
Se riuscite ad immaginare tutto ciò siete molto vicini al comprendere cosa sia realmente stato il fenomeno Ferrania.
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Cairo Montenotte (SV) cartolina dello stabilimento Ferrania
Della realtà produttiva e societaria di Ferrania ho già scritto e parlato in diverse occasioni compresa una serata NOC, tenutasi lo scorso anno, nell’ambito della quale ho potuto tracciare per sommi capi alcuni momenti salienti, ad oggi noti e documentati, nella storia dell’azienda.
Le vicende di Ferrania sono infatti da qualche anno inn fase di riscoperta ed in alcuni casi di riscrittura attraverso un impegnativo e minuzioso lavoro di recupero ed analisi di una ingente mole di documentazione aziendale sia cartacea sia fotografica. Artefici di questo lavoro sono gli amici del Ferrania Film Museum che ha sede a Cairo Montenotte in provincia di Savona non distante da quel che rimane del vecchio insediamento produttivo.
Come spesso accade, le aziende, quando sono ancora in attività, tendono a non valorizzare in modo sistematico la propria storia, lasciando traccia nei documenti, nelle strutture e nelle attrezzature di lavoro senza tuttavia preoccuparsi di dare al tutto un ordine sistematico e spesso nemmeno un luogo di riparo sicuro.
Capita quindi che al cessare delle attività o al mutare delle condizioni produttive, della proprietà o della sede, molto materiale vada in parte o del tutto disperso.
L’azione di recupero, la cui mole ed intensità dipende dalle dimensioni e dalla storia dell’azienda, assume spesso una valenza titanica, richiedendo l’impiego di risorse economiche e professionalità che ne sappiano comprendere, catalogare, custodire e valorizzare i contenuti.
Al difuori di questa dimensione di organizzazione sistematica del materiale storico si trovano sovente letture parziali di particolari momenti che rischiano di fornire chiavi di lettura inesatte o incomplete a prescindere dalla bontà del lavoro di raccolta delle informazioni e di stesura dei testi che vengono effettuate.
Osservo, ad esempio, come la produzione di un’azienda, spesso presa a riferimento delle ricostruzioni storiche, rappresenti in fondo l’anello finale di una catena di valutazioni e di scelte che non sono esclusivamente legate al mercato o alla ricerca dell’eccellenza ma piuttosto influenzate dal momento aziendale, dal management e dalla sua percezione, giusta o sbagliata, dei fattori di successo per la propria organizzazione.
In questa prospettiva, dunque, quanto ho narrato sino ad ora sulle vicende di Ferrania, in particolare sul microcosmo milanese di produzione di apparecchi fotografici, non è che una piccola parte di quanto ha realmente ha costituito la storia di questo marchio ed è passibile non solo di aggiornamento ma anche di rimessa in discussione qualora dovessero emergerete nuovi e più attendibili elementi la cui individuazione, almeno sempre per la realtà milanese, appare sempre più difficile.

copertina del Bollettino Ferrania dell’aprile 1962 speciale sulla sede di Milano dove venivano prodotti gli apparecchi fotografici e dove aveva inoltre sede il laboratorio di sviluppo delle pellicole (per cortesia di Arrigo Ubertone)
Più in generale vi sono sulla storia di Ferrania alcune particolarità che da sempre mi incuriosiscono e che solo in parte sono stato in grado di approfondire e comprendere anche in ragione delle mie limitate competenze tecniche nel vasto mondo dei materiali sensibili e della loro storia, competenze che si fermano ad alcune nozioni basilari applicate prevalentemente al mondo delle emulsioni in bianco e nero.

