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Operation “Apache Snow” Prima parte

Operation “Apache Snow” 10 maggio 7 giugno 1969 valle di A Shau Hill 937 Viet Nam.

Soprannominata dagli americani “Hamburger Hill”, per via dei cadaveri di soldati che, a fine battaglia, erano disseminati sulle pendici della collina, affastellati gli uni sopra gli altri, appunto, come gli strati del tipico panino americano. Lo scopo dell’operazione era quello di sradicare la presenza di nordvietnamiti dal territorio compreso tra il Viet Nam del Sud e il Laos. Dopo averla riconquistata, la collina verrà abbandonata, perchè ritenuta di scarsa importanza strategica; un esempio delle tante antinomie della guerra.

102 soldati morti e 400 feriti, ammucchiati in gruppetti, lungo gli impervi versanti della collina “937”, recuperati solo a fine battaglia, data la furia del fuoco dei combattimenti.

A cinquanta anni da quell’episodio specifico e a cinquantuno anni dalla offensiva del Têt chiamata così perchè fu lanciata dall’armata nordvietnamita durante la festività del capodanno vietnamita, cioè tra il 30 e il 31 gennaio 1968 vorrei narrare sprazzi di quelle vicende, insieme alle storie legate alle vite di donne, giunte nel sud-est asiatico, per documentare, con pellicole e macchine fotografiche, ma pure penna, taccuino e macchina da scrivere, il lungo conflitto vietnamita e le dolorose vicissitudini ad esso intrecciate.

Cosa stava accadendo nella società americana, all’epoca dei fatti in questione.

 

Il servizio obbligatorio di leva durante la guerra in Viet Nam.

Il servizio di leva militare portò la guerra sul fronte interno americano. Durante l’era della guerra del Viet Nam, tra il 1964 e il 1973, le forze armate statunitensi prelevarono 2,2 milioni di uomini americani da un pool ammissibile di 27 milioni.

Mentre molti soldati sostenevano la guerra, almeno inizialmente, ad altri la leva sembrava una condanna a morte: essere mandato in guerra e combattere per una causa cui non capivano ne credevano. Alcuni cercarono rifugio al college o con i differimenti dei genitori. Altri fallirono intenzionalmente i test attitudinali o altrimenti si dileguarono; migliaia fuggirono in Canada. Il politicamente “connesso” cercò rifugio nella Guardia Nazionale ed un numero crescente proprio di questi fu impegnato addirittura a fronteggiare le manifestazioni contro l’intervento in Viet Nam. Gli attivisti contro la guerra vedevano la leva come immorale ed unico mezzo del governo per continuare la guerra con nuovi soldati. Ironia della sorte, poiché la leva continuava ad alimentare lo sforzo bellico, intensificava tuttavia anche la spinta contro la guerra. Sebbene il sistema di differimento del Servizio Selettivo significasse che gli uomini di bassa posizione socio-economica avevano maggiori probabilità di essere inviati in prima linea, nessuno era completamente al sicuro. Quasi ogni americano era idoneo per andare in guerra o conosceva qualcuno che lo era. La leva durante la guerra del Viet Nam era controversa perché le persone che non sostenevano la guerra e non avevano voce in capitolo nella formulazione della politica di guerra erano comunque costrette a combattere. I candidati alla leva potevano avere meno di 21 anni almeno 18 anni e, a quel tempo, a nessuno di età inferiore ai 21 era permesso di votare. Pertanto, molti diciottenni protestarono non volendo essere costretti a combattere una guerra, e non potendo avere voce in capitolo nell’eleggere i leader.

 

L’iscrizione sullo zippo, in questo specifico caso, è una bonaria sintesi polemica, di chi, essendo già sul fronte di guerra, sentiva comunque la necessità di manifestare il proprio dissenso.

 

La coscrizione obbligatoria durante gli anni ’60 avvenne sotto l’autorità legale della leva di pace, perché gli Stati Uniti non dichiararono mai formalmente guerra al Viet Nam del Nord. L’autorità legale per una leva in tempo di pace era decretato dal Selective Training and Service Act del 1940, firmato dal presidente Franklin Roosevelt al fine di mobilitare civili americani in previsione dell’ingresso americano nella seconda guerra mondiale. Durante la guerra di Corea, il Servizio Selettivo di leva ha iniziato la politica di concessione di rinvii agli studenti universitari con una classifica accademica nella metà superiore della loro classe. Tra il 1954 e il 1964, dalla fine della guerra di Corea fino all’escalation in Viet Nam, la leva in “tempo di pace” indusse oltre 1,4 milioni di uomini americani, una media di oltre 120.000 all’anno.

