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Ernst Leitz II – obiettivo salvezza

Ciò che riemerge dalla polvere del passato con raccapricciante eloquenza, è un aspetto della Shoah che assume connotati a dir poco beffardi. L’architettura del disegno perverso dei carnefici, prevedeva, nella Praga occupata, l’istituzione di un museo che avrebbe testimoniato ai posteri, il ricordo di una “razza” oramai estinta.

I “solerti organizzatori” si adoperarono nel trasferire, dai campi di sterminio, oggetti personali degli internati – tutt’oggi visibili nelle visite guidate ad Auschwitz e negli altri lager -, allo scopo di allestire in questo nascente museo le vestigia di un popolo scomparso. Lo “sforzo” documentaristico e storico era attuato, con “tenacia scientifica”, dagli autori stessi del genocidio. Il progetto fallì per i sopraggiunti esiti finali del conflitto.

E’ doveroso evitare che l’oblio e l’indifferenza seppelliscano una vicenda legata alle vite di esseri umani destinati ad una pianificata forzosa estinzione.

In altro articolo ho raccontato come Ernst Leitz II, prima del “Kristallnacht”, salvò molti cittadini tedeschi di religione ebraica, facendoli espatriare e inviandoli in America per essere impiegati come manodopera specializzata in aziende del settore fotografico. Com’era giusto aspettarsi è arrivato un riconoscimento ufficiale che rende onore e merito al grande uomo ed imprenditore. Il 9 Febbraio 2007 a Palm Beach, Florida, la “Anti- Defamation League” (Lega Anti-Diffamazione Ebraica), un gruppo no-profit impegnato nella continua battaglia contro il mai estinto antisemitismo, ha conferito il “Courage to Care Award” (Premio Coraggio a prender Cura), ad Ernst Leitz II, per aver salvato molti ebrei, nei primi anni trenta, dalla furia nazista ed inoltre per aver aiutato molte persone ad aggirare le leggi punitive che colpivano coloro che pur non essendo Ebrei, si erano sposati con Ebrei. In tutto si calcola che gli Ebrei salvati, solo quelli approdati negli Stati Uniti, fossero tra i 200 e i 300.

Cornelia Kühn-Leitz, nipote di Ernst Leitz II.

Glen Lewy e Abrahamson H. Foxman dirigenti dell’Anti-Defamation League, consegnano l’onorificenza al merito di Ernst Leitz II, alla nipote Cornelia.

Frank Dabba Smith rabbino della Sinagoga progressiva di Harrow e Wembley, a nord-ovest di Londra, e fotografo semiprofessionista; 150 fotografie pubblicate sul “The Economist” con le sue macchine preferite M6, MP e i suoi obiettivi asferici, ha speso 15 anni di ricerche sul ruolo di Ernst Leitz nella emigrazione ebraica dal nazismo. Per citare solo alcuni premiati dalla Lega Anti-Diffamazione che hanno rischiato la loro vita per aiutare e salvare persone di religione ebraica, ricordo oltre al già famoso Oskar Schindler e la moglie Emilie premiati nel 1993, gli italiani: Gino Bartali; Monsignor Beniamino Schivo nel 1999; Giovanni Palatucci nel 2004 e Giorgio Perlasca, già ricordato tra i Giusti delle nazioni a Gerusalemme, (5200 Ebrei si sono salvati grazie al suo diretto intervento) con un albero a Lui intitolato nel viale del memoriale per le vittime dello sterminio (Yad Vashem).

Il rabbino Smith sostiene che una delle peculiari virtù di Ernst Leitz, è quella di non aver mai fatto menzione alcuna del suo impegno nel periodo nazista, riservatezza mantenuta anche in ambito familiare. Non avendo mai pubblicizzato i gesti compiuti, la sua vera propensione all’altruismo è stata

sublimata. Dal punto di vista, di Ernst Leitz, quello che egli ha fatto rientra semplicemente in ciò che ogni persona decente avrebbe dovuto fare nella sua posizione.

