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La luce scintilla un attimo ed è già notte (quinta parte)

I quattro fotografi morti in elicottero.

Il 10 Febbraio 1971, un elicottero dell’esercito del Viet Nam del Sud, fu colpito sui cieli del Laos dal fuoco nemico ed esplose in una palla di fuoco, uccidendo quattro grandi fotografi di guerra: tra i dispersi c’erano due vincitori del premio Robert Capa, Larry Burrows della rivista LIFE ed Henri Huet di Associated Press. Con loro, Kent Potter di United Press International e Keisaburo Shimamoto di Newsweek e Pan-Asia Newspaper Alliance. Al momento dello schianto, i quattro fotografi seguivano gli sviluppi dell’Operazione Lam Son 719; una massiccia invasione corazzata in Laos da parte delle forze sudvietnamite, contro l’esercito popolare nordvietnamita e il Pathet Lao, con l’intenzione di interdire e recidere la rete di approvvigionamento del Viet Nam del Nord, l’essenziale canale di rifornimento di Hanoi verso meridione, attraverso il cosiddetto sentiero di Ho Chi Minh.

Nell’elicottero Huey, morirono insieme a loro sette militari dell’esercito sudvietnamita, tra i quali due ufficiali, un fotografo militare, il navigatore e il pilota.

Quando la guerra finì, quattro anni dopo, la zona di guerra fu chiusa e l’incidente in elicottero svanì dai titoli dei giornali.

 

Continua dalla prima parte, dalla seconda parte. dalla terza parte e dalla quarta parte.

 

Torno ad Henri Huet.

 

Credit/courtesy: © Time-Life, AP / Henri Huet
LIFE Magazine – 11 Febbraio 1966 – 3
Operation Masher, coperta da Henri Huet al seguito della 1a Divisione Cavalleria Aerea, documentando le fasi dei combattimenti durante le prime 24 ore dell’offensiva.
Il comandante di una unità della 1a Divisione, attende notizie dal radiotelefonista collegato con il Comando; lo scopo è quello di ottenere l’appoggio gerarchico per avanzare, ma anche di aggiornare i superiori circa la posizione raggiunta, così da ottenere eventuale supporto tattico nella area di competenza.

 

Questo in soldoni le parti salienti dell’articolo:
“L’Operazione si svolge sugli altopiani centrali del Viet Nam. La seconda fase dell’offensiva, Operation Double Eagle, coinvolge 4000 marines nello sbarco piu’ importante dal tempo di Inchon, durante la Guerra di Korea. Sebbene altri 20.000 tra americani, sud vietnamiti e sud coreani, partecipano a questa enorme offensiva, atta ad accerchiare circa 8000 nord vietnamiti, tra esercito regolare e vietcong, posizionati nella zona costiera, a circa 300 Miglia (… circa 483 Km) a nord di Saigon. Il Presidente Lyndon Johnson, riesuma riluttante i bombardamenti sul Nord Viet Nam, i raid erano stati sospesi per 37 giorni, in attesa e nella speranza che il governo di Hanoi, mandasse un segnale per negoziare. Sebbene le speranze sembrano svanite, il Presidente chiedeva alle Nazioni Unite di provare a trovare una soluzione di pace.”

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Operazione Masher, 29 gennaio 1966. Le truppe statunitensi si rifugiano sulle colline vicino An Thi, lungo la costa centrale del sud Viet Nam, dopo una lunga giornata di combattimenti.

 

Il terreno è bianco perchè fa parte di quelle caratteristiche spiagge di sabbia bianca presenti nella fascia costiera e anche all’interno del Viet Nam centrale.
Il drappello, posizionato per sicurezza sotto un terrapieno sulle colline, istiga Henri Huet a fare qualche scatto.

Un insieme di sguardi, orientati in diverse posizioni, con affilata attenzione, scrutando i pericoli da ogni dove. Le posture: accosciati; seduti; sdraiati, a significare i diversi stati d’animo: la stanchezza; la tensione; la concentrazione. I primi due fanti di sinistra, con i due fucili M16 poggiati sul calcio, disposti davanti a loro e dietro in piedi entrambi, il comandante di squadra e uno dei due radiotelefonisti. La foto in doppia pagina, che come una pittura ben composta, ci offre sensazioni di un gruppo coeso e solidale.

 

Credit/courtesy: © Time-Life, AP Photo / Henri Huet LIFE Magazine 11 Febbraio 1966 3
Sotto il fuoco Viet Cong in una risaia, elementi della 1a Divisione Cavalleria Aerea si acquattano e soccorrono i feriti.

 

 

Credit/courtesy: AP Photo / Henri Huet
Questa foto è simile ma non è quella presente nella pagina. Per ottenere questa inquadratura Henri si è avvicinato di più, rispetto a quella mostrata nella pagina di Life. Lo scatto ritrae il soldato semplice Lacey Skinner di Birmingham, Alabama, anch’egli della 1a Divisione di Cavalleria Aerea, mentre striscia insieme ai suoi buddies, nel fango di questa risaia evitando il fuoco Viet Cong vicino ad An Thi nel Viet Nam del Sud, durante la feroce battaglia di 24 ore, lungo la costa centrale.

 

Credit/courtesy: © Time-Life, AP / Henri Huet LIFE Magazine 11 Febbraio 1966 4
«Poi una pausa nella trincea del nemico vinta a caro prezzo»; recita il titolo.
«Stanchi dai continui combattimenti in attesa dell’elicottero che avvicenderà il reparto con uno fresco. L’elicottero che era stato abbattuto dal pesante fuoco nemico sul bordo della risaia». Questo il riassunto del testo in alto a sinistra.