 

Tom Valentine nel 2013:

“All’inizio della guerra, i nomi di tutti gli uomini americani in età da leva furono raccolti dal Selective Service System. Quando veniva chiamato il nome di qualcuno, egli doveva riferire al suo comitato locale, che era composto da vari membri della comunità, in modo che potessero iniziare a valutare il suo stato per la leva. In questo modo, i consigli di amministrazione locali avevano un enorme potere di decidere chi doveva andare e chi sarebbe rimasto. Di conseguenza, i membri del consiglio di amministrazione erano spesso sotto pressione da parte di famiglie, parenti e amici affinché esentassero potenziali coscritti. Mentre la forza delle truppe americane in Viet Nam aumentava, un numero sempre maggiore di giovani in età di chiamata cercava di evitare o ritardare il loro servizio militare e c’erano alcuni modi legali per farlo. Agli uomini che avevano problemi fisici o mentali, erano sposati, con figli, frequentavano l’università o avevano bisogno a casa per sostenere le loro famiglie, potevano ricevere dei differimenti. Vale la pena notare che molti hanno ricevuto i rinvii provenendo da famiglie “benestanti ed istruite.”

 

La fatidica “cartolina”

 

Il Servizio Selettivo per la leva, aveva anche autorizzato i differimenti per i ragazzi che avevano pianificato di studiare per carriere etichettate come “vitali per gli interessi di sicurezza nazionale”, come la fisica e l’ingegneria, questo aveva esacerbato le disuguaglianze razziali e socio-economiche della leva nell’era del Viet Nam. Dei 2,5 milioni di ragazzi arruolati che prestarono servizio durante il Viet Nam, l’80% proveniva da famiglie povere o della classe operaia e aveva solo un’istruzione superiore. Secondo Christian Appy, nella guerra della classe operaia: “.. la maggior parte degli americani che hanno combattuto in Viet Nam erano adolescenti impotenti; lavoratori della classe operaia inviati a combattere una guerra non dichiarata da presidenti per i quali non avevano nemmeno il diritto a votare.”

 

 

Le promesse non mantenute

Lyndon Johnson sosteneva il tema della pace nella sua campagna elettorale del 1964 contro il conservatore Barry Goldwater, che voleva invece intensificare l’offensiva militare contro il Viet Nam del Nord e i guerriglieri Viet Cong. A ottobre, durante un’apparizione per la campagna elettorale in Ohio, Johnson promise: “…non stiamo per mandare ragazzi americani a 9 o 10.000 miglia da casa per fare ciò che i ragazzi asiatici dovrebbero fare da soli.”

A breve però divenne un forte sostenitore della “teoria del domino” e credeva che la prevenzione di una vittoria del Fronte di Liberazione Nazionale nel Viet Nam del Sud fosse vitale per la difesa degli Stati Uniti: “ …Se abbandoneremo il Viet Nam, domani combatteremo alle Hawaii e la prossima settimana dovremo combattere a San Francisco.”

L’8 marzo 1964, 3.500 marines americani arrivarono nel sud del Viet Nam. Furono le prime truppe di combattimento “ufficiali” statunitensi ad essere inviate nel paese. Questa drammatica escalation della guerra fu presentata al pubblico americano come una misura a breve termine e non suscitò molte critiche, in quel momento. Un sondaggio di opinione condotto quell’anno, indicava che quasi l’80% del pubblico americano sosteneva i bombardamenti e l’invio di truppe da combattimento in Viet Nam.
Con la risoluzione “Golfo del Tonkino”, fine 1965, Johnson aumentò rapidamente la presenza militare americana nella difesa del Viet Nam del Sud, con 184.000 soldati lì inviati.
Durante quell’anno cardine, i militari statunitensi arruolavano altri 230.991 giovani. Nei successivi quattro anni, il Servizio Selettivo indusse una media di circa 300.000 giovani all’anno.

 

Photo courtesy: ©Associated Press
Dicembre 1965. Berkeley-Oakland City, California. I dimostranti, per lo più studenti della prestigiosa Università di Berkeley, manifestano contro la guerra in Viet Nam.

 

In guerra con la leva militare.

La leva militare e l’escalation della guerra in Viet Nam giocarono un ruolo importante nel trasformare la resistenza all’azione diretta, in un movimento di massa nei campus universitari a metà degli anni ’60. Nel 1965, i militari temevano che non stessero ricevendo abbastanza volontari e riconobbero la necessità di rendere il servizio militare più attraente per gli americani ben istruiti, non solo per coloro che non avevano altra scelta se non l’arruolamento o l’induzione all’arruolamento. Bill Ayers, uno studente attivista che fu arrestato ad un sit-in del 1965 presso l’Ufficio per il Servizio Selettivo della leva, in un’intervista del 2015, su come la coscrizione potesse effettivamente beneficiare alla società, ha affermato:

“… poiché la leva riguardava le persone intorno a un individuo, è più probabile che si fosse prestata attenzione alle decisioni di politica estera prese dal governo. Pertanto, gli americani nell’era della leva erano molto più attivamente impegnati in politica e nel mettere in discussione le vere conseguenze delle decisioni di politica estera.”