Rabbi Frank Dabba Smith

Ma se analizziamo la situazione politica tedesca dell’epoca, ci accorgiamo che l’impegno umanitario di Leitz è stato tutt’altro che semplice, tanto da poter affermare che il suo ridimensionare è frutto solo di acclarata modestia.
Per l’apparato tedesco, imprese come la Ernst Leitz di Wetzlar rappresentavano il veicolo preferito per la propaganda di regime perché evocavano il modello corporativo nazista per eccellenza; il termine “Volksgemeinschaft” definiva la svolta nazionalsocialista imposta alla società tedesca, nella quale veniva abbandonato il particolarismo classista a favore di una fusione unitaria e comunitaria nazionale, in cui ogni individuo doveva identificarsi come parte integrante del tutto.

Contestualmente alla propaganda di regime, ben assorbita dal tessuto sociale, c’era l’argomento concreto per antonomasia, ossia gli approvvigionamenti tecnologici che Leitz, insieme a molte altre aziende tedesche fornivano all’esercito, all’aviazione, alla marina.
Sotto alcuni esempi di straordinaria e rivoluzionaria tecnologia nazista.

Horten Ho-229 V-3 con due propulsori a reazione Jumo 004.

L’attuale Northrop-Grumman B-2 Spirit, USAF. Evidente la matri- ce originaria del progetto.

L’unico Ho-229 V3 sopravvissuto, è situato al National Air and Space Museum’s Paul E. Garber Facility, a Suit- land, nel Maryland.

L’unico Ho-229 V3 sopravvissuto, è situato al National Air and Space Museum’s Paul E. Garber Facility, a Suit- land, nel Maryland.

L’impressionante disco volante “Haunebu II” della Società Thule. Fu un rivoluzionario velivolo con motore “EMG” (elettro-magnetico-gravitazionale) conosciuto anche come “Tachyonator 7”. Testimone oculare del proget- to segreto fu il giornalista accreditato, Luigi Romersa, che inviato personalmente da Mussolini a Praga negli sta- bilimenti Skoda, potè vedere in volo diversi velivoli, dotati di questi silenziosi propulsori elettromagnetici anti- gravità. Ufficialmente furono distrutti prima dell’arrivo degli alleati, ma gli americani come i russi, al termine delle ostilità non tornarono a casa a mani vuote. Ancora oggi vige sull’argomento l’assoluto imprimatur “classified” delle auto- rità statunitensi. Il pluridecennale progetto Aurora è la realizzazione ultra specialistica e strategica di queste eso- teriche tecnologie, impiegate nel programma Solar Warden. L’argomento è taboo: strenuamente e rigorosamente riservato in ambito di Sicurezza Nazionale.

I due esemplari nelle foto sopra, sono due ulteriori serie di RFZ (Rundflugzeug) sviluppati dalla Società Vril. La Società Vril insieme alla Società Thule, nel 1941, per ordine diretto di Hitler, confluirono nella speciale branca tecnica delle SS, l’unità E-IV, che era impegnata nello sviluppo delle energie alternative.

I due esemplari nelle foto sopra, sono due ulteriori serie di RFZ (Rundflugzeug) sviluppati dalla Società Vril. La Società Vril insieme alla Società Thule, nel 1941, per ordine diretto di Hitler, confluirono nella speciale branca tecnica delle SS, l’unità E-IV, che era impegnata nello sviluppo delle energie alternative.

Nel 1942, i nazisti costrinsero centinaia di donne provenienti dall’Ucraina e da altri territori occupati, a lavorare forzosamente nella filiera produttiva militare di Wetzlar e in altri poli industriali tedeschi. Un fatto questo che ha spinto i sopravvissuti all’immane tragedia ad adire alle vie legali contro Leica Camera AG ed altre industrie leader come Siemens e Daimler-Benz, accusate di profitti indebiti provenienti dalla manodopera di deportati Ebrei e di intere popolazioni dell’est-Europa, costrette al lavoro in condizioni di schiavitù. Nel caso di Leitz l’asserzione non è stata mai provata, comunque, nel 1999 il governo federale tedesco insieme a più di cento compagnie, Leica Camera AG compresa, hanno acceso un fondo di compenso per un totale di 7.5 miliardi di Dollari.