 

Un reparto della 1a Divisione di Cavalleria Aerea, nella trincea del nemico.
Sguardi persi, energie al lumicino, il soldato in primo piano: occhi socchiusi tra una tirata e l’altra.

 

Credit/courtesy: © Time-Life, AP Photo / Henri Huet LIFE Magazine 11 Febbraio 1966 5
“Non c’è disponibilità per la pace oggi in quel regime”; recita il titolo.
Nelle tre immagini i viet cong catturati, tra i 900 uccisi e catturati dagli uomini della 1a Divisione di Cavalleria Aerea, durante l’Operazione Masher.

 

Photo credit/courtesy: ©Time-Life, AP Photo / Henri Huet
Nella foto piccola di pagina 24B: i guerriglieri Viet Cong catturati, con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena, sono sorvegliati a vista dai fanti dell’aria, durante la battaglia di An Thi, nel sud del Viet Nam.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
17 Gennaio 1967. Ben Suc, Viet Nam del Sud.
Una madre vietnamita porta i suoi figli in uno dei due cestini attaccati a un bastone che tiene in spalla. Gli abitanti di Ben Suc stanno lasciando le loro case per essere reinsediati in un campo profughi in un’altra zona. Fanno parte dei 10.000 contadini che si prevede verranno evacuati dal Triangolo di ferro, roccaforte dei Viet Cong. L’iniziativa di sfollare la popolazione del villaggio fu presa dal Comando americano, così da limitare al massimo la perdita di civili durante l’avanzata statunitense atta a stanare i Viet Cong.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Giugno 1967. Ben Suc, Viet Nam del Sud.
Una donna vietnamita trasporta a piedi nudi i suoi due figli e i pochi averi sulla spalla, durante l’evacuazione. Il terzo figlio cammina davanti a lei portando vettovaglie. Sono tra i 10.000 abitanti dei villaggi vietnamiti evacuati dalle zone ai margini del Triangolo di Ferro roccaforte Viet Cong e sistemati poi in insediamenti per rifugiati.

 

 

La sequenza.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
1967. Il Tenente medico James Callahan attraverso la respirazione bocca a bocca tenta di rianimare un soldato ferito a nord-est di Saigon.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Dopo la pratica rianimatoria, il Tenente alza lo sguardo e palesa una espressione smarrita, forse si è reso conto dell’esito; un respiro esalato o l’evanescente battito del cuore. I due scatti Henri li ha fatti con un medio tele, a distanza, così da non essere intrusivo in un momento difficile, con una vita in bilico.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Con un cecchino ancora in azione, il Tenente medico James con pragmatica applicazione prosegue trattando un fante che ha subìto una ferita alla testa allorchè un proiettile Viet Cong gli ha forato l’elmetto.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet

Chi non ce l’ha fatta viene mestamente portato via.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet 1968. Viet Nam del Sud. Operation Pegasus.
Avamposto difensivo sulla Route 9.
Un CH-54 Tarhe scarica l’ennesimo obice Howitzer M114.
Su quelle colline oltre a Burrows c’era anche Henri, inseparabili, a raccontare anche lui la battaglia, ma a differenza di Larry non si stacca mai dalla sua Kodak Tri-X.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
17 giugno 1968. Operation Pegasus.
Un marine porta una bandiera americana sul suo fucile durante un’operazione di recupero, a circa nove chilometri a sud di Khe Sanh. I marines stavano recuperando diciotto dei loro compagni, che erano morti nove giorni prima in una feroce battaglia vicino a una nuova strada utilizzata dalle truppe del Viet Nam del Nord per penetrare nel Viet Nam del Sud attraverso il Laos. La bandiera fu trovata sul corpo di uno dei marines deceduti.

 

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
17 giugno 1968. Operation Pegasus.
Marines accompagnano il recupero di uno dei diciotto morti.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Un drappello di marines. Sullo sfondo, sagome fuoriescono come fantasmi dalla selva, nella fitta bruma del mattino.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
L’immagine del Presidente del Nord Viet Nam, Ho Chi Minh, recuperata in un tunnel, insieme ad altre fotografie. In tre a sorreggerla e a commentarla, mentre il soldato di destra a dorso nudo indossa la medaglietta simbolo della pace, contro la guerra in Viet Nam.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Bambino sudvietnamita fuma una sigaretta offertagli da un soldato americano, in un’atmosfera di relativa calma.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Un soldato ferito nella sacca da trasporto, accudito e curato da un Ufficiale medico, prima di essere imbarcato su un elicottero Huey del MEDEVAC.

 

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Un soldato americano della 9a Divisione di Fanteria usa un lanciagranate M79 per guidare gli elicotteri durante l’atterraggio in un area paludosa, in un’operazione lungo il margine settentrionale sul delta del fiume Mekong, nel Viet Nam del Sud a metà luglio 1968.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
10 settembre 1968.
Un mitragliere della 9a Divisione di Fanteria, attraversa un torrente fangoso sul delta del fiume Mekong a sud di Saigon. Presta molta attenzione a non sommergere l’arma: un SACO M60, per non comprometterne l’efficienza. Il corso d’acqua è limaccioso, pertanto le particelle di fango in sospensione arrecherebbero danni ai meccanismi del mitragliatore, causandone possibili malfunzionamenti, da scongiurare durante le operazioni.