In secondo luogo, Ayers ha sottolineato che attualmente un esercito di tutti i volontari ha creato un esercito di uomini poveri, perché l’arruolamento è attraente per gli individui che non hanno altre opzioni, perché sono poveri o non istruiti.

 

“Resisti alla cartolina, non registrarti”

 

 

Una lotteria per l’arruolamento

Il 1° dicembre 1969 iniziò la prima lotteria della leva dal 1942, ma i rinvii per il college furono mantenuti intatti. Gli attivisti contro la guerra riconobbero che la leva, con il sistema della lotteria, non produceva risultati veramente casuali. La leva ottenne ancora più resistenza poiché i dissidenti divennero più frustrati con questo sistema. Alla fine, il Presidente Nixon concluse la leva nel gennaio 1973, ma ormai la guerra era quasi finita.

Secondo gli archivi nazionali, tra i circa 27 milioni di uomini americani ammissibili al servizio militare tra il 1964 e il 1973, la leva richiamò 2.215.000 uomini per il servizio militare (… negli Stati Uniti, nel sud-est asiatico, nella Germania occidentale e altrove). A circa 15,4 milioni furono concessi differimenti, principalmente per l’istruzione, alcuni per difficoltà mentali, fisiche e familiari. In totale c’erano più di 300.000 disertori e evasori, in cui 209.517 uomini resistettero illegalmente alla leva, pagando il debito con due anni di prigione, mentre circa 100.000 disertarono. Tra questi, circa 30.000 immigrarono in Canada nel periodo 1966-72.

Fonti courtesy: Tom Valentine John Podlaski

 

Il coinvolgimento della stampa in Viet Nam.

La guerra del Viet Nam ha rappresentato il punto di svolta epocale, come prima guerra moderna, che ha garantito la fruizione dei diritti di cronaca, nei notiziari televisivi del mondo intero, attraverso notizie e immagini filmate dei combattimenti, se non in presa diretta, quasi. La copertura mediatica dell’evento bellico era una prerogativa americana che consentiva la diffusione giornalistica urbi et orbi. Sul fronte opposto, il Viet Nam del Nord seguiva invece la classica impostazione culturale della riservatezza, che caratterizzava d’altronde le nazioni che l’appoggiavano politicamente, economicamente e militarmente. La riprova di quest’ultimo dato trovava conferma nelle informative d’intelligence, secondo le quali più volte durante le operazioni militari nel lungo conflitto armato, furono catturati dai soldati americani, consiglieri militari di: Russia; Cina; Korea del Nord, Repubblica Democratica di Germania (DDR) e di altre nazioni facenti parte del Patto di Varsavia e del blocco comunista internazionale, tutti alleati con il Vietnam del Nord.

A quattro anni dalla fine di quel conflitto, con l’invasione dell’Afghanistan 1979/1989, condotta dalle forze armate dell’Unione Sovietica, si confermava quella tradizionale riservatezza. La censura, in questo come in casi analoghi a seguire, ha infatti vietato le pratiche giornalistiche sul campo, data la natura totalitaria della nazione occupante. Nelle nazioni dove vigeva il socialismo reale, come l’Unione Sovietica in questo caso, non esisteva libertà di stampa, pertanto qualsiasi informazione, fuori dal canale ufficiale dell’organo di stampa statale, era bandita. Il Politburo del Comitato centrale del PCUS, era ben conscio dall’esperienza americana, quanto avesse nuociuto la libera stampa, alla politica della guerra. Non esistevano rischi del genere per il granitico potere politico comunista, tuttavia il giornale del partito, la Pravda, evitava scientemente notizie, benanco minimamente e/o potenzialmente, che potessero essere veicolo sedizioso in un solo ipotetico, fronte interno ostile, oltre all’agguerrito nemico afghano lungo la linea di fuoco. Nelle dittature è una strada obbligata, percorribile, senza inciampi e quindi senza ripercussioni, o quasi, visto che nell’odierno scontro quotidiano tra studenti, cittadini di Hong-Kong e la Cina, sembra mostrare qualche crepa, il controllo asfissiante delle informazioni: possesso esclusivo del potere assolutista del Comitato Centrale del Partito Comunista di Pechino.

