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Operation “Apache Snow” Terza parte

Operation “Apache Snow” Terza parte

Prima parte – Seconda parte

 

Un riscatto femminile.

La guerra nelle retrovie era anche una guerra combattuta contro i pregiudizi nei confronti delle donne.

Ad onor del vero, ripercorrendo le fasi storiche che hanno caratterizzato la storia degli Stati Uniti d’America, le va riconosciuto il merito come capofila ed antesignana tra le nazioni, circa la rivendicazione per i diritti delle donne, riferendomi con questo assunto alla prima convenzione sui diritti delle donne avvenuta nella “Wesleyan Chapel” a Seneca Falls (New York) il 19 e 20 luglio 1848.

Ricordo sommessamente che la proclamazione del Regno di Italia è avvenuta nel 1861, tanto per dire che l’Italia, come entità politica unitaria, era ancora da venire, mentre negli Stati Uniti, già si discettava e soprattutto si decideva circa i diritti delle donne, dimostrandosi e affermandosi come società sensibile, organizzata e moderna.

Circa 300 persone parteciparono alla conferenza e alla sua linea programmatica; 68 donne e 32 uomini, stabilirono una convenzione, firmando la Dichiarazione dei sentimenti. Lo stile e il formato della dichiarazione era quello della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America; il topos dell’enunciato recitava così:

“Teniamo in considerazione che queste verità siano evidenti, che tutti gli uomini e le donne siano creati uguali e dotati dal loro Creatore con certi diritti inalienabili”.

La stessa dichiarazione inoltre affermava:

“La storia dell’umanità è una storia di ripetute lesioni e usurpazioni da parte dell’uomo verso la donna”.

La Dichiarazione delineò i perimetri entro cui le controversie femminili si scontravano con le leggi che negavano alle donne sposate la proprietà dei salari, del patrimonio e della proprietà privata (… laddove erano state sempre obbligate a rivolgersi ai loro mariti), la mancanza di accesso da parte delle donne all’istruzione e alle carriere professionali e lo status inferiore accordato alle donne dalla maggior parte delle comunità ecclesiali. Infine la Dichiarazione affermava che le donne avrebbero dovuto avere il diritto di voto. Proseguendo nei passaggi successivi sempre importanti e determinanti, per sintesi, si arriva ad un punto importante, allorchè il movimento crebbe con le vittorie giuridiche ottenute con l’Equal Pay Act del 1963, il titolo VII del Civil Rights Act (1964) che vietava la discriminazione sessuale sul posto di lavoro.

Fonte: Wikipedia

 

La digressione storica la ritenevo necessaria per puntualizzare come le conquiste dei diritti delle donne provengano da lontano e siano comunque il frutto, di tante piccole affermazioni, di lunghe lotte, durate decenni, principalmente negli USA, instancabile pioniere in queste sensibilità e nazione dirimente in questo tema, nell’intero consesso internazionale. Una istanza culturale e un sentimento, storicamente sempre molto avvertiti, da grande nazione all’avanguardia, quale fin dagli albori è stata e continua a dimostrare di essere, solidamente protesa al progresso sociale in tutti i settori della società, pur nelle difficoltà e nelle eclatanti contraddizioni, spesso anche paradossali. Le indefesse e fervide attività politico-sociali hanno sempre riscosso importanti conquiste, nell’acquisizione dei diritti femminili, con benefiche ricadute sull’Europa, anche se sovente si sente dire: “… dagli USA adottiamo solo e sempre le consuetudini peggiori ”.

Tuttavia il cammino da percorrere non è concluso, basti pensare al recente campionato del mondo femminile di calcio dove si è messo in evidenza un movimento fondato in Cile da tre ex studentesse della rinomata Universidad Catòlica di Santiago, grandi tifose della omonima squadra femminile, molto titolata in Cile ed impegnate in distintive campagne sociali. Nel 2018 le tre appassionate, hanno fondato il suddetto movimento chiamato Nuestra Cruzada. Tra gli scopi del movimento vi è la promozione tra le donne tifose, di una campagna di prevenzione del carcinoma al seno, attraverso un periodico controllo mammografico, oltre ai temi specifici altrettanto importanti che riguardano gli atteggiamenti molesti degli uomini nei confronti delle donne, che vengono da loro monitorati e denunciati, insieme al contrasto agli atteggiamenti maschilisti di quanti proibiscono alle relative compagne di assistere alle partite di calcio con abiti, da questi ritenuti, attillati o succinti.

