Operation “Apache Snow” Seconda parte

Operation “Apache Snow” Seconda parte

Segue dalla Prima parte

 

Catherine Leroy

Nel 1966 Catherine arriva a Saigon, in Viet Nam, senza alcuna esperienza professionale, con una Leica M2 e cento dollari in tasca. Il fotografo tedesco Horst Faas le consegna tre rullini Kodak Tri-X e la rassicura dicendole che le avrebbe corrisposto 15 Dollari per ogni immagine utilizzabile.

Riesce tuttavia ad ottenere un accreditamento presso l’Ufficio dell’Associated Press (AP) di Saigon.
Il Viet Nam sarebbe stato un conflitto importante per ogni tipo di fotografo. Un passaggio familiare per molti artisti e fotografi, furono gli uffici dell’Associated Press a Saigon, dove il leggendario redattore fotografico Horst Faas teneva banco. Tra i tanti che arrivarono alla corte di Faas nel 1966 c’era una piccola ragazza francese di 21 anni di nome Catherine Leroy. Ella nacque in una notte di bombardamenti su Parigi, il 27 agosto 1944. Adolescenza vissuta in un convento a Parigi. Le foto di Paris Match sulla guerra l’avevano appassionata.

Sfidando suo padre, direttore di fabbrica, lavorava 18 ore al giorno come intervistatrice in un’agenzia di collocamento di Parigi per comperare un biglietto di sola andata per Saigon.

 

 

Inizialmente il Comando americano era scettico nei confronti della Leroy. Non parlava inglese (… a parte quelle tre/quattro parolacce imparate dai marines), era esile, alta un metro e 50, neanche 40Kg., trasportava materiale fotografico e attrezzature vicino al suo peso corporeo, aveva stivali da combattimento taglia 36.5 rispetto alla sua reale taglia 34. Dopo poco tempo fu anche bandita dalla prima linea per sei mesi, avendo lei maledetto un alto ufficiale. Trascorreva comunque più tempo al fronte tre settimane al mese di qualsiasi altra giornalista donna in Viet Nam e un anno dopo, 1967, diventò la prima giornalista accreditata, a partecipare ad un aviolancio con il paracadute da combattimento, unendosi alla 173a Brigata aviotrasportata, durante l’operazione Junction City. Nel corso delle operazioni, inserita in una unità dei marine, rimase ferita in una zona smilitarizzata. Vinse in quell’anno il premio fotografico George Polke Award, nella categoria cronaca.

 

Photo courtesy: ©Bob Cole
22 Febbraio 1967. Catherine Leroy, di anni 21, nei mo- menti antecedenti al lancio col paracadute per l’opera- zione “Junction City”. Sopra al paracadute d’emergen- za, Nikon e Leica: le sue “armi” preferite.

 

Battaglia di Hué, Febbraio 1968.

Quando l’offensiva del Têt scoppiò nella notte del 30/31 gennaio 1968, Catherine Leroy, allora ventitreenne, copriva il conflitto del Viet Nam da quasi due anni, come unica fotografa femminile del conflitto.
La sorprendente offensiva lanciata, attraverso il Viet Nam del Sud, dall’esercito vietnamita del nord per sostenere i propri alleati Viet Cong, culminarono nella battaglia di Hué, durata un mese; una delle più lunghe e sanguinose dell’intero conflitto. Era in gioco l’importante valore umano dei 150.000 abitanti della città, oltre a quello logistico e simbolico. Entrambe le parti in battaglia subirono enormi perdite. Alla fine, gli americani ripresero il controllo dell’antica città di Hué che fu distrutta per l’80%.

L’esclusivo reportage fotografico di Catherine Leroy sul “nemico” divenne la storia di copertina della rivista Life, con un articolo da lei redatto.

 

Courtesy: © Time-Life.Il sottotitolo recita: “Soldati del Vietnam del Nord con fucili automatici cinesi AK-47 a guardia di punti nevralgici occupati a Hué”.

 

Nel 1968 proprio durante l’offensiva del Têt (gennaio-febbraio), Catherine con il collega giornalista francese François Mazure vennero fatti prigionieri da un drappello delle truppe del Vietnam del Nord nel bel mezzo della battaglia per Hué. Le foto di Leroy durante la sua prigionia, in seguito produssero la copertina di Life, “A Remarkable Day in Hue Il nemico mi lascia riprenderlo in foto”. È stata la prima persona a parlare con i soldati regolari dell’esercito del Vietnam del Nord, dietro le loro linee.

 

Courtesy: © Time-Life. La terza di copertina di Life Magazine del 16 Febbraio 1968, con la nota dell’editore, George P. Hunt, che recita: “Una piccola ragazza con le ali dei paracadutisti”.