Bolex H16 RX4 con una bobina di Ferraniacolor negativa – per il cinema esistevano ed esistono emulsioni negative per le riprese, positive per la stampa delle copie ed invertibili prevalentemente utilizzate nelle riprese amatoriali
Mi incuriosisce molto però tutto ciò che riguarda il valore tecnico scientifico distintivo di Ferrania rispetto alla concorrenza, tenuto conto che l’azienda non vanta radici storiche al pari di quelle di Kodak, Ilford, Agfa e Gevaert, giusto per citare alcuni nomi noti che nascono nella seconda metà dell’ottocento.
La produzione di pellicola cinematografica in bianco e nero prende infatti il via in modo significativo attorno agli anni venti del novecento e nei successivi vent’anni consente a Ferrania di occupare un ruolo di rilievo nel panorama produttivo dell’epoca sino a conquistare nel secondo dopoguerra un posto tra le big mondiali nella prodizione di materiale sensibile.
Uno dei temi caratterizzanti questo successo è di certo quello legato all’introduzione del colore nella gamma produttiva. Ed è su questo snodo fondamentale della storia di Ferrania, effettuato in un epoca abbastanza precoce rispetto allo sviluppo del mercato, che dedico questo approfondimento.
La diffusione del colore in fotografia e cinematografia ha radici più lontane della fine degli anni ’30 del novecento ma assume una valenza sostenibile nella produzione industriale con l’avvento in quel periodo delle emulsioni Agfacolor del 1939 e Kodacolor del 1942 che danno il via ad un sistema produttivo che si diffonderà nei decenni successivi.
Non tutte le azienda dell’epoca, di una certa rilevanza, optarono per il colore, basti pensare ad ILFORD che una pellicola a colori la presenterà solo verso la metà degli anni ’70.
La tecnica adottata da Kodak, Agfa e come vedremo anche da Ferrania, costituisce, ancora oggi, il fondamento di questo tipo di film e si basa, in estrema sintesi, sulla stesa di strati di emulsione sovrapposti ciascuno con differente sensibilità ai tre colori fondamentali.
Il principio della selezione viene sfruttato anche nel metodo Technicolor che molti ricorderanno per i titoli di coda di molti film a colori che citavano la tecnica di ripresa utilizzata.
Technicolor è, di fatto, una serie di processi cinematografici a colori la cui prima versione risale al 1916 e fu seguita da versioni migliorate nel corso dei successivi decenni.
Il sistema che fa riferimento ad un omonimo gruppo di società americane, per essere spegnato in modo comprensibile, richiederebbe uno specifico approfondimento anche per dare la giusta rilevanza alle fasi evolutive che mantennero negli anni Technicolor in una posizione di mercato rilevante in ambito cinematografico.
Mi limito ad osservare che il metodo prevedeva inizialmente l’utilizzo del principio sottrattivo a due colori evoluto poi in quello additivo a tre colori negli anni ’30. In entrambi i casi tramite l’utilizzo di sopporti sensibili – pellicole – multipli.

estratto dal manuale I prodotti sensibili Ferraniacolor per uso fotografico e cinematografico con rappresentato lo schema dei colori complementari; nel linguaggio poi uniformatosi per tutte le emulsioni a colori si parla di blu verde e rosso nonché di giallo, magenta e ciano
Faccio un breve esempio estratto dal manuale Ferraniacolor.
Nella pellicola Ferraniacolor invece ciascuno dei tre colori fondamentali – azzurro, verde e rosso – viene impresso su uno di tre diversi strati di emulsione stesi su di un unico supporto in modo che la registrazione delle parti azzurre del soggetto sia solo su di una emulsione o strato di emulsione, quella delle parti verdi su di una seconda e quella delle parti rosse su di una terza.

estratto dal manuale I prodotti sensibili Ferraniacolor per uso fotografico e cinematografico nel quale viene illustrata la tecnica di riproduzione dei colori tramite selezione
Nel sistema Technicolor classico a tre negativi lo stesso principio visto sopra è applicato a tre negativi diversi.
Technicolor si sviluppa negli Stati Uniti attraverso un Gruppo indipendente che solo nel secondo dopoguerra intraprende una collaborazione con Eastman per affinare il proprio metodo di produzione che nel frattempo aveva subito numerosi stadi evolutivi. L’ultimo film girato con la tecnica a tre pellicole risale al 1954. A seguire viene adottato lo standard Kodacolor.
Se quindi il principio di stesa multistrato determinò una generale convergenza dei produttori, le differenze tra i prodotti delle diverse case erano rappresentate dall’efficienza ed accuratezza del processo industriale, dalle caratteristiche tecniche delle emulsioni, dalla loro durevolezza nel tempo., e dai processi di sviluppo dedicati.
In tempi più recenti l’uniformazione tra produttori ha portato alla sopravvivenza di un differente standard produttivo delle emulsioni, mantenendo comunque l’impostazione multistrato, ma di un unico metodo di sviluppo rappresentato dal processo ex Kodak C41 per il negativo ed E6 per l’invertibile oggi disponibili anche in versioni per l’utilizzo domestico ridotte rispettivamente a soli due e tre passaggi.

estratto dal manuale I prodotti sensibili Ferraniacolor per uso fotografico e cinematografico nel quale viene illustrato o schema di riproduzione dei colo su negativo e positivo; questo principio è oggi ancora in uso nelle più recenti pellicole a colori
In questo scenario si afferma il prodotto Ferraniacolor che occupa nel secondo dopoguerra uno spazio rilevante in ambito cinematografico, conquista motivata dalla qualità delle immagini ottenute e dalla maggiore economicità di impiego nella produzione di film rispetto al più affermato sistema Technicolor.
Nasce inoltre, parallelamente, come del resto accade anche per le altre emulsioni della casa ligure, un impego in ambito fotografico.