Nel cosiddetto “mondo libero”, a partire dalla guerra in Viet Nam, abbiamo visto nel corso degli anni successivi, come sia stato molto difficile alienare il diritto di cronaca sul fronte di guerra. Ricordiamo indelebili le immagini notturne “nero-verdi”, in diretta via satellite nei telegiornali di tutto il mondo, durante la prima notte di bombardamenti nella prima Guerra del Golfo, Gennaio 1991.

 

Nefandezze nascoste sotto il tappeto.

Quindi, il potere dell’informazione, la realtà poi, celata o malcelata che sia è un’altra storia, basti pensare alle individuate armi di distruzione di massa, tanto per citarne una. Quella falsa informazione, con lo scopo di ottenere consenso internazionale, determinò la seconda Guerra del Golfo, iniziata nel Marzo 2003 con la nuova invasione dell’Iraq ad opera di una coalizione internazionale. In quel secondo conflitto, la battaglia di Fallujah, rimarrà indelebile ad imperitura memoria.

Il casus belli, della prima battaglia di Fallujah in Iraq, che vide impegnate le truppe della coalizione, fu dovuto ai quattro contractor uccisi, della società privata americana Blackwater. I soldati americani entrarono in città per punire i colpevoli e poi lasciarono il controllo di essa alle truppe irachene, che però si ritirarono solo un paio di mesi dopo, lasciando nelle mani dei ribelli (musulmani sunniti, pesantemente infiltrati da Al Qaeda) anche una grossa quantità di armi e munizioni.

Si arrivò così alla seconda battaglia, quella finale, 7 Novembre 2004 23 Dicembre 2004. Prevedendo l’attacco, i ribelli (le stime parlavano di 3 mila-4 mila guerriglieri) avevano fortificato le proprie posizioni con trincee, campi minati e ostacoli di ogni tipo. Americani, inglesi e iracheni schierarono invece quasi 14 mila uomini (dei quali circa 10 mila americani), appoggiati da aviazione e mezzi corazzati.

Prima degli scontri della prima battaglia, Fallujah aveva circa 300 mila abitanti. Alla vigilia della seconda battaglia, quella di novembre, almeno il 75% degli abitanti aveva lasciato la città. Il totale dei caduti della coalizione fu di 107 morti (95 americani, 4 inglesi, 8 iracheni); sull’altro fronte, furono uccisi 1.200 guerriglieri e secondo la Croce Rossa, circa 800 civili.

Dati e fonti courtesy: Famiglia Cristiana

 

L’indagine clinica.

Secondo il dottor Chris Busby, professore dell’Università dell’Ulster e co-autore, insieme ai dottori Malak Hamdan e Entesar Ariabi, della ricerca intitolata: “Cancro, mortalità infantile e rapporto tra sessi alla nascita a Fallujah – 2005-2009” e pubblicata sul Journal of Environmental Studies and Public Health di Basilea, le varianti di cancro individuate a Fallujah sono: “simili a quelle riscontrate a Hiroshima, tra i sopravvissuti esposti a radiazioni ionizzanti della bomba e all’uranio del “fallout” la ricaduta di sostanze tossicoradioattive al suolo dopo l’esplosione”.

Lo studio del dottor Busby – condotto su 4.800 persone tra gennaio e febbraio del 2010 – ha mostrato anche che il rapporto percentuale tra maschi e femmine è variato molto, dopo l’attacco, arrivando a 850 bambini nati ogni 1000 femmine. Il rapporto maschi-femmine è un indicatore dei danni genetici, che colpiscono più i maschi delle femmine. Una variazione simile è stata riscontrata – ancora una volta – a Hiroshima. Secondo il dottor Busby è complicato individuare con certezza una causa dietro a questi dati. Ma “per produrre un effetto del genere”, ha detto, “dev’essersi verificata una notevole esposizione ad agenti tossici e mutogeni nel 2004, quando avvenne l’attacco”.

Lo studio rivela infatti che a Falluja, in Iraq – teatro, nel 2004, di due offensive americane – la percentuale di tumori è cresciuta di 4 volte, quella di cancro nei bambini di 12 volte, quella di leucemia di 38 volte, la mortalità infantile è di 80 bambini su 1.000 nascite (contro i 17 nella confinante Giordania e 9,7 in Kuwait), le malformazioni infantili sono in costante aumento (una bimba è nata con due teste, altri con gli arti malformati o paralizzati). Solo per fare un paragone, a Hiroshima la percentuale di leucemia salì di 17 volte dopo il bombardamento nucleare. E ora il dubbio è “che siano state usate anche armi contenenti uranio, in qualche forma”, dice il dottor Busby.

Dati e fonti courtesy:
The Lancet; New England Journal of Medicine; Johns Hopkins School of Public Health; Journal of Environmental Studies and Public Health of Basel

 

L’Asso di Spade.