Nel corso del mondiale poi, seguito da milioni di persone in tutto il mondo, il team statunitense vincitrice tra l’altro del titolo iridato, ha portato alla ribalta, attraverso le sue più rinomate giocatrici, anche ferventi attiviste, il tema dei diritti remunerativi delle calciatrici, di gran lunga inferiori a quelli dei colleghi uomini. Al di là delle considerazioni economiche circa il gettito globale che il fenomeno calcistico maschile produce nel mondo, ritengo vada cassato l’antico refrain secondo cui il calcio sia uno sport “maschio” praticato da uomini. Lo sport, in assoluto, non ha sesso e l’Italia, nella fattispecie, paga purtroppo un arcaico gap, dovuto ad una vetusta atmosfera machista-maschilista ancora troppo diffusa. Basti pensare agli insulti sessisti che gli arbitri donne son costrette a sciropparsi, in giro per la nazione, dai campetti dove gli implumi sgambettanti sono sostenuti da orde di genitori, quindi uomini ma anche donne, infervorati, dall’ugola irrefrenata, avvezza ad improperi di variegata natura, verso tutto e tutti. La villània dilaga dalle serie inferiori fino al campionato maggiore, allorchè il festival dell’oltraggio spazia dal becero insulto razzistaterritoriale, passando per quello razziale, fino a raggiungere i livelli estremi del vituperio antisemita. La speranza ultima risiede nella formazione scolastica, che possa nelle nuove generazioni spazzar via quest’aria covaticcia, nonchè viziata del secolo scorso. L’invitto movimento per i diritti civili delle donne comunque non arretra e questo dato in prospettiva lascia ben sperare.

Tornando alla prima guerra moderna, in Viet Nam si è “combattuto” anche su questo specifico fronte. La copertura mediatica, per la prima volta, ha visto le donne in prima linea, tra i soldati, nel bel mezzo del conflitto. Che fosse matita su carta, dita sui pulsanti di una macchina da scrivere, maneggiando rullini fotografici, piuttosto che attraverso un microfono, una cinepresa o una telecamera, stavolta le donne, anche se in minoranza, erano li, imponendosi indefesse con determinazione.

 

I racconti di alcune donne giornaliste, inviate o inviatesi, in Viet Nam.

 

Alcune artefici del libro War Torn. Da sinistra: Denby Fawcett Jurate Kazickas Laura Palmer Edith Lederer. Photo courtesy

 

Denby Fawcett si annoiava a scrivere di feste o di cucina sul giornale di Honolulu. Determinata a scrivere notizie sostanziali dal Viet Nam, chiese ai suoi capi di essere inviata lì, ma raccolse di rimando ilarità e a quel punto si fece strada da sola.

Fawcett arrivò in Viet Nam nel 1966 con una lettera di accredito e una promessa di 35 dollari ad articolo dal giornale, The Advertiser. Aveva 24 anni a quel tempo e la sua unica esperienza come reporter, era quella per le pagine femminili dell’Honolulu Star-Bulletin.

Nella valigia un prendisole accorciato alla mini lunghezza degli anni ’60, confezionato dal sarto giapponese di sua madre, sandali, perle, occhiali scuri e un costume da bagno. Oggi dichiara candidamente: “… non avevo idea di cosa portare in guerra.”

 

Courtesy: Denby Fawcett

Lavorando al fianco del fidanzato e suo futuro marito Bob Jones, inizialmente la Fawcett fu incaricata di scrivere storie a colori sulla vita a Saigon. Quando Jones ottenne un altro incarico, la reporter alle prime armi divenne la principale corrispondente dal Vietnam per The Advertiser.

I resoconti della Fawcett nel successivo anno e mezzo rivelano una coscienza che si evolve attraverso shock di ansia e frustrazione, gioia e cameratismo. La sua era una lotta non solo per dimostrare il suo valore come giornalista, ma per affermare il posto legittimo delle donne che si occupavano del conflitto armato.
Come una delle prime giornaliste donne in Viet Nam, Fawcett ha contribuito a spianare la strada a coloro che la avrebbero seguita. Gli ostacoli erano formidabili, anche se per un giornalista in Viet Nam “… era facile essere accreditati e tu eri libera di viaggiare ovunque, dicevano i militari”, aggiunge però la Fawcett, che per uscire con un’unità, avevi comunque bisogno del permesso del comandante. Avevo 24 anni e un ufficiale mi disse: “Non ti lascerei mai uscire perché mi ricordi mia figlia”, non dicevano: “Mi ricordi di mio figlio. Potresti essere uccisa”. C’era un comprensibile paternalismo verso le donne, ma forse anche qualche pregiudizio.

