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Da Jacques Bogopolski al progetto Beyond the Bolex – prima parte

L’interesse per la fotografia ha, nel periodo tra le due guerre, un momento di forte crescita, spinta anche dalla diffusione di apparecchi maggiormente compatti e di sempre più semplice ed affidabile utilizzo.

Ne sono prova, ad esempio, il lancio da parte di Franke e Heidecke della Rolleiflex e di quello da parte di Leitz della fotocamera di Oskar Barnack.

Tra i casi di quegli anni, scoprii qualche tempo fa quello di Jacques Bogopolsky.

Siamo alla fine degli anni ’90 e collezionavo fotocamere ormai da qualche anno, con pochi quattrini a disposizione e parecchia curiosità nel trovare qualcosa che fosse meno noto anche nell’ambito dei tradizionali marchi europei e giapponesi e che, nel contempo, avesse un costo accessibile.

Per intenderci in quegli anni collezionavo Voigtlander, marca che certamente aveva il primo requisito ma non aveva, almeno a quei tempi, il secondo.

Non potendomi poi permettere una Hasselblad avevo recuperato una Zenza Bronica S, che in termini di particolarità non è di certo seconda a nessun’altro fotocamera dell’epoca e che è stata, per anni, la mia fidata 6×6 insieme alle sue splendide ottiche Nikkor.

Sfruttando il consiglio di un amico creai un account Ebay negli Stati Uniti e rovistando tra gli annunci di macchine fotografiche vintage mi imbattei in alcune buffe ed alquanto improbabili, almeno per gli standard ai quali ero abituato, fotocamere 35 mm.

A richiamare la mia attenzione furono tuttavia delle piccole macchine di forma trapezoidale marchiate “Bolsey”.

Il costo contenuto dell’acquisto era all’epoca un approccio prudente: non esisteva ancora Paypal e i pagamenti verso l’estero potevano essere effettuati con il sistema del money transfer che tuttavia aveva un costo sensibile e comportava commissioni sia per chi pagava sia per chi riceveva il denaro. In alternativa si mettevano poche decine di dollari in una busta e si rimaneva in religiosa attesa.

Le Bolsey avevano il vantaggio di avere un certo fascino, almeno in foto, e di costare poco.

Ne acquistai una, poi una seconda, poi una terza, poi qualche accessorio e scoprii un mondo.

Scoprii che la “Bolsey Corporation of america” era una azienda fondata subito prima della seconda guerra mondiale da un personaggio di origine ucraina, arrivato negli USA nel 1939 dalla Svizzera dove aveva vissuto per più di vent’anni.

Si trattava per l’appunto di Jacques Bogopolski nato a Kiew nel 1896 da una famiglia di origine ebraica e trasferitosi in Svizzera nel 1912.

Jacques aveva lasciato la Russia nel 1912 per studiare medicina a Ginevra e una volta scoppiata la rivoluzione perse ogni contatto con la famiglia, situazione questa che sarebbe durata, con alcune pause, per tutto il resto della sua vita.

Benché le notizie di quegli anni siano molto poche, si sa che Jacques lavorò in Svizzera, probabilmente per pagarsi gli studi, anche come ritrattista mentre frequentava la scuola di medicina che non risulta abbia mai terminato.

Merita spendere qualche considerazione su Ginevra che è storicamente il fulcro nella regione svizzera nota per la costruzione di orologi. L’industria orologiaia svizzera all’inizio del XX secolo, nel tentativo di ristabilire la concorrenzialità persa a vantaggio di inglesi e americani, vive un particolare periodo di fermento e di rinnovamento.

Nei primi decenni del ‘900 infatti gli orologi svizzeri furono per primi dotati di funzioni supplementari, quali il calendario o il cronometro. Negli anni Venti, Rolex costruì il primo orologio impermeabile mentre nel 1926 fu realizzato il primo orologio da polso automatico.