estratto dal manuale Ferraniacolor caratteristiche, uso e trattamento dei prodotti fotografici – notare che il trattamento della pellicola invertibile ha in questo caso necessità di un secondo momento di esposizione successivo al primo sviluppo; nelle moderne pellicole invertibili il processo è interamente chimico e, come ricordavo sopra, oggi limitato a tre passaggi
GLI Artefici del successo delle emulsioni a colori Ferrania costituiscono un insieme eterogeneo di professionalità che vanno dalla chimica alla progettazione e realizzazione di nuovi impianti di stesa che potessero soddisfare il più complesso requisito della stesa multipla.
Nell’ambito dei protagonisti, per quanto concerne le competenze in chimica, vi è Giulio Monteleoni che cito in prima battuta anche in relazione al materiale che ho reperito.
Come tuttavia suggerito dal Ferrania Film Museum l’ambito della realizzazione delle prime emulsioni a colori e dei sui contributori merita un più ampi approfondimento che tratterò in un prossimo scritto.

Giulio Monteleoni a destra accanto alla maglio; sulla sinistra Luigi Schiatti Direttore Generale dello stabilimento di Ferrania – immagine tratta dal gruppo FB Ferrania percorsi (foto)sensibili
Eccone un breve profilo del Dott. Monteleoni tracciato nel numero di maggio del 1967 della rivista Ferrania in occasione della sua prematura scomparsa.
Nato a Firenze il 20 settembre 1911, entrato ancor giovanissimo, non appena ottenuta la laurea in chimica, a far parte dei tecnici dello stabilimento di Ferrania, ben presto le sue qualità lo avevano particolarmente distinto, così che nel dopoguerra gli furono affidati compiti particolarmente delicati nel campo delle applicazioni della pellicola a colori, soprattutto cinematografica. Al suo nome sono legati i grandi successi che la pellicola Ferraniacolor ottenne negli anni 1951-55, in film documentari e a soggetto. Divenuto direttore della Filiale di Roma della Ferrania S.p.A., Giulio Monteleoni passò nel 1960 alla Technicolor Italiana, all’atto della costituzione di quest’ultima, ricoprendo la carica di direttore generale, da lui tenuta sino alla sua scomparsa. Anche alla Technicolor il dottor Monteleoni portò un contributo validissimo di capacità e di esperienza, promuovendo e portando a termine importanti miglioramenti tecnologici e facendo dello stabilimento Technicolor di Roma un impianto modello nel suo genere.

Giulio Monteleoni di fronte alla filiale italiana Technicolor a Roma della quale assunse nel 1960 la direzione generale – immagine tratta dal gruppo FB Ferrania percorsi (foto)sensibili
Di seguito la testimonianza di Monteleoni su una pubblicazione del settore del 1954, testimonianza riferita alle prime emulsioni a colori sperimentate da Ferrania
Questa (Ferrania) aveva istituito ben presto un Laboratorio ricerche per la pellicola a colori e, nel campo della cinematografia professionale, debuttava ufficialmente nel 1941 con il cortometraggio IMPRESSIONI ESTIVE realizzato dall’Istituto Nazionale Luce per la regia di Gianni Vernuccio.
La guerra non ostacolava le ricerche, che continuavano intensamente, ma non permetteva una preparazione ed uno sfruttamento industriale della pellicola Ferraniacolor. Nel 1949 finalmente la Società Ferrania rese disponibile all’industria il primo metraggio di pellicola a colori: uscirono i cortometraggi CERAMICHE UMBRE, LA TRAGEDIA DELL’ETNA, SIENA CITTA DEL PALIO, ARCOBALENO ROMANO: da allora la produzione della pellicola Ferraniacolor è stata di quantitativi sempre più notevoli e vari lavori con tale pellicola hanno avuto premi internazionali, proprio per la qualità del colore, grazie naturalmente all’impiego intelligente fattone da nostri registi e fotografi.
Ormai i sistemi “a strati multipli” hanno avuto una evoluzione notevole, vengono prodotti da tutti i maggiori fabbricanti di pellicola vergine e si dividono il campo solamente con il sistema Technicolor.
E’ anzi confortevole vedere come già oggi si abbia, anche nella pratica, una notevole intercambiabilità fra tutte le pellicole a colori: cioè i negativi di qualsiasi fabbricante possono essere stampati sui positivi degli altri e questi stessi negativi “a strati multipli” possono essere stampati dalla Technicolor con il sistema ad imbibizione. Si va cioè verso quella che è la tecnica del bianco-nero, rendendo facile in ogni paese ed in ogni zona sia la ripresa del negativo che la possibilità delle copie.”