La profondità del corso d’acqua sommerge completamente il fante, tuttavia pronto all’emersione per riprender fiato, ma Henri Huet ha fermato l’istante nel momento dell’immersione del capo, restituendo efficacia simbolica e particolarità allo scatto.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Parà della 101a Divisione si riposa, ma la baionetta in canna dimostra che la situazione è di relativa calma.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Soldati del Viet Nam del Sud ispezionano la distruzione in quella che all’epoca era la sezione Cholon di Saigon, dopo l’offensiva mini-Tet del maggio 1968.

 

Photos credit/courtesy: © AP Photo/ Henri Huet
Saigon, 7 Giugno 1968.
Tutti i tipi di trasporto, dalle tre ruote dei risciò alle motociclette, sono utilizzati dalla popolazione in fuga dal settore Cholon di Saigon, durante i combattimenti tra i Viet Cong e le truppe del governo sudvietnamita. I combattimenti scoppiarono dopo che i Viet Cong si erano infiltrati nella zona.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
14 Giugno 1968, Offensiva del Tet.
Polizia militare del Vietnam del Sud, pistola in pugno, prende a calci la porta di un’abitazione nel distretto di Cholon di Saigon, mentre il collega osserva attento. Facevano parte di una squadra di forze del Viet Nam del Sud, alla ricerca di infiltrati Viet Cong che per diverse settimane ingaggiarono con essi combattimenti di strada. Nonostante gli attacchi aerei governativi e gli sbarramenti di artiglieria, le forze sud vietnamite a fatica respinsero la minaccia.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
14 Giugno 1968, Offensiva del Tet.
Questi i risultati delle infiltrazioni Viet Cong nel settore di Cholon a Saigon, con i conseguenti gravi danni alle costruzioni prodotti dai combattimenti.
Gli abitanti del quartiere su ciclomotori (… tra i quali: Vespa e Honda SH) lungo la strada Khong Tu nel distretto di Cholon, nella Chinatown di Saigon, verificano gli effetti e i danni, dopo settimane di combattimenti in un’area di circa un chilometro e mezzo quadrato, comprendente molti edifici danneggiati o distrutti.

 

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Fanti americani si affollano in un cratere di bomba cercando di identificare le ben celate postazioni di cecchini nord vietnamiti che sparano contro di loro durante una battaglia a Phuoc Vinh.
Gli sguardi divergenti e convergenti dei soldati formano un insieme avvolgente e armonico; come se avessero avuto l’istruzione di mettersi ognuno in posa. Il merito va ascritto a Henri che ha colto il momento.

 


Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
1970. Arrivo del nuovo contingente di parà della 101a Divisione aerotrasportata.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Ferito, vicino al buddy che gli fa da scudo, si scorge timore e tensione per il pericolo incombente.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Una donna accovacciata tiene le mani giunte sulla fronte, in un villaggio vicino a Bong Son, sullo sfondo tre militari americani; uno al radiotelefono e i due contigui con lo sguardo rivolto verso l’obiettivo di Henri.

 

 

Il significato del gesto.

 

Nella foto sopra, l’attenzione di Henri si è soffermata sull’Anjali mudra che in sanscrito ha significati diversi, diffuso in Cambogia, Laos, Viet Nam, India, Nepal, Sri Lanka, Birmania, Thailandia, etc. Comunemente è un gesto di rispetto, un saluto o un commiato, con le mani davanti al volto ma un poco distanti da esso. Oppure con le mani tenute a livello dello stomaco o delle cosce, gesto di offerta o di riverenza, ma anche tenute nel chakra del cuore con i pollici che si appoggiano leggermente sullo sterno, in segno di onoranza o celebrazione.
In questo caso i palmi e le dita sono premuti insieme e puntati verticalmente verso l’alto, appoggiati tra l’incavo del naso e la fronte, a significare un momento di meditazione e preghiera, eseguito sul chakra della fronte con la punta del pollice appoggiata sul terzo occhio. L’unione dei due palmi rappresenta la coesistenza dei due regni inseparabili, che sono in realtà uno, in parallelo all’unione degli emisferi destro e sinistro del cervello che rappresentano anch’essi l’unificazione. Un dualismo che in sinergia coinvolge l’azione reciproca delle azioni sia spirituali che materiali. Il mudra è anche un simbolismo circa la connessione con il divino in ogni cosa.

 


Picture, credit/courtesy: © World Pranic Healing Foundation

 

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
6 Febbraio 1970, Saigon, Viet Nam del Sud.
Didascalia originale: Cholon, Saigon, Vietnam del Sud: «Durante le celebrazioni di Capodanno “Tet”, la gente rende omaggio e brucia i bastoni “Joss” in onore dei propri antenati al tempio buddista Le van Tuy di Cholon».

 

Questo splendido ritratto lo ha scattato Kent Potter e visto il precipuo argomento, ho preferito inserirlo tra le foto di Henri. I bastoncini di incenso fumanti e la postura dell’Anjali mudra ci mostrano quanta profonda devozione dimori in questi gesti rituali.

La madre di Henri era vietnamita e morì quando lui era molto piccolo e magari quella donna, ritratta in primo piano nella sua foto in bianco e nero, gli richiamava nel cuore il suo commosso remoto ricordo, o forse no.
Non mi è dato sapere se la madre fosse buddista o cattolica come il padre e lui stesso, chissà magari era una Degar Montagnard (… montagnard, nell’accezione francese significa “gente di montagna”, ma è anche un’etnia religiosa cattolica, con presenze cristiane protestanti).

 

 

Un cenno sui Montagnard.

