Canon Reflex con ottiche FL – prima parte

I primi anni ’60 furono densi di novità nel mondo dei produttori di apparecchi fotografici reflex 35mm.

Come ho già avuto occasione più volte di sottolineare, l’uscita nel 1959 della Nikon F costituisce un punto di svolta verso una concezione più moderna di reflex con caratteristiche che per la prima volta si discostano dalle precedenti produzioni, siano esse occidentali o orientali.

Il valore della nuova fotocamera della Nippon Kogaku verrà tuttavia compreso e celebrato solo ex post quando ci si renderà conto, osservando l’evolversi del mercato, di come questo apparecchio sia stato anticipatore di una nuova filosofia.

Nello stesso anno, siamo nel 1959, un’altra azienda giapponese propone il proprio standard di reflex 35mm e lo fa attraverso un apparecchio che presenta alcune caratteristiche in comune con la sua diretta concorrente, in primis quella della modularità.

Le Canonflex, meno note nell’immaginario collettivo rispetto a Nikon F, scontarono la scelta di Canon di non aver più di tanto investito nello sviluppo di questi modelli, puntando sull’evoluzione di apparecchi 35mm a telemetro con ottiche intercambiabili ambito nel quale l’azienda raggiungerà traguardi di assoluta eccellenza.

Eppure le Canonflex erano interessanti fotocamere con soluzioni diverse da quelle adottate da altri produttori come ad esempio la leva di avanzamento posizionata sul fondello o lo strano sistema della doppia ghiera del diaframma sulle ottiche.

il particolare posizionamento della leva di ricarica della Canonflex che poi ritroviamo anche sulla Canonet del 1960

L’evoluzione dei modelli Canonflex, avviene nel giro di tre anni, prima con la comparsa nel 1960 della velocità massima a 1/2000 di secondo nel modello R2000, poi con il modello RP ed infine nel 1962 con il modello RM.

Canonflex R2000 del 1960

La RM ha l’esposimetro incorporato con cellula esterna al Selenio ma rinuncia alla prerogativa della modularità come già accaduto per la RP.

Canonflex RM del 1962

Devo dire che per gli appassionati Canonflex la RM non è esattamente considerata una evoluzione dei precedenti modelli.

Questa fotocamera ha tuttavia un valore rilevante nella storia Canon perché esce nell’anno di sottoscrizione dell’accordo tra la casa giapponese e l’americana Bell e Howell.

L’influenza degli importatori, soprattutto nel mercato americano, condizionò e non poco le politiche produttive di molti industriali del settore, basti pensare a Beseler per Topcon a Willoughby per Hasselblad o a Ehrenreich per Nikon.

Bell e Howell vede i buoni risultati di vendita delle Canon a telemetro come di buon auspicio per dar battaglia a Leitz rappresentata negli U.S.A. da una emanazione della casa di Wetzlar.

Questo spiega la politica di Canon che sviluppa fino alla fine degli anni ’60 questa tipologia di apparecchi e motiva anche lo stop nell’ evoluzione delle Canonflex verso una nuova generazione di fotocamere reflex.

Non belle, originali o innovative ma che vendano, nel pieno pragmatismo americano.

Occorre inoltre osservare che per le fotocamere a telemetro Canon sviluppa un parco ottiche di assoluto riguardo tra le quali annovera anche il superluminoso 50mm 0,95.

Le novità in uscita tra il 1963 ed il 1964, provenienti da Tokyo Kogaku con la Topcon RE Super e da Asahi Pentax con la Spotmatic, introducono nuovi punti di riferimento sui sistemi esposimetrici che vengono così integrati nelle fotocamere permettendo la lettura della luce che effettivamente arriva alla pellicola.

Questi sistemi hanno cellule al Solfuro di Cadmio posizionate dietro al pentaprisma piuttosto che nello specchio reflex, un completo accoppiamento a tempi e diaframmi e la necessità di essere alimentate attraverso una batteria.

Gran parte di questi sistemi, pur disponendo di ottiche a diaframma automatico, richiede ancora la chiusura di questo al valore di lavoro per calcolare l’esatta esposizione: il cosiddetto Stop Down.

L’unica e la prima a consentire all’epoca una lettura a tutta apertura è la Topcon RE Super.

Vi è quindi in quegli anni un cambio di paradigma tra sistemi esposimetrici con cellula esterna al selenio normalmente non accoppiati o parzialmente accoppiati a tempi e diaframmi, a sistemi interni con lettura della luce proveniente dall’obiettivo che per questa ragione vengono battezzati Trought The Lens o TTL.