Gli effetti nefasti su deceduti e sopravvissuti sono stati causati dalla natura esclusiva di un “Test” eseguito durante la seconda e risolutiva battaglia di Fallujah.

Nessun giornalista embedded potè documentare il corso degli eventi, durante la seconda imponente operazione militare nella zona di Fallujah, perchè dichiarata dall’autorità militare americana Restricted Area. In seguito si parlò dell’utilizzo del fosforo bianco, in grado di bruciare, a contatto con l’aria, pelle e carne su cui si deposita, ma questo genere di arma servì solo per mascherare l’uso di altre armi, stavolta non convenzionali.
Durante il famelico test, i militari britannici furono tenuti a debita distanza e affiancarono solo nelle seconde linee gli americani, durante quell’assalto atipico, e infatti rimasero esterrefatti dagli effetti constatati a distanza, di luci, rumori e odori, a detta loro, completamente inspiegabili.

Il motivo di tanta opacità, reticenza e di tale riservatezza fu l’impiego o test sul campo, delle cosiddette energy weapons armi ad energia diretta: microonde ad alta potenza e laser ad alta potenza Tactical High Energy Laser.
Un missile distrugge in mille detriti un autobus, ma non è in grado di segarlo sagittalmente. La lightsaber al plasma blue di Obi-Wan ben Kenobi, della saga di Star Wars, se maggiorata, avrebbe potuto. Eppure a Fallujah, non erano giorni di riprese e credo, senza timore di smentite, che George Lucas non ci abbia mai messo piede.
Corpi cotti e mummificati all’interno di abiti intonsi, corpi tagliati di netto, con le parti, separate, da un affilatissimo “super-bisturi”… a particelle, che nel contempo le cauterizzava completamente.

I diversi tipi di sistemi d’arma ad energia diretta, fondamentalmente sono conosciuti come “armi alla velocità della luce”, perché sparano elettroni a quella velocità su distanze molto lunghe. I laser naturalmente sono raggi di luce ad altissima coerenza, poi ci sono armi a microonde che operano su altre frequenze, ma fondamentalmente sono armi a fascio, quindi niente di fisico, perché muovono elettroni ad alta potenza e quindi ad altissima velocità.

Preferisco non mostrare alcune fotografie clandestine scattate dagli “infedeli”, di alcuni corpi tecnologicamente/barbaramente profanati a Fallujah.

Le analisi statistiche epidemiologiche sono naturalmente successive al periodo storico degli attacchi. Ciò che invece ha lasciato forti dubbi nel dottor Busby, è l’attribuzione “merceologica” delle armi impiegate durante quegli attacchi “particolari”. Non furono armi cosiddette convenzionali: ne chimiche; ne nucleari. In effetti parte delle armi utilizzate in quel grande mattatoio, non sono individuabili neanche nell’ambito delle esplosioni dovute a deflagrazioni di missili di teatro, a corto raggio, con testata atomica. Nessun gigantesco fungo atomico, men che meno il colossale fracasso generato dallo scoppio è stato constatato dai militari britannici posizionati nelle retrovie, a ridosso delle truppe americane, ma comunque ad una distanza tale che una esplosione nucleare non sarebbe passata inosservata.

I superstiti e i figli dei superstiti, facilmente si sono ammalati gravemente. I tessuti e gli organismi biologici sottoposti a campi ionizzanti di elevatissima intensità subiscono danni devastanti. Onde elettromagnetiche ad altissima frequenza hanno prodotto patologie cancerogene riscontrate nella popolazione civile sopravvissuta.
L’effetto primario dei campi elettromagnetici a radiofrequenze e microonde ad alta potenza è l’effetto termico ed ha riguardato direttamente le vittime sotto attacco del pernicioso “Test”.

Gli effetti non termici delle microonde si sostanziano nella mutazioni delle cellule, sia somatiche sia germinali, con progressive insorgenze di patologie tumorali. Si sono anche evidenziati effetti sulle funzioni del sistema nervoso centrale in seguito alle esposizioni ai campi elettromagnetici di altissima intensità, che hanno prodotto inoltre danni anche al sistema cardiovascolare.

Gli effetti poi a lungo termine hanno coinvolto molte persone, ammaletesi di patologie oncoematologiche, in un raggio di 2 km intorno a Fallujah. Alla distanza di 10 Km da Fallujah l’incidenza dei tumori nella popolazione è stata altrettanto cospicua. Solide evidenze quantitative di patologie neoplastiche legate all’esposizione a campi elettromagnetici ad alta frequenza e potenza, della popolazione di quell’area hanno colliso, con i lievi valori, nella norma, riscontrati nelle statistiche riguardanti il fondo naturale radioattivo, della nazione irachena e la sua marginale incidenza sulle malattie cancerogene ad esso correlate, in altre regioni dello Stato.