Dopo la sconfitta americana e con l’instaurazione sul tutto il Viet Nam del regime comunista, i Montagnard sono stati pesantemente vessati. Da decenni gruppi di Montagnard, siano essi cattolici o protestanti, sono sottoposti a persecuzioni da parte del governo vietnamita. Non gli è stata perdonata la collaborazione con gli Stati Uniti durante la guerra vietnamita, spesso la persecuzione è aggravata dall’espansione dei vietnamiti verso il territorio Montagnard, con conseguente espropriazione di terre e arresti di massa.

In un Viet Nam globalizzato che vanta importanti investimenti stranieri, le minoranze etniche vengono discriminate anche a causa delle loro opinioni religiose. “Oppressione, minacce e terrore” vengono ancora applicate contro cattolici e protestanti, in molte regioni montane della nazione. È difficile cercare un lavoro nella provincia se il proprio curriculum vitae o il retroterra religioso è cattolico o protestante; ovviamente non è possibile lavorare per uffici governativi o organizzazioni statali. Molti non hanno nemmeno il coraggio di dichiararsi cattolici a causa della continua perniciosa discriminazione.

Nel villaggio di Muong La, non è stata ancora archiviata l’indagine su un incontro di preghiera di Natale, tenuto in una casa privata. Tuttavia, preventivamente, la Polizia di Stato aveva impedito a chiunque fuori dal villaggio di partecipare alla riunione. Un gruppo di persone che aveva dovuto percorrere 40 km per partecipare alla Messa di Natale è stato costretto a tornare nella loro tribù.

L’autorità locale del partito comunista, ha sempre avuto un pregiudizio nei loro confronti. Pensano che le attività religiose siano una copertura per complotti o cospirazione. Ma i cattolici, proprio come tanti altri vietnamiti, vogliono solo contribuire allo sviluppo della propria nazione.

Torno al tema, rilevando come Henri Huet avesse il dono della fede e questo càrisma o dono, lo approssimava con empatia alle persone e benanche di altre confessioni, anche le più distanti dalla sua, ne avvertiva con rispetto e ammirazione quello stato di grazia interiore che probabilmente e mi piace pensarlo, vista la sua ragguardevole sensibilità, ne condivideva emozioni, paure, patimenti, sguardi, movenze, sorrisi.

Requiescat in Pace Henri, ovunque tu sia, mi sarebbe piaciuto tanto conoscere te e i tuoi compagni di destino, scambiare qualche riflessione con te e gli altri.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo
Sudato, stanco, con borraccia e arnesi del mestiere.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Sguardi allibiti e una lacrima scorre sulla guancia della bimba.
Venti tra donne e bambini, evacuati dal loro villaggio da una incursione Viet Cong, portati in salvo e protetti da una pattuglia americana, dentro una grotta sul fiume.
Il primissimo piano della bambinetta ritratta di taglio, la lettura dei piani digradanti fuori fuoco ancora ben leggibili, sono gli ingredienti di questa bella fotografia scattata a tutta apertura. Leica M2, Leitz Summicron 35/2 “otto lenti” codice SAMWO, Kodak Tri-X.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
20 marzo 1969. Viet Nam del Sud.
Uno Huey USAF della logistica, adoperato per il trasporto di rifornimenti, munizioni, armi e posta, alla base di fuoco Bunker Hill.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
Wow.. altra immagine dal forte impatto.
Dietro a un Tank, durante una battaglia notturna nella boscaglia, con proiettili traccianti che come raggi laser rigano il buio. Il mezzo corazzato con sopra la silhouette dei due soldati che lo rendono tangibile, posto nel mezzo del fotogramma, illuminato nella parte centrale e ai bordi una vignettatura naturale che arricchisce l’immagine. Henri c’era, immerso nelle tenebre squarciate da lamine e bagliori di luce, per testimoniare gli intensi momenti di tensione, tra buio e fragori, a pochi centimetri dalla morte.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
25 Settembre 1970. Dal testo inviato insieme alla foto via Telex.
Anticipo per martedì PMS (… Publications Monthly Service) del 29 settembre, con la “Storia della Pacificazione” di Johnson.)
PACE NELLA SUA VALLE. Il Maggiore Nguyen Van Thanh, capo del distretto di Hau Duc, Viet Nam del Sud, guarda il suo pacifico villaggio di 13.000 Vietnamiti e Montagnards. Il villaggio, secondo il Maggiore, una volta controllato dai Viet Cong, non è stato più attaccato dal settembre 1968, quando Thanh vi si trasferì.

 

Photo credit/courtesy: © AP Photo / Henri Huet
4 Maggio 1970. Mimot, Cambogia

 

Henri scatta una foto dove e presente Larry Burrows, ultimo a sinistra, mentre attraversa “l’erba elefante” (… famiglia graminacee), agitata dal rotore di un elicottero americano di soccorso. Larry aiuta, insieme ad altri soldati, a trasportare su una barella un buddy ferito, dalla giungla all’elicottero. Una delle tante evacuazioni durante le incursioni americane in Cambogia.

Sir Larry Burrows non lesinava e quando molto spesso serviva, dismetteva i panni di reporter e d’impulso indossava quelli di sensibile essere umano, lanciandosi ad aiutare senza curarsi dell’inevitabile pericolo; alla posta, sempre in agguato, da quelle parti.

 

1970. Henri e David Burnett, anch’esso vincitore di numerosi premi, tra i quali il World Press Photo e il Robert Capa Gold Medal.

 

Henri con la sua Leica M2 e Leitz Summicron 35/2 “otto lenti” codice SAWOM, con paraluce codice 12585H.

 

 

Gli ultimi scatti, fatti tra loro. 7 Febbraio 1971.