Vale la pena ricordare, più per dovere di cronaca, che nel 1965 la svizzera Pignon presenta la Reflex Alpa 9d con esposimetro TTL con lettura Stop Down.

estratto dalla brochure del 1967 dell’Alpa 9D, notare la dettagliata descrizione del sistema di lettura TTL che prevede anche la compensazione automatica della luce parassita proveniente dal mirino

Si trascura spesso il fatto che la più conservativa tra le aziende produttrici di reflex 35mm fu in quella circostanza tra le più innovative.

Anche la reale portata innovativa dell’introduzione dell’esposimetro TTL fu compresa successivamente, allorquando pressoché tutti i produttori si orientarono, nella seconda metà degli anni ’60, verso questa tipologia di sistemi, definendo quindi un nuovo standard e costringendo anche i più retrivi ad adeguarsi.

Nikon stessa introduce nel 1962 il primo Photomic con cellula esterna, nel 1965 il primo TTL e solo nel 1968 il più evoluto Photomic, l’FTN.

Nel frattempo la Pentax Spotmatic, che non brillò nella sua carriera né per innovazione né per eccellenza costruttiva, vendette un numero record di esemplari nell’ambito dei vari modelli via via susseguitisi.

Sul tema dell’innovazione, basti pensare che il sistema TTL a tutta apertura fu introdotto solo nel 1973 con la Spotmatic F, anche in ragione della difficoltà di posizionare il comando del simulatore del diaframma nel ristretto spazio dell’innesto a vite 42×1.

Sulle motivazioni del successo di vendita della serie Spotmatic vi sono numerose teorie, nessuna dal mio punto di vista vera in senso assoluto, ma piuttosto nel loro insieme valide a dimostrazione di come la somma delle caratteristiche tecniche e di commercializzazione di questi apparecchi non fu mail presente su fotocamere della concorrenza o in gran parte lo fu quando ormai anche le Spotmatic erano avviate sul viale del tramonto.

Nel contesto prossimo alla prima metà degli anni ’60, oltre ai casi visti sopra, fanno la loro comparsa anche i nuovi modelli di reflex Canon.

Come dicevo in apertura, l’approccio di Canon fu particolare rispetto al resto dei produttori ma dovette poi in qualche modo adattarsi alle esigenze del mercato sempre più orientato verso la produzione di apparecchi reflex 35mm.

Nel 1964 escono quindi due nuovi modelli con i quali viene introdotta una nuova serie di ottiche che reca la sigla FL.

Canon Reflex presentate tra il 1964 ed il 1966

Questi obiettivi non possono essere utilizzati sulle precedenti Canonflex e non vi è nemmeno piena compatibilità delle poche focali R prodotte sulle nuove reflex con innesto FL.

Il motivo di questa non compatibilità risiede nel diverso sistema di comando del diaframma che sulle ottiche R viene armato in fase di ricarica dell’otturatore e attivato all’apertura di lavoro in fase di scatto attraverso due comandi separati.

In caso di sostituzione dell’obiettivo a macchina già carica, occorre quindi accertarsi che il diaframma sia armato, pena uno scatto a tutta apertura a prescindere dal diaframma selezionato sulla ghiera principale.

Per l’esordio della nuova serie, i cui modelli hanno guarda caso il prefisso F, Canon fa una scelta tutto sommato conservativa rispetto ai concorrenti, pur presentando il modello FX, completamente ridisegnato rispetto alla precedente serie Canonflex.

copertina della brochure della Canon FX

Il primo, un po’ come accade per la prima reflex Leitz uscita lo stesso anno, ha l’esposimetro integrato nel corpo macchina con una cellula esterna al CdS che nel caso della FX è posizionata, guardando la macchina, a destra della cassetta reflex sulla parte frontale della calotta.

Canon FX – notare la cellula dell’esposimetro esterna ben visibile in foto sul lato destro guardando l’apparecchio

La lettura della corretta esposizione avviene attraverso una finestra rettangolare posizionata tra il prisma e il manettino di riavvolgimento pellicola, nella quale scorre una banda accoppiata alla selezione dei tempi, attraverso la quale è possibile visualizzare il valore del diaframma, indicato da un ago mobile collegato alla cellula.

Il valore di diaframma indicato andrà poi riportato sull’obiettivo.

finestrella di lettura del valore del diaframma

La FP è di fatto identica alla FX ma non ha l’esposimetro incorporato.

Per questo modello è disponibile un esposimetro opzionale che si monta sulla slitta porta accessori del prisma.

Canon FP con esposimetro opzionale

Ma sui dettagli di questi due modelli tornerò più avanti.

A questo approccio conservativo fa seguito nel 1965 la presentazione di un terzo modello.

La logica produttiva e commerciale di Canon è stata in più occasioni disruptive, termine che identifica un comportamento contrario alle logiche comuni, aspetto che che ho già avuto modo di citare nell’articolo sulla Rolleiflex SL2000F.