In questo clima e in una regione ricca di competenze di meccanica di precisione, Bogopolski sviluppa una serie di apparecchi, il cui capostipite, che risale al 1923, è la Cinegraph BOL una curiosa cinepresa 35 mm che può effettuare riprese e scatti singoli.

La Cinegraph BOL all’occorrenza può essere trasformata in proiettore o in un ingranditore per la stampa. Questo tipo di apparecchio multiuso non è in quel periodo unico nel suo genere, la Cinegraph è tuttavia il più compatto, con un peso di soli 1,7 kg può ospitare fino a 10 metri di pellicola 35 mm a differenza dei 5 metri di apparecchi simili. Per questo apparecchio Bogopolski ottiene il brevetto in Germania il 24 marzo 1924.

Nel 1926 presenterà la ben nota cinepresa Bolex per il formato 16 mm – il cui progetto verrà in seguito acquisito dalla società Paillard.

Qualche anno dopo Jacques progetterà anche la meno nota BOLCA 35 mm, fotocamera reflex monobiettivo che più tardi verrà sviluppata con il marchio ALPA dalla Pignon, azienda che, guarda caso, fabbricava componenti per orologi.

La foto qui sopra, tratta dal sito dello Swiss Camera Museum di Vevey, sul lago di Ginevra, ritrae la BOLCA I custodita nel museo dal 2008 insieme ad un vasto repertorio di fotocamere ALPA.

La ragione per la quale Bogopolski, alla fine degli anni ‘30, cedette la partecipazione nella Bolex Paillard, i progetti ed i relativi diritti non è pianamente nota ma è facilmente immaginabile.

Le sue origini e il clima che caratterizzava in quegli anni l’Europa fecero probabilmente compiere a Jacques la scelta prudente di lasciare la Svizzera alla volta degli USA.

Di certo si sa che sulla spinta della collaborazione con Bogopolski, Pignon SA inizia già dal 1933 a creare le condizioni per la costruzione di una piccola macchina fotografica.

I primi esemplari della serie di fotocamere reflex a specchio, monobiettivo, per pellicola 35mm, sviluppate fino al 1941, furono completate nel 1939, ma il nome del prodotto ALPA Reflex non nacque prima della produzione della successiva serie nel 1942 quando cioè Bogopolski aveva già abbandonato la Svizzera. La prima serie di fotocamere marchiate ALPA fu venduta, ad eccezione di alcune esportazioni statunitensi, esclusivamente in Svizzera.

Si può presumere che il nome ALPA derivi probabilmente dalla zona “alpina” di produzione o dal fatto che, essendo la fotocamera molto leggera, compatta e maneggevole per l’epoca, fosse adatta per la fotografia in montagna.

La macchina progettata da Bogopolski era molto innovativa e anticipava alcune novità che sarebbero poi comparse nel dopoguerra. La visione reflex, pur abbinata ad un mirino ausiliario con telemetro, era per il formato 35 molto limitata dal fatto che per le ottiche di corta focale la distanza tra l’ultima lente il piano pellicola non consentiva agevolmente l’alloggiamento dello specchio.

Per risolvere il problema occorrerà attendere fino al 1950, anno in cui Pierre Angénieux svilupperà le prime ottiche con schema retrofocus per fotocamere 35 mm. Un Obiettivo retrofocus è infatti quello nel quale la distanza tra la lente posteriore e il piano focale è maggiore della lunghezza locale.

La serie di fotocamere ALPA verrà poi sviluppata nel secondo dopoguerra sulla filosofia costruttiva della prima BOLCA con una serie di miglioramenti susseguitisi nel tempo, fino all’introduzione, con un conteso primato, nel 1964 della prima fotocamera con lettura esposimetrica attraverso l’obiettivo: la 9d.

Ma questa è un’altra storia che merita un approfondimento a parte.

Massimiliano Terzi.

Segue nella seconda parte venerdì 1 febbraio 2019

 

Bibliografia e sitografia: Swiss Camera Museum, Vevey, CH; brochure ALPA Camera, Beyond the Bolex: a documentary film.

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