Questa lunga parentesi così raccapricciante e macabra, era necessaria per sottolineare che comunque anche nelle democrazie, le regole dell’informazione, sono duttili e orientabili dai governi.

Le informazioni su queste tecnologie, pensando anche a quelle ben più celate e quindi molto più rivoluzionarie, del Black Program: Solar Warden, sono oramai sfuggite di mano al formal security clearance, ma non grazie alla stampa cosiddetta libera, bensì a persone che hanno rischiato e tuttora rischiano del loro, come Julian Assange, Edward Snowden e Gary McKinnon.

Il test di Fallujah e le conseguenze sulle persone, ha consentito alle forze armate americane, dal 2007 in poi, di poter disporre volendo di nuove strategie per l’assalto ad aree popolate, riducendo così la potenza di fuoco convenzionale; come da relazione interna dello US Army. Ferino, ma è proprio così.

 

Anche il Giappone fu teatro di un grande test.

L’onta, tutta americana, del formidabile crimine contro l’umanità, prodotto da quelle bombe atomiche sganciate il 6 Agosto 1945 e il 9 Agosto 1945, su Hiroshima e Nagasaki, è incancellabile. Mostrando poi gli effetti al mondo nei cinegiornali dell’epoca, con vanto e spavalderia, come a sancire la superiore potenza militare, sono un altro esempio di come la stampa, si prestò spudoratamente a mero strumento di propaganda, presentando all’umana collettività, senza vergogna, l’abominio prodotto.

Ci sarebbe poi da discutere sull’etimo di superiorità, come pure di modernità: non tutto ciò che è superiore e moderno è necessariamente migliore ed evoluto.
La cosiddetta stampa libera è in realtà parte del sistema e non potrebbe essere diversamente perchè è saldamente organica e ben avviluppata ad esso, da illis temporibus.

 

La deontologia professionale?

Bah, molti purtroppo simpatizzano con chi governa e cercano, su suggerimento o anche no, di orientare la direzione del vapore acqueo, anche se sono nauseabondi effluvi. Ci sono tuttavia delle eccezioni:
Daphne Caruana Galizia era una giornalista investigativa e una blogger, uccisa proprio per la sua indipendente accurata indagine, riguardante i cosiddetti Panama Papers.
In Italia nessun giornalista si è occupato di questo caso passato oramai nel dimenticatoio che ha coinvolto anche molte eminenti figure del Bel Paese. Accenno più avanti nel discorso, quali tecniche siano alla base della politica giornalistica della notizia: nulla di eclatante, niente di che, normal stuff, per dirla in inglese.

 

Daphne Caruana Galizia nata il 26 agosto 1964, uccisa a Malta il 16 ottobre 2017 da un ordigno esplosivo. Requiescat in Pace.

 

 

Dopo l’excursus, l’argomento.


I reporter in Viet Nam potevano essere di due tipi.

 

Il primo, già preesistente alla guerra del Viet Nam ed operativo nelle guerre precedenti, inquadrato nelle forze armate, quindi a tutti gli effetti un soldato o un graduato, con incarico specifico di addetto stampa o di foto-cine operatore che alla bisogna doveva saper anche combattere era sottoposto alle linee di comando dirette da un Ufficiale, direttore responsabile in loco, del quotidiano del Dipartimento della Difesa Stars and Stripes, fondato nel 1861.

In questo caso specifico, le notizie raccolte o le foto, dovevano preventivamente essere vagliate dal redattore capo, un supervisore, altro Ufficiale, che tagliava o scremava fatti, racconti o foto. Lo scopo era quello di evitare notizie od immagini, che potessero potenzialmente screpolare il ritratto delle forze armate o perlomeno metterle in cattiva luce, provocando una perdita di consenso interno verso esse e verso la politica americana in generale, oppure come conseguenza diretta, compromettere le operazioni militari in corso, fornendo notizie utili al nemico.
Al termine delle analisi e delle eventuali relative rettifiche, l’Ufficiale responsabile dava il consenso alla pubblicazione.

 

 

Censura? Certo che si, ma parliamo di un organo di stampa governativo, che, anche se indipendente, deve per definizione essere in linea con le politiche militari della nazione. Ricordo inoltre che per l’intervento in Viet Nam l’opinione pubblica statunitense era, nelle fasi iniziali interventista, anche se c’erano note dissonanti. Il dissenso nasceva dal fatto che fosse una guerra lontana, combattuta da giovani cittadini americani provenienti da una società moderna, la più avanzata al mondo, chiamati alle armi dalla leva obbligatoria, con la prospettiva tutt’altro che remota, di lasciare la vita, in una risaia malarica piuttosto che in una giungla. La situazione interna era pertanto materia molto delicata e di conseguenza trattata con massima attenzione, almeno da Stars and Stripes.
Il secondo tipo di reporter era invece un corrispondente di testate giornalistiche indipendenti americane, o di altre nazioni; free-lance o inviati di agenzie di stampa. Potevano seguire i militari nei luoghi dei combattimenti oppure spostarsi autonomamente.

