Ventuno in campo

Grandi Maestri della fotografia come Jeanloup Sieff ed altri, ci hanno insegnato come il sapiente uso della focale da 21mm, sia lo spartiacque tra foto normali e foto che emozionano.

L’uso di questa focale, in stretto rapporto con il soggetto, restituisce una sensazione intimista, con un primo piano monumentale ed un esteso sfondo descrittivo. Da non trascurare la relazione con il soggetto da riprendere; se umano, è importante instaurare un rapporto preventivo, altrimenti grazie alla velocità di azione, dovuta alla grande profondità di campo, si può scattare cercando di passare inosservati.

Ricordo ancora il tedioso refrein secondo cui il 21mm andava utilizzato di rado e solo quando si doveva coprire un ampio scenario, allorchè il campo di visione del 28mm e del 35mm risultava essere troppo ristretto. In pratica la focale da 21mm era stata relegata alla realizzazione di panorami, cartoline o giù di li. Ebbene, da allora di acqua sotto i ponti ne è scorsa tanta ed il vetusto paradigma è stato soppiantato da splendidi reportage, che nei fatti hanno smentito l’antico adagio. Gli obiettivi da 35mm e da 28mm, infatti, sono oramai considerate focali “normali”, laddove invece il 50mm è definito addirittura un piccolo “tele”. Di conseguenza un 21mm accompagnato da un 35mm o un 50mm, può considerarsi un versatile equipaggiamento, nel reportage urbano e non solo. Focali più corte del 21mm, come ad esempio un 16mm, sono da preferire più per un uso specifico, in rapporto ad un tipo di ripresa architettonica piuttosto che naturalistica, ma anche qui non ci sono dogmi, sicchè spesso ci si imbatte in foto che tentino di imprimere al messaggio visuale un energico impatto oppure una sorta di forte caratura artistica, come nella fotografia di moda, dove prevalgono sempre di più, audaci rappresentazioni che strumentalmente vogliano enfatizzare le forme di un capo di abbigliamento, piuttosto che della modella che lo indossi.

A volte nella sala d’aspetto del dottore, se non ho portato un libro, valorizzo il tempo d’attesa, osservando riviste femminili con immagini di moda. Non è il mio campo di elezione, tuttavia gradisco osservare quegli scatti, ottenuti in sala posa o per strada. Guardandoli con spirito neutro ma consapevole, a lungo andare si impara molto. Il riempimento dei fotogrammi, piuttosto che i dispiegamenti dinamici dei soggetti lungo le sezioni auree, ma anche altre ed eventuali, permettono con il tempo di affinare la propria qualità di osservazione, sviluppando una intuitiva dimestichezza alla visualizzazione, così da implementare una specifica sensibilità. Questa attività istruttivo/ educativa, a lungo termine, può arricchire un personale patrimonio, da impiegare allorchè ci si ritrovi con una Leica in mano, nell’atto o se si vuole, nel tentativo, di scattare qualche immagine, di senso costrutto o presunto tale.

La grande profondità di campo del 21mm, nella comune pratica fotografica a medie e lunghe distanze, permette di operare in sicurezza con la tecnica dell’iperfocale, rendendo inutile il ricorso alla messa a fuoco. Basta scattare con una qualsiasi Leica a telemetro, posta sul fianco, oppure tra la pancia e il petto, per riprendere scene di strada che diversamente si sarebbero perse inesorabilmente, lasciando spazio al frustrante retrogusto: “… potevo ma non avevo la focale idonea” oppure “… potevo ma non l’ho fatto per timidezza”. Già, la timidezza, sembrerebbe non entrarci nulla questo umano atteggiamento, eppure nel campo specifico della fotografia è un ingrediente dirimente. Specie con le focali corte, è importante disporsi in una condizione emotiva di afferenza empatica, perché stare spesso lontani dal soggetto, come diceva Capa, significa aver sbagliato la foto. Ecco quindi che entra in gioco il fattore psicologico, che aiuta a predisporre l’animo all’incontro con l’altro, anche e sovente sconosciuto. Titubanze, ritrosie o timidezze, faranno la differenza. Ciò non significa certo invogliare alla sfrontata e spavalda maleducazione.

Passiamo ad osservare qualche immagine scattata con il 21mm, senza alcuna intenzione esibizionistica, men che meno per supposta velleità artistica, ma solo come ausilio propedeutico, avendone per anni esplorato le potenzialità, che me lo hanno fatto apprezzare, come strumento eclettico-creativo. Mi scuso per la bassa qualità delle immagini, trasferite da ottime diapositive e pellicole, ad uno scanner scarso, che ne ha impoverito nitidezza, contrasto e colori. In questo caso poco importano comunque questi seppur importanti parametri tecnici, piuttosto l’interesse è concentrato su un ventaglio di proposte circa l’uso, dal quale risalta l’estesa duttilità operativa della focale da 21mm.

 

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Giuseppe Ciccarella

 

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One Comment

  1. Davide Tambuchi Reply

    Per me è già “insano” un 24mm, il 20mm è addirittura estremo. Il grandangolo spinto è di moda, ma secondo me falsa un po’ troppo la prospettiva. Lo uso talvolta, ma con “prudenza”. Mi trovo a mio agio con focali da 35 a 58mm (quella del mitico Helios russo, un po piu’ “strettino” del classico 50mm) e faccio quasi sempre un pochino di crop. La mia focale preferita resta sempre il 50mm perchè non falsa la prospettiva, è l’estensione naturale del mio occhio. Forse perchè per decenni ho scattato quasi sempre solo con Zorki + 50mm o Praktica + Pentacon 50mm. Questione di abitudine.

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