Questo termine non significa necessariamente innovazione, quanto l’agire al di fuori degli schemi proponendo ad esempio prodotti più evoluti a target di clienti consumer, piuttosto che sviluppando prodotti fuori dalle regole di mercato o della concorrenza.

Troverete nella letteratura su Canon spesso il commento che l’azienda aspettava i prodotti della degli altri produttori e poi faceva il contrario.

Questo comportamento è assolutamente riscontrabile ad esempio nell’abbandono, effettuato più volte, dell’innesto delle ottiche verso un sistema diverso e non retrocompatibile: Canon R verso FL, FD verso FL e da ultimo EF verso FD.

Lo è anche nel mantenimento in listino degli apparecchi a telemetro ad ottiche intercambiabili di standard elevato o nel complesso sistema di accessori delle serie F1.

Quello che accade nel 1965 è dunque la presentazione di un modello molto particolare che rappresenta l’interpretazione di Canon dell’apparecchio reflex 35mm moderno: la Canon Pellix.

Nella carrellata dei modelli FL che porteranno all’inizio degli anni ’70 alla Canon F1 e del nuovo parco ottiche FD, parto dalla Canon Pellix pur non rispettando cronologicamente l’ordine di uscita delle fotocamere presentate dal 1964 in poi.

pubblicità francese della Canon Pellix, in Italia questa fotocamera non fu molto reclamizzata

La Canon Pellix è praticamente scomparsa dal mercato dell’usato, complice da un lato l’estrema delicatezza di alcune sue componenti, il cui ammaloramento rende di fatto inseribile la fotocamera, dall’altro l’immagine che porta con sé questo modello ritenuto ingiustamente dai più, un inutile esperimento.

Nemmeno la Pellix, precisiamolo subito, fu una macchina innovativa.

È tuttavia altrettanto vero che molte delle soluzioni che adottò furono poi riprese anche al difuori di Canon.

Esteticamente identica ai due precedenti modelli FX ed FP, la Pellix monta uno specchio reflex fisso semiriflettente che devia il 30% della luminosità al mirino reflex ed il 70% alla pellicola.

lo specchio fisso semiriflettente della Canon Pellix

Una soluzione simile è all’epoca già adottata sulle cineprese 16mm reflex, prima da ARRI e poi da Bolex così da garantire la visione continua del campo effettivamente inquadrato anche durante la ripresa.

Una soluzione identica a quella della Canon Pellix verrà poi riproposta ad esempio da Nikon con le F2H/F3H e da Canon stessa con le EOS RT ed EOS1n RS.

In tutti i casi l’adozione dello specchio semiriflettente è funzionale all’aumento della velocità di scatto favorita anche da sistemi di motorizzazione potenziati.

Un’altra delle prerogative della Pellix è il posizionamento della cellula esposimetrica che viene attivata, in fase di lettura, attraverso un braccio incernierato che la posiziona davanti alla tendina dell’otturatore.

schema di funzionamento dell’esposimetro della Canon Pellix, dalla brochure di presentazione del modello QL, 1966

Anche questo sistema non è nuovo e lo troviamo ad esempio sulla Bolex D8L, cinepresa 8 millimetri non reflex degli anni ’50, attraverso la piccola cellula, in questo caso al Selenio, che compare dietro l’ottica di ripresa, all’attivazione dell’esposimetro.

La stessa soluzione la troveremo ad esempio poi sulla Leica M5 o sulla Leica CL.

La cellula esposimetrica della Pellix ha forma rettangolare ed introduce il sistema di lettura che poi troviamo dal successivo modello FT del 1966 nel quale un piccolo specchio semiriflettente viene posizionato all’interno del vetrino di messa a fuoco e la cellula dietro di questo, sotto l’oculare del mirino.

Canon FT senza calotta e prisma; notare la specchiatura obliqua nel vetrino di messa a fuoco e l’indicazione, nel quadrato arancione, della cellula dell’esposimetro visibile sono con il vetrino smontato.

La vita della Pellix che terminerà alla fine degli anni ’60 fu piuttosto tribolata e divise ancor più, rispetto ad altri modelli capaci di generare aspre controversie, il mondo degli utilizzatori ed appassionati tra detrattori ed entusiasti.

le principali testate italiana di stampa specializzata non si occuparono un granché della Pellix; in foto due titoli apparsi rispettivamente sul numero di Progresso Fotografico dell’agosto del 1965 e di Fotografare di luglio del 1968; sul contenuto dei due articoli tornerò più avanti

Canon cercò negli anni di produzione di supportarne l’immagine in mezzo a feroci critiche sull’inutilità di disporre di una reflex a specchio fisso e a convinti sostenitori delle grandi opportunità di ripresa che questo sistema forniva.

Su tutto vi erano problematiche oggettive rispetto al facile deterioramento della delicata pellicolatura specchiata dalla quale peraltro deriva il nome Pellix dato al modello.