Le figure dei reporter embedded, ossia inseriti nelle unità combattenti, nacquero dopo l’esperienza della guerra in Viet Nam, con l’intento di evitare la divulgazione di notizie tendenziose e controproducenti, che avrebbero nuociuto all’immagine delle forze armate in guerra, con conseguenti esiti dannosi alla politica militare. Giornalisti ammaestrati, sembrerebbe offensivo, ma se vuoi inserirti in unità combattente devi sottoscrivere un vero e proprio contratto di non divulgazione, di notizie ed immagini, d’interesse e di sicurezza nazionale, pertanto l’eventuale articolo viene mondato, a posteriori, di scomode rivelazioni, attraverso l’apposizione di omissis.

 

Dickey Chapelle.

 

Ritratto in studio di Dickey Chapelle, durante la Seconda Guerra Mondiale, in uniforme, con la dicitura, sulla manica sinistra: “corrispondente di guerra”. Photo courtesy: ©Wisconsin Historical Society / ©Courtesy Everett Collection.

 

Georgette Louise Meyer nacque a Milwaukee, Wisconsin, il 14 marzo 1919

Dopo aver lasciato la Shorewood High School, frequentando corsi serali di fotografia tenuti da Tony Chapelle, alla fine lo sposò. Il sodalizio finì con il divorzio, ma adottò il nome professionale di Dickey Chapelle. Prendendo il nome “Dickey” dal soprannome del suo esploratore preferito, l’ammiraglio Richard E. Byrd

Già dal giorno in cui si diplomò nella sua classe del liceo di Shorewood, Georgette Louise Meyer (Dickey Chapelle) era sicura di dover esser presente laddove c’era l’azione.

Durante la Seconda Guerra Mondiale divenne fotoreporter corrispondente al fronte per National Geographic. Nel 1942 trascorse del tempo con i Marines che stavano seguendo corsi di formazione a Panama, seguendoli poi per la copertura giornalistica delle battaglie di Iwo Jima e Okinawa

Roberta Ostroff, autrice di Fire in the Wind: The Biography of Dickey Chappelle (1992), affermava che “… era una donna minuscola conosciuta per il suo rifiuto di kowtow all’autorità e la sua uniforme firmata: un cappello australiano, occhiali alla moda e orecchini di perle.”

(… il kowtow è un antico gesto di saluto molto formale che consiste nell’inginocchiarsi e chinare il capo sino a toccare terra. Il kowtow è, per il popolo cinese, la più alta forma di riverenza, usata per salutare un superiore o, all’epoca, l’Imperatore. Fonte: Wikipedia)

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Dickey Chapelle coprì tutte le principali guerre e ribellioni. Ciò includeva l’insurrezione ungherese nel 1956, dove fu catturata e imprigionata per sette settimane. In seguito scrisse: “Che cosa fa una donna qui?: A Reporter’s Report on Herself (1962)” – “Ero diventata una interprete della violenza. Avevo coperto tre rivoluzioni in tre anni: Ungheria, Algeria, Libano … Mi dispiaceva dire una grande verità, ossia che le più grandi rivoluzioni avevano fallito. L’Ungheria era caduta sotto i carri armati sovietici. In Algeria il fratello combatteva suo fratello. La rivolta continuava in Libano. Ma gli uomini continuavano a sperare e lottare per un mondo migliore.”

Chapelle sostenne con passione l’invio di truppe da combattimento in Viet Nam e fu una delle poche reporter che andarono con l’esercito americano in missioni search and destroy. Ciò includeva l’Operazione Furetto Nero e proprio durante questa, il 4 novembre 1965, un Tenente dei Marines di fronte a lei impattò su una trappola esplosiva. Chapelle fu colpita al collo da un frammento di scheggia che recidendo l’arteria carotidea ne determinò la morte in breve tempo. È diventata la prima donna corrispondente di guerra ad essere uccisa in azione.