E’ credibile, si domanda il rabbino Smith, che nello stesso tempo Leitz approvvigionasse i nazisti e salvava gli Ebrei di Wetzlar? La risposta che egli si da è affermativa.
Rabbi Smith era studente a Berkeley, quando apprese su un articolo di Popular Photography, che Norman Lipton all’età di 25 anni aveva lavorato presso gli uffici del dipartimento pubblicitario della Leitz sulla Fifth Avenue di New York, e che tra il 1938 ed l’Agosto del 1940 vide arrivare nei menzionati uffici molti Ebrei tedeschi rifugiati, provenienti dagli stabilimenti di Wetzlar. Alfred Boch general manager e vice-presidente dell’Agenzia Leitz di NY era incaricato di occuparsi della faccenda. Queste persone, con Leica al collo, riempivano i corridoi degli uffici con i loro bagagli nell’attesa di un colloquio con Boch, al termine del quale erano accompagnati al Great Northern Hotel (demolito negli anni sessanta) sulla cinquantasettesima strada dove alloggiavano per pochi giorni prima di essere chiamati dalla Kodak, dalla Wollensack, dalla Ilex e dalla Univis, o da altre firme ottiche di New York. Il ciclo virtuoso si ripeteva ogni pochi giorni, grazie agli arrivi alternati delle navi Bremen e Europa che attraccavano vicino ai moli dell’Hudson River.

Nel 1967 Lipton affrontò l’argomento in una intervista a Gunther Leitz, che pose però come condizione il divieto di pubblicare l’intervista finché lui stesso fosse stato in vita. Lipton accettando con riluttanza, si sentì rispondere da Gunther che suo padre Ernst fece tutto ciò perché si sentiva responsabile dei suoi impiegati e relativi familiari e in generale del suo prossimo, aggiungendo che nessuno sa quanti altri tedeschi nei limiti delle loro possibilità s’impegnarono nel tentativo di salvare altri perseguitati. I particolari della vicenda furono pubblicati su Photo In- ternational nel 1999, trent’anni dopo la morte di Gunther Leitz.

Rabbi Smith durante una visita a New York contattò l’ottantenne Lipton, che gli mostrò una lettera di Nathan Ro- senthal spedita da New York alla Leitz di Wetzlar nel 1947. Nella lettera, grondante di gratitudine, si ricordava come dopo appena 14 giorni dall’ascesa al potere di Hitler un insegnante palesemente anti-semita in una scuola superiore di Wetzlar prese di mira suo figlio Paul, a quel punto Leitz saputo delle vessazioni subite dal giovane quindicenne lo assunse, senza preoccuparsi dei rischi a cui andava incontro, introducendolo nei programmi d’ap- prendistato per poi inviarlo presso l’agenzia Leitz di New York.