 

Photo credit/courtesy: © Da Capo Press, Editor / UPI
Segnale di avvertimento a Lao Bao, 7 Febbraio 1971.

 

Il cartello recita: Attenzione! Nessuno del personale americano oltre questo punto… e si fanno fotografare in modo spiritoso proprio dietro al cartello, come avevano fatto i soldati americani nella foto a colori che ho mostrato sopra, nelle pagine dedicate a Larry Burrows.
Da notare sul bordo sinistro l’adesivo “AP” Associated Press molto probabilmente apposto da Henri Huet, l’unico dei quattro colleghi a collaborare con tale agenzia di stampa.

Foto scattata da Kent Potter.
Da sinistra: Keisaburo Shimamoto: con Leicaflex e Leitz Summicron 50/2; Nikon F, Henri Huet: due Nikon F e Larry Burrows: due Leica M3. Amici fino alla fine; tre sorrisi e tre giorni dopo, muoiono tutti e quattro insieme.

 

Photo credit/courtesy: Larry Burrows © Time-Life Magazine / Da Capo Press, Editor
Foto presente nel libro: “Lost over Laos: A True Story of Tragedy, Mystery, and Friendship”, Richard Pyle, Horst Faas, Da Capo Press, Editor.
Segnale di avvertimento a Lao Bao, 7 Febbraio 1971.

 

Rispetto alla foto precedente, stavolta è Kent Potter ad essere fotografato da Larry Burrows, rigorosamente dietro al cartello, per violare… con humor, l’avviso, destinato però solo al personale militare americano.

Il cartello pieno di firme e dediche dei soldati, come taluni ancor oggi fanno presso le località turistiche, durante le vacanze, per testimoniarne la presenza in quei luoghi.

In questo caso era un modo per testimoniare la propria presenza, in uno dei vari momenti ludici dei soldati, di goliardia e coesa fratellanza, per cercare di stemperare la tensione, nelle pause durante le operazioni belliche. In questi momenti, se vogliamo ricreativi, si erano fatti coinvolgere anche i nostri quattro reporter, che sempre a contatto con le truppe, ne condividevano le giornate e i diversi stati d’animo.

Sotto al “Warning!” compare “59TH” scritto a penna dai genieri del “59th Land Clearing Company “Bushwackers””.

Effettivamente il senso dell’umorismo serviva a sdrammatizzare. Nelle situazioni difficili e di pericolo, era uno strumento in più, una manifestazione del proprio se, davanti agli altri compagni di destino; una divagazione, strappando un sorriso, per combattere depressione e stati d’ansia. Si manifestava nei modi più disparati, come ad esempio scrivere frasi buffe sugli elmetti.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS

 

4 Febbraio 1968 Khe Sanh, Vietnam del Sud.
Dal testo di Kent Potter:
«Stringendo elmetto e arma, il Marine L/Cpl. James Jones di Pensacola, Florida, fa una smorfia mentre i colpi di mortaio comunisti volano sopra la testa durante il bombardamento nemico su una roccaforte dei Marines. Lo slogan sul suo elmo dice: “Non sono un turista, io vivo qui».

3 Febbraio 1971. Le ultime note di Henri Huet sul foglio di servizio per l’ufficio dell’Associated Press di Saigon, che riguardavano due foto del reportage fotografico effettuato presso la ex base dei Berretti Verdi di Lang Vei, situata nella valle di Khe Sanh, dove precedentemente venivano addestrate dai consiglieri militari americani le truppe del Viet Nam del Sud.

Nell’ordine di servizio E 21910, viene richiesto il tipo di pellicola utilizzata per ottenere il corretto tipo di sviluppo, idoneo al materiale sensibile che aveva esposto, nel suo, purtroppo, ultimo servizio fotografico. Henri annota “400 ASA”, la sua preferita, una Kodak TRI-X.

 

Credit/courtesy: © AP Photo

 

Fa impressione leggere le sue annotazioni sapendo che saranno le ultime.
Si tratta di due appunti su due foto fatte nella ex base delle Special Forces.

La prima annotazione descrive un blindato M113 in primo piano, con un soldato seduto a terra e di sfondo le montagne del Laos; la seconda annotazione invece descrive un blindo M113 sudvietnamita distrutto, in primo piano, con un M113 americano appena arrivato nel settore in alto della ex base delle Special Forces.
Sotto, c’è l’avviso scritto in diagonale, riguardante un memorandum scritto dal giornalista americano Bill Barton, rinvenibili all’interno della cartella.

Lo scritto di Henri, con il sintetico relativo report, per poter ben identificare le due foto tra i fotogrammi del rullino sviluppato, sarebbero state accompagnate da una descrizione della situazione sul campo, stilata da Bill, anch’egli presente in quel frangente e il tutto sarebbe poi servito per comporre, in redazione, un articolo sul singolo episodio bellico.

 

 

Un breve cenno sul povero Bill Barton.

 

Photo credit/courtesy: © Ed Meek and Meek School of New Media Collection, Archives and Special Collections, University of Mississippi Libraries
La giornalista americana Jennifer Bryon Owen, ha cercato di capire cosa fosse successo la notte del 14 Marzo 1971. Nel diario inedito del corrispondente della United Press International Ted Marks, ha trovato un resoconto attendibile ed esclusivo circa la tragica sparatoria in cui incappò Bill Barton, corrispondente della Associated Press, in Viet Nam.

 

Quella notte Ted Marks e Bill Barton si trovavano insieme in auto e non appena avevano iniziato ad attraversare un ponte, quasi subito qualcuno iniziò a sparare.