 


Courtesy: © Time-Life.
L’articolo di Life Magazine del 16 Febbraio 1968, di Cathy Leroy: “I soldati del Vietnam del Nord si mettono in posa per la sua macchina fotografica. Un interludio con il nemico in Hué”.

 

Cathy ha scelto questo scatto, tra i vari che ha scattato, come immagine di rilievo del suo reportage. Benanche il guerrigliero di centro, per quanto sembri, si fosse messo in posa, comunque il fotogramma è pienamente riempito e le tre figure umane, rispondono ai parametri di base del “Metodo Diagonale” scoperto dallo studioso olandese Edwin Westhoff, applicato oltre che alla fotografia anche a disegno e pittura. Senza addentrarsi tra le regole geometrico-matematiche, il Metodo individua nella diagonale un principio della composizione, capace di evidenziare una scena e gli elementi in essa contenuti, dando una tensione dinamica ai soggetti, essi non vengono individuati come pedissequi elementi statici e si attrae ancor più l’attenzione dell’osservatore.

Aggiungo inoltre che la direzione degli sguardi dei primi due guerriglieri, divergono con quello in alto a destra, il più lontano dei tre, e questo non è un dettaglio secondario. Insomma, l’osservazione appassionata delle fotografie di Paris Match, permisero di formare un background artistico, una coscienza fotografica di primo livello, nella giovane ma tenace Catherine, che pur arrivata in Viet Nam a ventuno anni, sprovvista di esperienza professionale, ha però sul campo dimostrato qualità non comuni, aggiungendo raffinata classe compositiva ai servizi giornalistici, troppo spesso appiattiti sulla scontata foto shock o robe del genere. Lei non indulge in escamotages d’effetto, ma si affida per intero all’arte fotografica e questo gli va riconosciuto, senza se e senza ma. Codeste foto, hanno una cifra paragonabile alle opere dei grandi Maestri francesi della fotografia. Il tasso di difficoltà nel suo caso e ben più alto, perchè non si tratta di trovare soggetti suggestivi e scattare fotografie, aggirandosi sereni tra i vicoli di Montmartre.

Nel caso specifico poi, la sua condizione di “cattività” non ha limitato o impedita la sua capacità di concentrazione, analisi e vena compositiva, così che ella potesse comunque portare a “casa” importanti fotografie e testimonianze, oltre le linee nemiche, da prigioniera nelle mani del “nemico”. Gratitudine quindi, per averci donato immagini che altri non vedevano, benanche li, di attenti fotografi ce ne fossero. Mi piace pensare che molti eventi bellici succedendo a loro stessi, si sarebbero persi per sempre se una giovane parigina, che blandiva attimi di armonia estetica in mezzo alla furia della guerra, non li avesse percepiti e carpiti, arricchendoli, mentre attraversavano le sue sensibilità e lasciando infine che si depositassero sulle emulsioni delle proprie pellicole Kodak Ektachrome slide film (ASA 64) e Tri-X.

Photo courtesy: ©Dotation Catherine Leroy. Foto scattata ad Huè, dal collega francese François Mazure, quando entrambi erano stati catturati dai soldati del Vietnam del Nord. Spiccano, a tracolla di Catherine, la Nikon F con tele-obiettivo NIKKOR-Q Auto 200mm f/4 e la Leica M2 con Elmarit 28/2.8 Leitz Canada prima versione.

 

La singolarità della foto è relativa al fatto che i due soldati sono gli stessi, appostati sullo stesso cumulo di sabbia e blocchetti di cemento, della storica foto di Catherine, scattata con il NIKKOR-Q Auto 200mm f/4 e pubblicata poi sulla copertina della rivista Life. La scena è ripresa tuttavia con un 35mm da un’angolazione differente. Nella foto di copertina di Life, spiccano infatti le insegne di colore, rosso e blue, identificative della bandiera dell’Esercito Popolare del Vietnam del Nord, apposte sul lato superiore della manica sinistra della mimetica dei due soldati, mentre in questa foto, i due, sono ripresi dal lato opposto, con le rispettive maniche destre della mimetica in evidenza.
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Plausibile che i due militi, oltre a presidiare la postazione, avessero come ulteriore consegna, la custodia dei due prigionieri francesi de la presse, disarmati. Pertanto, non costituendo essi un imminente pericolo militare, non li restrinsero con misure di contenzione.
La foto è stata scattata poco prima del loro rilascio, poichè i soldati restituirono ai due reporter l’attrezzatura fotografica. Leroy potè profittare della loro accondiscendenza, per scattare loro, foto esclusive, a stretto contatto; uno scoop sui soldati del Nord Vietnam. La loro cortesia permise a Cathy di ottenere così le fotografie divenute famose attraverso la rivista Life. Due di essi fissano l’obiettivo di Mazure mentre scatta la foto a Cathy.
Catherine Leroy torna a Parigi nel 1969. Fa fatica a rientrare nella normale vita quotidiana, probabilmente soffre di sindrome post-traumatica. Parte per gli USA e fotografa quell’irripetibile e straordinario evento del Festival di Woodstock l’anniversario cade anch’esso quest’anno. Vive negli Stati Uniti tra Los Angeles e New York.
Dopo l’esperienza in Vietnam, ha coperto conflitti in diversi paesi, tra cui Irlanda del Nord, Cipro, Somalia, Afghanistan, Iraq, Iran, Libia e Libano.