Altra lettera mostrata da Lipton al rabbino Smith fu quella di Henry Enfield di Francoforte, che prima ottenne da Leitz un apprendistato per il figlio alla Wallace & Eating, rivenditore autorizzato Leitz in Bond Street a Londra, poi, tre mesi prima della notte dei cristalli quando “l’assett” londinese fu liquidato, preoccupato per la sorte del figlio, interpellò Leitz che provvide a fargli ottenere il visto, presso l’ambasciata americana di Francoforte, per farlo espatriare negli Stati Uniti presso l’Agenzia Leitz della “Grande Mela”. Anche Kurt Rosenberg come En- field fu inviato alla Leitz di New York con una lettera di accompagnamento preparata dal direttore vendite Alfred Turk, che si preoccupò anche dei preparativi per la partenza ma venne poi denunciato alla Gestapo da una spia infiltrata nella fabbrica di Wetzlar. La traduzione in carcere di Turk preoccupò Leitz che si precipitò a Berlino per negoziare, con successo, la sua liberazione. Turk ebbe salva la vita, ma la Gestapo impose che fosse allontanato dalla Ernst Leitz. L’attività industriale della casa di Wetzlar, era di fondamentale importanza per i vertici nazisti, sicché il potere contrattuale di Ernst II poteva incidere nelle trattative. I nazisti di Wetzlar tolleravano le attività “anti-patriottiche” di Leitz anche perché la richiesta internazionale di materiale tecnologico di precisione costituiva un’importante fonte di valuta pregiata. Il rabbino Smith asserisce che la ragione principale era che i nazisti temevano che senza la guida di Ernst II, la produzione dell’azienda sarebbe collassata, minacciando la capacità di soddisfare e approvvigionare l’intero comparto militare, inoltre, Ernst Leitz, era riverito da i suoi dipendenti, quindi i nazisti sapevano che senza di lui, il senso di motivazione, coesione e precisione sarebbero venuti meno. Smith ha individuato altri numerosi esempi, del buon lavoro di Leitz, legati alla protezione, nei casi di matrimoni misti, di familiari non Ebrei anch’essi destinati a non meno pervicaci persecuzioni.

Ernst aveva programmato di agire nella direzione del suo sentire, ubbidendo ai dettati della propria coscienza. Stesse considerazioni si possono fare della figlia Elsie, che non si discostò dalle orme del padre. Nel 1942 le pri- me deportate ucraine iniziarono ad arrivare a Wetzlar. Preoccupata delle loro condizioni di vita, Elsie Leitz iniziò a visitare i campi di detenzione per reclamare un miglior trattamento in termini d’alimentazione e vestiario. Le sue visite irritarono la Gestapo e nel Maggio del 1943, quando la moglie Ebrea di un produttore ottico fu catturata durante un tentativo di fuga attraverso il confine con la Svizzera, i sospetti immediatamente caddero su Elsie, che in realtà le fornì solo una mappa su cui aveva sottolineato la strada giusta da percorrere per attraversare il confine svizzero. Elsie fu arrestata e condotta a Francoforte. La Gestapo sospettava di un “complotto” Leitz, ma non poteva provarlo. La donna, Hedwig Palm, in precedenza era stata aiutata a nascondersi per diverse settimane nella casa della sorella a Monaco. Ernst impiegò tre mesi e molti soldi per ottenere il rilascio della figlia e di Hedwig. Elsie fu maltrattata dalla Gestapo durante il periodo di detenzione e dopo il rilascio rimase agli arresti domiciliari fino alla fine della guerra. Negli appunti stilati durante la prigionia, Elsie spiegava come si sentiva responsabile della vita delle persone, quindi i maltrattamenti subiti non le fecero cambiare idea su quanto da lei fatto in loro favore.

Nel dopoguerra supportò il lavoro del Dottor Albert Schweitzer in Africa e promosse la riconciliazione franco- tedesca.
Ernst Leitz II era idealmente e per tradizione familiare iscritto al Partito Democratico, ma nel 1942, tatticamente, proprio come Oskar Schindler, s’iscrisse al Partito Nazista, e questo gli permise di gestire più liberamente i propri interessi allontanando i sospetti e la morsa tentacolare della Gestapo. Dopo la guerra, la Germania fu colpita da un ventata di recriminazione.

Chi era stato attivamente nazista e chi no?
Quanti fattivamente si erano opposti all’anti-semitismo?

In una piccola cittadina come Wetzlar le tensioni si erano acutizzate. La appartenenza di Ernst Leitz II al Partito Nazista lo portò, nel 1947, ad affrontare il processo di de-nazificazione avviato a Wetzlar come nel resto della Germania. Leggendo un documento da lui stilato, si avverte la sua consapevole sofferenza nell’analizzare la follia collettiva che avvolse l’intera società tedesca. Leitz inizia l’escursus puntando il dito al 1933, quando, candidato al Partito Tedesco dello Stato, in un discorso, attaccò con veemenza i nazional-socialisti, descrivendo le “squadracce” di Hitler come “scimmie in camicia bruna”.