Ted Marks: «Barton mi ha detto che quelli erano spari e subito dopo la sua testa si è accasciata sul mio grembo.»

Gli spari continuarono, così dopo un breve tentativo di togliere la jeep dal ciglio della strada, Ted Marks tentò di scansarsi dalla linea di fuoco. Continuò fino a quando capì di essere fuori portata di tiro e così si fermò. Diede un’occhiata a Bill Barton e subito pensò che era meglio che qualcuno lo aiutasse in fretta. Lo avevano colpito alla testa e il proiettile era uscito dall’occhio destro. Sanguinava copiosamente.
Ted Marks: «… i miei pantaloni erano inzuppati del suo sangue e con quelli che credevo fossero schegge di ossa…»

Barton, nel frattempo, aveva ripreso coscienza, ma era isterico

Ted Marks: «Non credo che dimenticherò mai il suono del suo tentativo di respirare mentre guidavo con la sua testa in grembo. Era un rumore di fatica e di fatica. Sono già stato vicino alla morte in passato, ma era la prima volta che sentivo la morte…»

Queste parole sono solo una parte della redazione del diario di Marks del 14 Marzo 1971. L’UPI non ha rilasciato alcuna dichiarazione su questo orribile incidente. Marks non ne ha mai parlato pur essendo l’unico testimone.
Bill Barton non morì quella notte a Saigon. Ma sarebbe morto in meno di un anno.
Dopo la degenza in ospedale Bill Barton tornò a casa da sua madre cercando di vivere e capire “qualunque tipo di vita potesse avere”. La sera prima di iniziare un intervento di chirurgia ricostruttiva sul suo cranio, andò a bere da solo. Non tornò a casa

Una settimana dopo, un contadino notò qualcosa nel proprio stagno.

In un precedente articolo del Mississippi Magazine che chiedeva ai suoi ex editori che avevano lasciato lo Stato, se sarebbero mai tornati, Barton aveva risposto che un giorno sarebbe potuto tornare nella terra dei suoi antenati, ma non era ancora pronto per essere seppellito. In meno di tre anni fu sepolto lì.

Nel libro dal titolo: “Ritorno alla terra dei miei antenati” di Jennifer Bryon Owen, c’è la storia di Bill Barton, con le sue lotte civili contro le discriminazioni e segregazioni razziali negli Stati del sud.

Ironia della sorte: l’Associated Press e Barton avevano terminato la loro relazione all’inizio di quella fatidica e tragica giornata, quel 14 Marzo 1971 e l’ufficio stampa AP ricevette la telefonata quella notte quando spararono a Barton.

Jennifer Bryon Owen ha parlato con il corrispondente AP che rispose a quella chiamata e ha parlato con Teddy Marks corrispondente UPI che era con Barton quella sera.

Marks è morto nel 2012 prima che potesse essere intervistato, anche se Jennifer Bryon Owen aveva trovato il suo nome e i suoi contatti. La ricerca si è spostata alla sua vedova, che è riuscita a trovare il diario di Marks potendo così condividere le memorie di Bill Barton.

Fonti, credit/courtesy: Jennifer Bryon Owen

 

Il destino di Bill Barton, a poco più di un mese di distanza da quello tragico di Henri Huet e gli altri, era stato anche per lui drammaticamente segnato, lì nel sud-est asiatico.
Requiescat in Pace, Bill
Photo credit/courtesy: © Barton Family

 

 

Keisaburo Shimamoto

 

Photo credit/courtesy: © Tim Page-CORBIS
1966. Da Nang, Viet Nam del Sud.
Shimamoto San, accovacciato, macchinetta in mano, durante gli scontri a fuoco, si accorge di essere ripreso da Tim Page.
Al momento della morte lavorava per l’agenzia Pan Asia.
Requiescat in Pace, Keisaburo.

 

 

Kent Potter.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
7 Maggio 1968. Offensiva del Tet.
Saigon, Viet Nam del Sud: i civili fuggono dalle case nella zona di Cholon durante l’attacco dei Viet Cong. Cholon o in gergo Chinatown, era una zona di mercato abitata da vietnamiti di origine prevalentemente cinese.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI 7 Maggio 1968. Offensiva del Tet, 1968.
Dal testo battuto a macchina su Post-it da Kent:
SAIGON: «Donna solleva la bambina su un camion mentre i civili fuggono dai combattimenti nella zona di Cholon di Saigon».
Foto consegnata a UPI l’11 Maggio 1968.

 

 

La sequenza.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI 7 Maggio 1968. Offensiva del Tet, 1968.

 

Dal testo battuto a macchina su Post-it da Kent:
«Questa è stata una “faccia” familiare della guerra del Vietnam.
Una bambina vietnamita condivide l’agonia di una madre ferita mentre aspetta in una stazione di soccorso nel distretto di Cholon di Saigon in questa foto del 7 maggio 1968. La madre e il bambino erano tra le centinaia di civili intrappolati nell’area durante una feroce battaglia tra forze comuniste e le forze alleate».

I dati di protocollo UPI sotto la nota di Kent sono del 2 Novembre 1972; un periodo postumo alla scomparsa del povero Potter.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI

 

In realtà la foto originaria scattata da Kent era questa.

Tagliata e ingrandita, mostra il dettaglio e conferisce maggior impatto visivo ed emotivo. Non è dato sapere se questa scelta, comunque efficace, sia stata presa da Kent o dalla redazione fotografica di UPI.
La foto, sfrondata, concentra lo sguardo dell’osservatore sul volto della bambina con il braccino destro proteso verso il corpo della donna ferita. Lo sfondo, diventa meno invasivo e non incide più sul risultato finale. L’immagine tagliata concentra l’attenzione sul soggetto, come fosse un ritratto.