 

Courtesy: Denby Fawcett

 

Il Generale William Westmoreland, comandante delle forze statunitensi in Viet Nam, si trasferì appositamente per impedire alle donne reporter di pernottare negli accampamenti delle forze militari una mossa che avrebbe reso impossibile alle giornaliste di coprire la maggior parte degli incarichi di combattimento.

In quella che si rivelò una rara manifestazione di solidarietà, Fawcett si unì ad altre giornaliste per discutere contro la proposta del Generale. Fawcett scrive: “… sapendo quanto avevamo in comune e come avremmo potuto sostenerci e confortarci a vicenda”.

Fawcett ha rivelato che a volte evitava storie che sembrassero, in prospettiva, femminili, in parte per mostrare che potevano funzionare allo stesso modo delle sue controparti maschili. Col senno di poi, dice, è orgogliosa di quelle storie, discostate dalla norma maschile, che hanno cercato di rappresentare le vite della gente media, stravolte dalla guerra.

Cresciuta negli anni ’50 di Eisenhower, Fawcett disse di essere venuta in Viet Nam con la stessa sicurezza di propositi che portavano con sé molti dei primi soldati.

“Ho sostenuto la guerra”, ha detto. “Ho creduto in un buon paese che ha fatto le cose giuste. Ma l’eredità del Viet Nam è che non è sempre stato così.”

La testimonianza di Denby Fawcett, insieme ad altre, è raccolta nel libro “War Torn: Devastato dalla guerra; Storie di guerra, lacerate dalla guerra, delle donne giornaliste che hanno coperto il Viet Nam.”

Sebbene i racconti di War Torn siano stati scritti prima degli attacchi dell’11 Settembre e delle successive azioni militari statunitensi in Afghanistan, il libro ha tratto beneficio dal crescente interesse per le persone che ora combattono, nelle nuove zone di guerra del mondo. La Fawcett, è comunque riluttante a confrontare le differenti situazioni.

“Il Vietnam era una guerra dichiarata e seguiva alcune regole convenzionali”, ha detto. “Come giornalisti, abbiamo avuto accesso e la nostra scrittura non è stata censurata. Eravamo integrate in reparti combattenti che abbiamo seguito e, in una certa misura, avevamo la loro protezione.”

“Sono preoccupata per tutti i giornalisti in Afghanistan perché sono tutti soli”, ha confessato. “Non hanno accesso con coperture di sicurezza e, a causa di ciò, a volte si mettono in pericolo per ottenere le loro storie.”

Il debutto ufficiale del libro War Torn ebbe luogo il 16 settembre 2002 a New York.

Ciascuna delle inviate ha contribuito con una sezione. Quella di Fawcett, funge da primo capitolo, in una collezione che nel suo vivido racconto aggiunge una dimensione affascinante alla comprensione americana della guerra.

Denby Fawcett scrive sul Viet Nam: “.. è la mia vita. Se mi pizzichi la pelle, il Viet Nam è lì. Se mi strofino gli occhi, il Viet Nam è sotto.”

L’ironia per la giornalista è che sarebbero trascorsi 33 anni dalla sua partenza dal paese, malata di malaria e disillusa dal ruolo del suo paese nella guerra; il Viet Nam poteva finalmente esistere nelle parole che le lasciavano la bocca e la punta delle dita.

“Quando sono tornata per la prima volta, c’era un tale sentimento negativo per il Viet Nam e persino per il fatto che ci associassimo come giornalisti”, ha dichiarato Fawcett, oggi giornalista politico di KITV News.
È stato peggio per le giornaliste come Fawcett, che hanno dovuto lottare per il diritto di lavorare a fianco delle loro controparti maschili, ma spesso non hanno ottenuto lo stesso rispetto.

“Come donne, c’era un livello di incredulità su ciò che avevamo effettivamente fatto”, ha detto. “La gente non voleva ascoltare; non voleva credere che fossimo state testimoni di ciò che avevamo visto”.

E così Fawcett e molte delle sue coetanee hanno taciuto sulle loro esperienze. Anche quando il paese è venuto a conciliare la sua più devastante sconfitta militare, mentre ha assimilato le sue lezioni nella discussione politica e ha reinventato le sue immagini nella cultura popolare, Fawcett ha comunque tenuto per sé le sue storie personali di paura, confusione, amicizia e perdita.

Poi, nel 2000, è stata invitata a partecipare ad una conferenza di giornaliste che avevano coperto la guerra del Viet Nam. L’evento è stato sponsorizzato dall’Università della West Virginia e organizzato dal Preside della sua scuola di giornalismo, Christine Martin.