Continua specificando che nei suoi comportamenti, non si è mai allontanato dalle “fondamentali attitudini democratiche”, impiegando nei primi anni trenta, proprio persone d’origine ebraica, per poi aiutarle ad espatriare, quando le condizioni ambientali divennero umanamente insostenibili. Queste sue azioni provocarono i pericolosi so- spetti della Gestapo facendo di lui in seno al Partito Nazista “oggetto d’indignazione”. Solo quando i nazisti minacciarono il licenziamento d’autorità d’alcuni membri anziani della dirigenza di fabbrica, Leitz, riluttante, decise di aderire al partito, per evitare come egli affermò “uno scenario estremo”. Con la sua caratteristica modestia egli concluse: “Io ero non solo un membro passivo del partito ma resistetti attivamente, per quello che potevo permettermi, contro la tirannia nazista.”

Forse parte di ciò che Günther Leitz vuole dire, quando parla con Lipton in merito al fatto che nessuno può sapere quello che i tedeschi fecero per i perseguitati “nei limiti delle loro possibilità” è spiegabile nel ricordo di come suo padre non era particolarmente orgoglioso del suo agire perché pensava di non aver potuto condurre come avrebbe voluto la drammatica vicenda, in questi termini sono da valutare i suoi personali convincimenti.

Noi non sapremo mai cosa spinse Leitz ad agire pur conoscendo i gravi rischi a cui andava incontro, ma non dobbiamo guardare lontano per trovare le fonti della sua moralità. Suo padre Ernst Leitz I, nacque a Baden il 26 aprile 1843 da una famiglia di credo Protestante, nel 1865 si trasferì a Wetzlar e iniziò a lavorare come meccanico nell’Istituto Ottico di Carl Kellner. Cinque anni più tardi Kellner morì, Ernst I rilevò l’attività ed in breve tempo fornì prova di essere un imprenditore progressista e di larghe vedute erigendo in Germania una delle prime aziende con l’assicurazione e l’assistenza alla salute dei suoi dipendenti.

Ernst II entrò nell’azienda del padre nel 1906 e quando nel 1920 suo padre morì dovette tre anni dopo fronteggia- re la gran crisi che portò l’inflazione ad erodere massivamente i guadagni dei dipendenti. Ernst II, potendo riscuotere denaro straniero dalle esportazioni dei suoi prodotti, acquistò generi alimentari dalla Danimarca per la sussistenza dei dipendenti e delle loro famiglie. L’iniziativa determinò una sorta di volano per l’economia di Wetzlar con benefiche ricadute sull’intera comunità.

La benemerita reputazione spiega perché Nathan Rosenthal si rivolse direttamente alla famiglia Leitz, non appena il figlio Paul iniziò a soffrire vessazioni anti-semite. Ernst II si fece carico del problema e avviò Paul al program- ma triennale d’apprendistato ed in seguito lo fece espatriare; destinazione New York. Quando le autorità naziste obbligarono alla chiusura l’attività commerciale di Nathan, Leitz la noleggiò ad un equo prezzo di mercato. Il red- dito conseguente permise alla famiglia Rosenthal, con l’aggravarsi degli eventi persecutori, di congiungersi a Paul in America.

Nella lettera di gratitudine di Rosenthal del 1947, oltre alla riconoscenza per il figlio, aggiunge una nota di meravigliata soddisfazione per tutti i giovani Ebrei di Giessen, Francoforte e Darmstadt, condotti alla salvezza da Leitz e concludendo con un elogio alla sincerità dei suoi ideali si augura che il lavoro esemplare compiuto possa rima- nere impresso nelle coscienze per un numero illimitato di anni a venire.

Liste passeggeri; di persone salve e libere.

Lista passeggeri nave Bremen. 1937. Gjenvick-Gjønvik Archives Steamship Birmingham Alabama

Lista passeggeri nave Bremen. 1938. Gjenvick-Gjønvik Archives Steamship Birmingham Alabama

Alle 5 della mattina del 12 Febbraio 1938 Kurt Rosenberg saliva la scaletta che lo portava sul ponte della nave Hansa.