In quel momento Kent ha voluto inserire il soggetto nel contesto più ampio utilizzando un 35mm e riprendendo il soldato di spalle sulla destra e gli altri nello sfondo, sempre a destra. A livello puramente compositivo, lo sfondo variegato e disordinato non valorizzava a dovere la scena, drammatica quanto languida. Anche il soldato in primissimo piano sulla destra, crea disturbo: è fuori fuoco, ma non sarebbe tanto questo perchè il messaggio del soggetto principale, la bambina e la donna accasciata su un fianco sulla branda da campo, verrebbero diluiti, dai troppi elementi presenti, che fanno da ingombrante cornice, senza accrescere ne valorizzare il significato dell’immagine.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS

 

Per giungere a quella immagine iconica, opportunamente tagliata dall’originale inquadratura, Kent ha compiuto diversi scatti, a colori, a partire da questo.

In questo scatto si torna all’inquadratura originaria in bianco e nero, con un obiettivo però da 28mm.
La postura della bambina, con la manina portata sul mento induce a pensare che fosse in preda ad un naturale stato di ansia per le condizioni della madre.

Il dramma familiare scuote l’animo, osservando la foto a colori che lo rende realistico e intenso.
Questa fotografia in special modo sembra anticipare lo scatto decisivo, quello da cui poi verrà effettuato il taglio. La posizione da cui riprende la scena è la stessa, accosciato, cambia solo la focale. Le foto in bianco e nero potrebbero in realtà essere state tratte da una sequenza a colori, in un continuum di ripresa, con altra macchina e obiettivo, che hanno poi permesso a Kent di individuare l’istante giusto, opportuno, rispondente al suo sentire, da sottoporre poi ad UPI.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS

 

In questo scatto, Kent, usa un 50mm, mettendo a fuoco sulla mano che fuoriesce dalla branda, mentre sullo stesso braccio la donna appoggia la testa. Lo scatto arriva in un istante in cui la bambina cancella una lacrima, con un gesto istintivo del polso, quasi automatico, mentre è distratta da altro.

L’apertura del diaframma è abbastanza ampio, lo sfondo è sfocato come pure il corpo della madre, tranne la sua mano protesa, punto di fuoco, in asse circa con il braccino della bimba, il cui volto è di poco fuori fuoco. Il corpo e la bambinetta sono a ridosso, a testimoniare la tenue compressione dei piani, conferita dal leggero tele, il “cinquantino”; utensile insopprimibile dai reporter d’azione. Il diaframma relativamente aperto ha permesso di isolare i soggetti dall’ambiente circostante.

Kent ha fermato un istante emotivamente pregnante, dal forte impatto.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS

 

Da questa inquadratura si capisce che il soldato di schiena, nella foto integrale in bianco e nero, è un infermiere militare dell’esercito sudvietnamita, che sta cercando di tamponare l’emorragia della donna. Il sangue della donna ha imbibito la tela della branda ed è colato sul terreno sottostante. La bimba osserva il reporter mentre ferma l’istante. Dietro ai soggetti in primo piano, c’è un gruppo di persone, la maggior parte in camicia bianca. Sono intenti ad osservare con attenzione gli eventi in due direzioni diverse. Qui l’obiettivo è un 28mm impiegato su pellicola a colori, che spesso Kent prediligeva.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
Offensiva del Tet, 1968.
Dal testo di Kent.
7 Maggio 1968. Saigon, Viet Nam del Sud: «I civili cominciano ad evacuare le case nella zona di Cholon a Saigon durante l’attacco dei Viet Cong».
Photo by Kent Potter

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
Offensiva del Tet, 1968.
7 Maggio 1968. Saigon, Viet Nam del Sud. I civili sfollati dal settore di Cholon.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
07 Maggio 1968, Saigon, Viet Nam del Sud. I civili cominciano ad evacuare le case nella zona di Cholon di Saigon durante l’attacco dei Viet Cong.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
17 Luglio 1968. Tay Nihn, Sud Viet Nam.

 

Tratto dal testo scritto da Kent.

8/17/1968 Tay Nihn, Sud Vietnam: «I loro volti pieni di apprensione, due bambini vietnamiti aspettano di vedere un medico durante la visita di un’équipe medica dell’American Medical Civil Action Program a Tay Nihn 8/1. Le squadre mediche, in questo caso della 25a Divisione di Fanteria, visitano le città vicino a loro per fornire servizi medici alla popolazione».

Trasmesso via Telex a UPI, da Kent Potter

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI

 

Dal testo battuto a macchina su un Post-it da Kent:
SAIGON:

«Soldati del Sud Viet Nam sistemati su un tetto a Cholon l’8 di Giugno 1968. Il soldato sud vietnamita esamina il mercato di Kim Bien, osservando tra le macerie controlla l’arrivo di invasori Viet Cong. Allo stesso tempo, i soldati di questo reparto perquisiscono le case sullo sfondo, (… da cui fuoriesce fumo), cercando di sbarazzarsi dell’azione di resistenza delle truppe comuniste infiltrate».

Foto consegnata a UPI il 12 Giugno 1968.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/ CORBIS
Sullo stesso tetto, vicino allo stesso soldato sud- vietnamita della foto pre- cedente, con Kodak Ekta- chrome 64. Anche la pre- cedente scattata a colori e poi inviata via Telex a UPI.