Monteleoni, Giulio 1954: Evoluzione storica della tecnica della ripresa a colori. In: Giuseppe Sala (ed.): Bianco e Nero. Il colore nel cinema. Rassegna mensile di studi cinematografici per cortesia di Arrigo Ubertone
Dagli scritti sopra citati emerge che l’interesse da parte dell’azienda savonese nella produzione di emulsioni a colori nasce in contemporanea all’uscita da parte di Agfa e Kodak di questa tipologia di pellicole.
È interessante notare come Ferrania abbia anche in questa situazione dimostrato un dinamismo ed una ambizione degna di nota se si considera che il momento storico aziendale degli anni ’30 vede l’organizzazione savonese coinvolta da una serie di eventi che già avevano determinato un notevole sviluppo delle attività nel settore fotografico ed in quello radiografico ad un decennio dalla vera ripresa produttiva avvenuta a metà anni ’20.
Gli anni ’30 segnano il passaggio dell’azienda dalla galassia IRI in fase di costituzione all’IFI di proprietà della famiglia Agnelli, operazione che avviene in un particolare e complesso momento della storia industriale italiana che ho raccontato proprio in riferimento alle vicende Ferrania nella serata NOC a questa dedicata.
La cessione avvenne proprio perché l’azienda aveva riguadagnato, in pochi anni e grazie allo sviluppo messo a segno dal nuovo management, un adeguato valore di mercato che divenne merce di scambio nell’ambito delle operazioni di riassetto delle proprietà confluite nel neocostituito Istituto di Ricostruzione Industriale.
Sempre a metà anni ’30 Ferrania acquisisce la proprietà della Cappelli di Milano, azienda di grande tradizione, specializzata nella produzione di lastre fotografiche.

Milano, 1934 circa, al centro dell’immagine seduti, da sinistra, Franco Marmont, Presidente della Film – Fabbriche riunite Cappelli e Ferrania con a destra Michele Cappelli
Sarà proprio nella sede della Cappelli in Via Contardo Ferrini che prenderà via prima della guerra e si svilupperà poi sul finire degli anni ’40 attraverso un ampliamento del sito produttivo, la produzione di apparecchi fotografici.
La Cappelli, come del resto Ferrania, era specializzata nella produzione di materiali sensibili in bianco e nero. L’inizio della sperimentazione del colore, dunque, che vede nel 1941 il varo del primo materiale sensibile applicato ad una ripresa cinematografica, non può che essere partito qualche anno prima in una lungimirante visione delle future evoluzioni del mercato.
Gli eventi bellici, come osserva nel suo scritto Giulio Monteleoni, portano ad un rallentamento del processo evolutivo in atto ma non lo arrestarono tant’è che nel 1949 vede la luce la nuova emulsione fotografica.
Di quell’anno è la brochure di presentazione della nuova pellicola nella versione fotografica, mostrata di seguito, la cui grafica fu curata da Romolo Castiglioni autore anche di numerose altre grafiche pubblicitarie di quel periodo.


interessante la scelta della narrazione di questa brochure che utilizza l’espediente dell’autorità per decantare le qualità della pellicola e le regole di utilizzo – siamo del resto nel 1949
Questo materiale si inserisce nel contesto della comunicazione di Ferrania che trovo affascinante al pari di quella della Nippon Kogaku realizzata da Yusaku Kamekura.
Il claim che caratterizzerà anche le successive pubblicità della Ferraniacolor ruota attorno al concetto di pellicola realizzata per rendere in modo adeguato le cromie tipiche dei paesaggi italiani, fattore questo che al di là della sua reale consistenza mette in risalto la necessità di identificare agli occhi del mercato, con riguardo anche a quello internazionale, il valore distintivo di questa emulsione.


La concorrenza, infatti, rafforza nel dopoguerra in alcuni paesi, tra i quali il nostro, una presenza capillare che può essere contrastata solo attraverso un altrettanto capillare presidio. Anche in questo caso Ferrania mette a punto già nel periodo prebellico e successivamente rafforza, un’organizzazione di vendita di tutto rilievo alla quale peraltro si appoggia la Galileo, sempre nel secondo dopoguerra, per la distribuzione della linea di fotocamere Condor prodotte a Firenze che riporteranno di conseguenza impresso anche il marchio Ferrania.
Nel 1964 IFI cede la proprietà all’americana 3M che sostituirà nel tempo il proprio marchio a quello storico di Ferrania. Le linee produttive di materiale sensibile, commercializzato nell’ultimo periodo sotto diversi marchi, si fermeranno definitivamente nei primi anni duemila.
Max Terzi
alcune pagine della brochure Ferraniacolor del 1949








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