Lista passeggeri Linea Amburgo-America” 1938. Organigramma equipaggio nave Europa. Gjenvick-Gjønvik Archives Steamship Birmingham Alabama

Il piroscafo della Linea “Amburgo-America” si avvicinava al molo sul fiume Hudson, mentre il ventiduenne Rosenberg, meccanico di Wetzlar, era impaziente di “catturare” questi momenti con la sua nuova Leica.

Nave Europa nel porto di Amburgo. Foto Kevin Tam

Nave Europa nella baia di New York. Foto Kevin Tam

“La nave procedeva a velocità ridotta nel porto di New York”, scriverà più tardi ai familiari di Francoforte. “A destra e a sinistra migliaia di luci e di fronte a noi, i grattacieli di Manhattan.” Sfortunatamente era troppo buio per fare fotografie quindi quei momenti non furono immortalati. Rosenberg in ogni modo scattò numerose fotografie negli Stati Uniti, facendo così della sua vita la migliore documentazione di qualsiasi altro rifugiato Leitz.

Rosenberg fu portato a Wetzlar da suo padre Georg il 25 Aprile del 1933, cinque settimane dopo l’ascesa di Hitler al potere. Nel frattempo Kurt imparava come riparare microscopi e macchine fotografiche Leitz. Inizialmente, Georg, ebreo, impiegato di banca ed eroe di guerra tedesco nel primo conflitto mondiale, pensava non fosse necessario l’espatrio. Nel 1938 però, le persecuzioni naziste verso gli Ebrei s’intensificarono ed egli dovette rivede- re la sua iniziale decisione.

Leitz immediatamente fornì a Kurt Rosenberg una lettera d’introduzione all’ufficio Leitz di New York ed un biglietto per il viaggio. Come altri rifugiati Leitz, Rosenberg ricevette anche una Leica nuova fiammante come “assicurazione” in caso di difficoltà economiche – denaro tedesco non poteva essere portato fuori della Germania, ma una Leica, come possibile merce di scambio per ottenere denaro, era la migliore alternativa.

Arrivato a New York, Rosenberg fu preso in consegna dalla Agenzia Leitz sulla Fifth Avenue dove fu avviato al lavoro nei laboratori di riparazione. Nei giorni successivi fu fatto oggetto di una visita inattesa da agenti della Dogana, che sospettava di lui, nonostante avesse i documenti in regola fu costretto a titolo precauzionale a trasferirsi nell’Agenzia Leitz di San Francisco.

Contemporaneamente la situazione in Germania peggiorava e Rosenberg, preoccupato, inviava telegrammi urgenti ai suoi familiari. Il 9 Novembre 1938, con “la notte dei cristalli”, iniziò, per opera dei nazisti, la distruzione delle sinagoghe ed il saccheggio dei negozi degli ebrei. Il padre Georg fu internato nel campo di Buchenwald. Sebbene rilasciato per la sua età, nel 1941 fu deportato nel ghetto di Lotz dove morì nel 1942.

Percorso delle deportazioni verso il Ghetto di Lods in Polonia. United States Holocaust Memorial Museum, Washington, D.C.

Lods, Polonia, Ottobre 1941. Ebrei deportati da Germania e Austria in marcia verso il Ghetto di Lods. United States Holocaust Memorial Museum, Wa- shington, D.C.

Ghetto di Lods, 1940-41. Qui i deportati erano confinati prima di essere inviati al campo di sterminio di Chelmo, dove appositi camion ermeticamente sigillati venivano uti- lizzati come camere a gas; per lo sterminio la tecnologia utilizzata fu minimale e a basso costo, come stabilito, in segreto, dai vertici nazisti, nella conferenza di Wansee. United States Holocaust Memorial Museum, Washington, D.C.

Ultimi respiri. United States Holocaust Memorial Museum, Washington, D.C.