Per aver ripreso la guerra civile in Libano, è la prima donna a vincere la Robert Capa Gold Medal nel 1976, premiata per “il miglior reportage fotografico pubblicato, che richiede coraggio ed intraprendenza eccezionali”.
Leroy originariamente ha venduto le sue opere alla United Press International e all’Associated Press, e successivamente ha lavorato per Sipa Press e Gamma.

Fonti Courtesy: Sherlock Pope

La sua celebre foto , Corpsman In Anguish Marinaio nell’angoscia (1967), è stata l’ultima delle tre immagini, riprese in rapida successione che ritraggono l’assistente medico della US Navy, Vernon Wike.
Nelle foto l’operatore medico è accovacciato tra la sterpaglia durante la battaglia per la collina 881N Hill 881N vicino a Khe Sanh.
Cinge un soldato colpito mentre il fumo dell’incombente scontro si alza in aria dietro di loro. Vernon Wike assiste le condizioni critiche del militare ferito durante la battaglia, il marine William Jr. Roldan.
Cathy Leroy, probabilmente ha intuito la gravità della ferita e ha avuto la discrezione di non mostrare il volto del marine.

1967. Cathy Leroy riceve il George Polk Award della Università Long Island di New York, per il suo lavoro in Viet Nam.

 

La storia è racchiusa in tre fotogrammi in successione:

Photo courtesy: © Dotation Catherine Leroy
Nella prima, Vernon ha la mano sinistra sul petto di William ferito e più che tamponare l’emorraggia, sembra con lo sguardo accertarsi circa l’entità del danno.

 

Photo courtesy: ©Dotation Catherine Leroy.
Nel secondo scatto, Vernon ausculta, orecchio sul petto, la presenza o meno del battito cardiaco.

 

Photo courtesy: © Dotation Catherine Leroy
Nel terzo frame, quello iconico, Corpsman In Anguish, Vernon ha appena realizzato che il buddy, marine William Jr. Roldan, è spirato. Cathy riferisce poi che Vernon non appena si accorge che William è morto, lancia un urlo.

 

William Junior Roldan nato a Philadelphia il 21 Aprile 1945, assistito da Vernon Wike ma deceduto quel giorno, il 30 di Aprile 1967, nella provincia di Quang Tri Viet Nam. Requiescat in Pace.

Circa due settimane dopo i tre fatidici scatti, la nostra Leroy si avvicina perigliosamente anch’essa alla morte, allorquando la sua Nikon F riesce parzialmente a frenare la corsa di una scheggia di mortaio, che la raggiunge comunque al petto, arrecandole una ferita.

 

Photo courtesy: © Dotation Catherine Leroy
Fotogramma “33A”. Lieve, esile e delicata, tra i soldati, con la sua Nikon F e NIKKOR-Q 135/3.5.

 

Photo courtesy: © Dotation Catherine Leroy
Lo scatto, nr. “33A”, appartiene a questo rullino, Kodak Tri-X, del Luglio/Agosto 1966.

I due fotogrammi sottoposti alla sua osservazione, li aveva “incorniciati” con il pennarello rosso, scegliendo poi tra i due il “33A”.
Dalla osservazione della stampa a contatto del suo rullo, ci concede di vedere molto di ciò che pensasse, vedesse e impressionasse. Da un evento ad un altro, pochi scatti, cercando di assestare la sua percezione, di corretta inquadratura e composizione, che potesse meglio raccontare una scena. Dal fotogramma 29 al 32A, sembrerebbe esserci stato un trafilamento di luce, in questa porzione di rullino.

Mediamente l’esposizione della luce, è sempre corretta, tranne il 27A ed il 28A, lievemente sottoesposti; ma non siamo in sala posa, pertanto è di gran lunga apprezzabile l’eccellente tecnica di Cathy.

 

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Giuseppe Ciccarella

 

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Operation “Apache Snow”. Fine seconda parte di quattro.

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