“La conferenza è durata quattro ore e le persone hanno dovuto essere rimosse fisicamente perché finisse”, ha detto Fawcett. “Questo mi ha dato la certezza che questo era qualcosa a cui la gente era interessata.”
I partecipanti non hanno smesso di parlare dopo la fine della conferenza. In breve tempo, Fawcett e altre otto rispettate giornaliste editorialiste: Tad Bartimus, Jurate Kazickas, Edith Lederer, Ann Bryan Mariano, Anne Morrissy Merick, Laura Palmer, Kate Webb e Tracy Wood avevano accettato di collaborare al manoscritto che sarebbe diventato “War Torn Devastato dalla guerra”, un libro edito da Random House.

Oltre ai nove saggi, War Torn comprende anche una mappa delle aree chiave del Viet Nam e una linea temporale meticolosamente studiata, che abbraccia la colonizzazione francese del Viet Nam di Napoleone III nel 1858, fino alla riunificazione del Viet Nam del Nord e del Sud nel 1976.

“Sono particolarmente orgogliosa che questo sia un libro serio, non solo una raccolta di ricordi personali”, ha detto Fawcett. “Gran parte di ciò che è già stato pubblicato, è stato scritto e orientato ai maschi. Penso che questo libro aggiunga una voce che non è mai stata ascoltata prima.”
Fonti/Courtesy: ©Denby Fawcett, War Torn Random House

I nove capitoli sono distinti come le donne che li hanno scritti. Ognuno, a suo modo, parla della volontà dei giornalisti di sfidare le convenzioni nel perseguimento delle loro chiamate personali e professionali, e allo strano congiungimento di gioia e dolore, vissuta in quell’esperienza.

 

Ann Bryan Mariano, una giornalista in pensione del Washington Post, ha raccolto la sua sezione dai ricordi, mentre era sotto assedio dal morbo di Alzheimer. Pacifista, scrive di essere sconcertata dalla sofferenza e dalla morte di soldati e civili, ma considera il Vietnam “… il paese più bello che abbia mai visto”, in parte perché è stato in Viet Nam che ha sposato il suo primo marito, Frank, e adottato due ragazze vietnamite.

I pericoli affrontati dagli autori erano reali e sempre presenti.

Fonti/Courtesy: ©Ann Bryan Mariano, War Torn Random House

 

Nel 1968, Jurate Kazickas prese la fatidica decisione di infrangere la sua regola che come libera professionista non sarebbe mai andata dove si trovava il resto della stampa. La battaglia di Khe Sahn era però una storia troppo grande per essere evitata: un attacco a sorpresa del 21 gennaio 1968 all’enorme base americana di Khe Sanh sugli altopiani centrali. L’attacco fu portato da migliaia di soldati regolari del Viet Nam del Nord.

La WOR Radio la mandò ad intervistare i newyorkesi che erano tra i marines sotto assedio. “Ho fatto un giro su un elicottero, con le lame che ronzavano. Quando sono arrivata a destinazione, l’ufficiale incaricato all’informazione pubblica era furioso poiché non ero nel suo elenco ufficiale.”

Mentre Kazickas stava per intervistare alcuni marines, arrivò una granata di artiglieria. Invece di sdraiarsi, corse verso una buca e fu raggiunta da schegge sulle gambe, sul viso e sulla schiena. L’ufficiale incaricato disse in seguito: “… Ha ottenuto quello che stava cercando”. “In realtà non era certo quello che stavo cercando”, ha ricordato al pubblico del convegno la Kazickas.

In effetti la Kazickas era a Khe Sanh e stava intervistando dei marines allorquando i proiettili di artiglieria, inesorabili si abbatterono sull’avamposto americano. Sul suo registratore rimase impressa la sua stessa voce urlante: “Sono stata colpita!!… Sono stata colpita!!!”

Più tardi, un gruppo di medici a disagio nel trattare la loro prima vittima femminile scoprì un frammento di scheggia a quattro centimetri dalla sua spina dorsale.
La Kazickas rispose: “… È sotto la mia linea di bikini?…”

Fonti/Courtesy: ©Jurate Kazickas, War Torn Random House

 

1968, un avamposto della base americana di Khe Sahn, sotto il fuoco dell’artiglieria pesante del Vietnam del Nord. L’assedio di Keh Sahn, ricorda il primo conflitto mondiale: guerra di posizione e di trincea.

 

Nel 1972, Edith Lederer, che stava ancora spingendo per essere un corrispondente straniero, ricevette finalmente una chiamata dal presidente dell’Associated Press che le chiedeva se volesse andare in Viet Nam.

 

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Giuseppe Ciccarella

 

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Operation “Apache Snow”. Fine terza parte di quattro.

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