Nel 1943 Kurt Rosenberg si arruolò volontario nell’esercito americano. Il suo desiderio era quello di essere impiegato negli equipaggi aerei per la fotografia di ricognizione, ma il 20 Aprile 1944 la nave da guerra su cui viaggia- va fu silurata nel Mediterraneo e morì insieme con altri 500 soldati. Aveva 28 anni.

In tutto Rosenberg realizzò più di 1000 fotografie che avrebbero testimoniato il viaggio da Wetzlar e la sua nuova vita in America – un inestimabile archivio custodito amorevolmente dalla sua famiglia.

Rabbi Smith desideroso d’ulteriori informazioni sulle vite dei rifugiati Leitz cercò di contattare almeno Rosenthal e Enfield ma i due erano purtroppo già morti. Pensò allora di scrivere direttamente alla famiglia Leitz ed ottenne una risposta immediata da Knut Kühn-Leitz figlio di Elsie Leitz. Knut, sebbene avesse solo sette anni quando sua madre Elsie fu arrestata per aver aiutato una Ebrea di Wetzlar, ricordava con vividezza di emozioni la violenta irruzione della Gestapo nella loro abitazione, proprio mentre lui e sua sorella Cornelia erano in bagno. Knut pur avendo passato molti pomeriggi felici con suo nonno Ernst, non lo ha mai sentito parlare di Ebrei in apprendistato o espatriati, quindi fu molto curioso di saperne di più e accettò di aiutare il rabbino a cercare negli archivi di Wetzlar. Il giovanile settantenne dagli occhi celesti Knut, anch’egli appassionato fotografo con l’inseparabile Leica, non risiede più nella storica abitazione della dinastia Leitz, per lui “Haus Friedwart”, è troppo grande, ma li mantiene uno studio che frequenta quotidianamente. Questa grande casa è costruita su un pendio di una fortificazione medioevale chiamata Kalsmunt, ed è situata al di sopra proprio dietro lo storico stabilimento Leitz, come se dall’alto si mantenesse uno sguardo d’affettuoso interesse sulla sottostante fabbrica. La casa è stata disegnata dall’architetto tedesco Bruno Paul e si presenta con un ampio colonnato a loggia in pietra bianca che si antepone alla gran sala d’attesa sovrastata da una grande scala, in legno intagliato, adiacente alla quale c’è un’immagine di Cristo e più in la i busti di tre generazioni Leitz. Knut sostiene che malgrado la “grandeur” dell’abitazione, suo nonno Ernst era un uomo dai gusti semplici; la sua stanza era piccola, spartana e senza sfarzi, inoltre indossava lo stesso cappello ogni giorno e per qualsiasi evento. La sua peculiarità nei rapporti umani era contraddistinta dall’empatia che con calore mette- va a proprio agio chiunque. Non sopportava veder soffrire le persone. Knut aggiunge che mentalmente si sentiva protetto da questa eminente figura, e sapeva che se qualcosa andava male o bisognava cambiare, bastava che lui andasse da nonno Ernst ed egli con immediatezza si adoperava per la risoluzione del problema. A posteriori, Knut non si meraviglia che lo zio Gunther avesse proibito a Lipton la divulgazione dei retroscena umanitari di suo padre Ernst. “Mio nonno non avrebbe mai speso parole su questi argomenti, perché il credo della famiglia era: ‘fai del bene ma non parlarne’.

Knut conclude: ‘se ora fosse qui mio nonno, odierebbe tutto questo gran parlare’.
Rabbi Smith inoltre pensa che, come molti sopravvissuti alla Shoah, anche Ernst non abbia avuto intenzione di parlare, ancor meno con i familiari, di argomenti così traumatici vissuti durante la guerra. Il rabbino pensa che Leitz non fosse un eroe bensì semplicemente un uomo che s’impegnava con dedizione a risolvere i problemi di chiunque avesse bisogno, in altre parole non c’era nulla di calcolato nel suo altruismo.

Fonti: Rabbi Frank Dabba Smith The Financial Times Limited Anti-Defamation League

Giuseppe Ciccarella

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