 

Dickey, seduta all’interno della portaerei USS Boxer con due Leica M2 nere al collo e bagaglio al suo fianco. La prima a destra con Leicameter silver e 90 Summicron. Dito sul pulsante di scatto sull’altra M2 con 35 Summicron, a voler sottolineare la sua solerzia, pur con lo scomodo “naso” della borsa pronto “penzolante”.
La presenza però della borsa pronto ci rivela uno stimabile carattere femminile con la predilezione per la cura di se stessa, delle proprie cose e degli accessori personali.
Il borsone in cuoio che mantiene con la mano sinistra, è un esempio: cuciture impunturate alla francese, robusto cuoio grasso, ne delineano la foggia di pregio, magari più consono per alloggiare al Ritz Carlton piuttosto che per una traversata su una battleship, tuttavia, noblesse oblige.
Photo courtesy: ©Journal Sentinel 1965

 

 

Dickey Chapelle in posa plastica, concentrata e attenta, sulle rive del lago Michigan, durante una esercitazione dei Marines, anno 1959, sulla stessa spiaggia di Milwaukee dove da giovane imparò a nuotare.
Ha in mano una delle 500 macchine del primo lotto di Leica M2 “laccate” nere senza autoscatto, del 1958, (… con borsa pronto… poco pratica in azione), un Summicron 50 Rigid, prima versione, Black Paint e un Leicameter-MC.
Valutando lo stato delle cinghia, il lembo di cuoio dove è posto il bottone automatico per la chiusura della parte anteriore della borsa e ciò che si apprezza dello stato di salute estetica di M2 e Summicron, è tutto molto, molto, nuovo.
Photo courtesy: ©AP Photo / US Marine Corps / Lew Lowery Questa, come da lei dichiarato, era la fotografia preferita, di se stessa, al lavoro.

 

Dickey, durante gli ultimi controlli prima del lancio con il paracadute, assistita da due militari delle Special Forces.

 

1962 Dickey mentre guada una palude.

 

L’ora del rancio. Dickey, degusta una scatoletta della razione C, mentre l’altra scatoletta si sta riscaldando sul “fornelletto” in dotazione.
Courtesy: ©National Geographic.

 


NATIONAL GEOGRAPHIC Febbraio 1966 Cosa ci faceva una donna lì? Una retrospettiva che evidenzia la determinazione di Dickey, la cui audacia non ha mai difettato.
Il titolo dell’articolo a posteriori, con amara e quasi irriverente ironia vuol parafrasare il libro di Dickey “What’s A Woman Doing Here?: A Reporter’s Report on Herself (1962)”: “Che cosa fa una donna qui?: Un rapporto del reporter su se stessa (1962)”.
Nella foto dell’articolo si scorge, oltre alla Nikonos II con Nikkor 35mm f/2.5, il Visoflex II e Telyt-V 200mm f/4 con paraluce esteso tenuto con garbo dalla mano sinistra.

 

Photo courtesy: ©Journal Sentinel 1965
1965. Una delle foto scattate da Dickey durante il suo penultimo incarico. Un capo-guerriglia vietcong catturato dalle forze sud-vietnamite.

 

1965 La morte di Dickey Chapelle (1919-1965).
Il cappellano John McNamara di Boston fa il segno della croce mentre dirige gli ultimi riti al corpo oramai agonizzante della fotoreporter Dickey Chapelle nel Viet Nam del Sud, il 4 novembre 1965.
Requiescat in Pace.
Photo courtesy: ©AP / Henri Huet

 

Chapelle stava coprendo un servizio per il National Observer in un’unità dei Marines durante un’operazione di combattimento vicino a Chu Lai, a 52 miglia a sud-est di Da Nang. Allorquando una bootstrap tripwire mine una mina anti-uomo a filo d’innesco deflagrava, Dickey veniva colpita al collo da un frammento di scheggia, rimanendo mortalmente ferita. Anche quattro marines rimasero feriti dall’esplosione.
Dickey morì in elicottero, all’età di 47 anni, durante il trasporto verso l’ospedale. La foto è stata scattata dal reporter Henri Huet che era in missione con lei.

Fu la prima corrispondente di guerra femminile ad essere uccisa in Viet Nam, così come la prima giornalista americana ad essere uccisa in azione.
Il suo corpo fu rimpatriato con un picchetto d’onore composto da sei marine.

Dickey Chapelle fu cremata e portata a casa a Milwaukee, dove una guardia d’onore dei marines accompagnò il suo feretro al funerale; un tributo non comune per una civile.
Ogni anno un premio viene assegnato dal Corpo dei Marine in suo onore.

 

Il Generale Walt, nel primo anniversario della sua morte, inaugura con una scolaresca sud-vietnamita, un monumento vicino a dove Dickey fu uccisa.
I marines le dedicarono la commemorazione includendo queste parole sulla targa: “era una di noi e ci mancherà”.
Fonti/Courtesy: John Simkin

 

 

Giuseppe Ciccarella

 

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Operation “Apache Snow”. Fine prima parte di quattro.

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