Per questa ragione Canon garantiva un rapido ed economico servizio di sostituzione degli specchi semiriflettenti così da assicurare un piena e costante utilizzabilità dell’apparecchio.

Un secondo aspetto critico era il possibile accumularsi di polvere sullo specchio con effetti sulla qualità dell’immagine.

Il fenomeno, più o meno visibile a seconda della focale utilizzata, riproduce cinquant’anni prima, le stesse problematiche di utilizzo delle più recenti fotocamere digitali mirrorless.

Peraltro, così come accade oggi sulle digitali, gli improvvidi tentativi di pulizia generavano un danno in alcuni casi irreversibile.

Un ultimo aspetto, questa volta solo a svantaggio della nostra povera Pellix, è la possibilità di ingresso di luce parassita dal mirino sia in fase di lettura dell’esposizione sia in fase di ripresa.

Per ovviare a questo inconveniente la Pellix è dotata di un sistema a serranda di chiusura dell’oculare comandabile attraverso una ghiera coassiale con il manettino di riavvolgimento della pellicola.

particolare della ghiera di comando del meccanismo di chiusura dell’oculare; la stessa ghiera, ruotata a fine corsa in senso orario, funge anche da test della batteria

Va da sé che se il mirino è tappato non si potrà inquadrare nulla e che questo sistema sia utilizzabile solo in fase di ripresa quando la fotocamera è ad esempio sul treppiedi.

Nelle altre situazioni di ripresa la fotocamera deve essere teneuta sempre bene incollata all’occhio.

Un altro problema rilevante riguarda la possibilità che una esposizione diretta e prolungata ai raggi solari possa deteriorare lo specchio e scaldare le tendine che, per questa ragione, sono realizzate in metallo e non in tela gommata come sulla FX, FP ed FT.

Da ultimo vi è il fatto che la taratura dell’esposimetro tiene conto della percentuale di luce deviata al mirino che dicevamo essere pari al 30%.

Occorre quindi considerare che in caso di malfunzionamento dell’esposimetro della macchina non è poi così banale effettuare una lettura corretta utilizzando un esposimetro esterno, lettura che dovrà tenere conto del 70% della luce che effettivamente arriverà alla pellicola.

Questo inconveniente, presente anche nelle cineprese Bolex Reflex, è stato su queste risolto compensando i valori dei diaframmi delle ottiche ad esse dedicate che sono per questo motivo marchiate RX e non sono compatibili con i modelli H16 non reflex.

Per Canon questa soluzione non era percorribile, giacché la Pellix condivide le ottiche FL con gli altri modelli non dotati di specchio semiriflettente.

Vi sono tuttavia anche alcuni indubbi vantaggi legati all’utilizzo di questo apparecchio che ne giustificano, almeno dal mio punto di vista, l’esistenza e ne suggeriscono, anche oggi, l’utilizzo.

Primo fra tutti, il pieno controllo del campo inquadrato sia con i teleobiettivi, che sulle fotocamere reflex dell’epoca generano di norma una banda nera nella parte superiore del mirino, sia nell’assenza del completo oscuramento del mirino nel monento fatidico dal ribaltamento dello specchio in fase di scatto.

Sembra una banalità, ma le prime volte che vi doveste trovare a scattare con la Pellix, se non fate mente locale al particolare tipo di apparecchio che avete tra le mani, avrete la netta sensazione di non aver scattato alcuna foto.

La sensazione è acuita dal fatto che oltre a non vedere il mirino oscurarsi non sentirete nemmeno le vibrazioni dovute al movimento dello specchio.

La Pellix non è in assoluto più silenziosa ad esempio della FT, ma ha decisamente meno vibrazioni, il che si traduce in maggiori possibilità di utilizzare la macchina a mano libera con tempi lenti.

Sulla percezione delle vibrazioni influisce lo standard al quale si è abituati.

Mi vengono in mente reflex 35mm, certamente più moderne, come la Leica R8 nella quale il movimento dello specchio e realmente impercettibile.

Se invece utilizzate una anziana Zenza Bronica S, il cui scatto genera un effetto simile al rinculo di un fucile d’assalto, noterete ben la differenza usando una Canon Pellix.

Nell’articolo apparso nell’agosto 1965 su Progresso Fotografico queste sono le conclusioni alle quali arriva la rivista dopo una dettagliata disamina delle caratteristiche della fotocamera: La Canon Pellix indica la strada secondo cui i futuri sviluppi della tecnologia del sistema reflex muoveranno. L’apparecchio appare estremamente interessante e ci auguriamo che nei prossimi modelli vengano ovviate quelle lacune che ora ci sembrano piuttosto gravi. 

Quello che accadde negli anni successivi lo vedremo nella seconda parte.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

prosegue nella seconda parte

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