 

Dal testo battuto a macchina da Kent:

CHOLON 1968
8 Giugno 1968, Saigon, Viet Nam del Sud: «Edifici livellati e macerie sono le uniche cose visibili in questa zona di Cholon del distretto di Saigon, dove le forze sudvietnamite hanno assediato le sacche ben radicate dei Viet Cong e degli infiltrati. Questa zona desolata era un tempo la casa di circa 1.000.000 di persone. Rovine di auto e camion bloccano la strada sullo sfondo come una barricata Viet Cong contro il passaggio dei carri armati».

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
Foto scattata in elicottero su pellicola Kodak Ektachrome 64.

 

Dal testo battuto a macchina da Kent:

«Guerra del Viet Nam 1968 Vista aerea della USS New Jersey. 30 Settembre 1968. La corazzata U.S.S. (BB62) mostrata in vista aerea al largo della costa settentrionale del Viet Nam del Sud e della DMZ»

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS

Foto scattata su pellicola Kodak Ektachrome 64.

 

Dal testo battuto a macchina da Kent:


«Guerra del Viet Nam 1968 I militari a bordo della USS New Jersey.
30 settembre 1968, Vicino al Viet Nam del Sud. A bordo della corazzata U.S.S. (BB62) al largo della costa settentrionale del Vietnam del Sud e della D.M.Z».

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS Kent Potter Imbarcato sulla corazzata USS New Jersey.
Foto scattate su pellicola Kodak Ektachrome 200.

 

Dal testo battuto a macchina da Kent che accompagnava la foto, inviata poi via Telex alla UPI:
30 Settembre 1968. A BORDO DELLA USS NEW JERSEY:

«La corazzata USS New Jersey spara i suoi cannoni da 16 pollici (… 40.6 cm) nella zona demilitarizzata 9/30. Queste furono le prime granate sparate dalla New Jersey nella guerra in Viet Nam. La nave è l’unica corazzata in servizio attivo nella Marina degli Stati Uniti».

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
Kent si sposta sulla tolda e riprende i cannoni in azione. Foto scattate su pellicola Kodak Ektachrome 200. Il testo battuto a macchina da Kent che accompagnava la foto, inviata poi via Telex alla UPI, è lo stesso del precedente,conl’unicavariante: «VedutadeicannonidellaUSSNewJersey».

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI
Titolo: Silent Prayer
Da Nang, Viet Nam del Sud: «lI cappellano si inginocchia mentre prega sui corpi coperti di due marines americani uccisi dal fuoco Viet Cong il 1° Dicembre 1968. I marines furono uccisi durante un pattugliamento nell’operazione Meade River, 15 miglia a sud di Da Nang».
Note, titolo e sintesi dalla copia dell’agenzia di stampa allegata alla parte posteriore della fotografia; timbro United Press International; “SGP 1616027 … New York Bureau.”; “Credit: UPI di Kent Potter 12 Giugno 1968.”

 

Diversi commilitoni sono raccolti in meditazione o preghiera silenziosa.

Il triste rituale si ripete per l’ennesima volta.

Anche Kent si confronta con la morte, li davanti a lui; ineffabile quanto puntuale.

 


Photo credit/courtesy: Kent Potter © UPI Titolo: Alone
Dal testo scritto da Kent.
Da Nang, Viet Nam del Sud: «C’è orrore e bellezza in guerra e questo marine, incorniciato da rami di alberi, sembra essere solo con i suoi pensieri mentre attraversa una risaia. Membro della 1a Divisione Marine stava uscendo per una pattuglia notturna».

 

Note, titolo e sintesi dalla copia dell’agenzia di stampa allegata alla parte posteriore della fotografia; timbro United Press International; “SGP 0617106 … UNIPIX.”; ”Credit (foto UPI di Kent Potter) 17 Giugno 1970.”

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS
8 Febbraio 1971, Khe Sanh, Viet Nam del Sud. Un soldato sudvietnamita, che dalla postura sembra triste e prostrato, attende di essere trasportato in volo con i suoi commilitoni sul confine con il Laos, dove i dispacci del fronte indicano forti scontri tra le truppe governative e le forze del Nord Viet Nam e Pathet Lao Operation Lam Son 719. Il comandante delle forze sudvietnamite in Laos dichiarò il 14 febbraio che le sue truppe erano pronte a rimanere lì fino a quando la pista di Ho Chi Minh non sarebbe stata distrutta.

 

Photo credit/courtesy: Kent Potter © Bettmann/CORBIS

 

 

Ultimo giorno, ultime foto.

 

10 febbraio 1971, Khe Sanh, Viet Nam del Sud.
Quando i suoi amici lo raggiungono, un soldato americano viene portato in salvo. Il soldato è rimasto intrappolato in un campo minato nordvietnamita con un suo commilitone ed è stato costretto a chiamare l’elicottero. L’altro soldato è caduto a terra, dopo essere stato spinto in salvo.

Questa è una delle sue ultime fotografie scattate durante la sua ultima giornata di vita, prima che fosse dichiarato scomparso in Laos proprio in quel fatidico stesso giorno, il 10 febbraio.
Secondo iniziali notizie, convulse, frammentarie e non confermate, Potter era a bordo di un elicottero abbattuto. Poi se ne ebbe certezza, purtroppo.

Kent nei suoi scatti dimostra grande sensibilità associata ad una innata propensione tecnica.
Le foto con donne e bambini sfollati durante l’offensiva Viet Cong nella sezione di Cholon a Saigon, ne mostrano un animo prevalentemente sensibile alla sofferenza patita da donne, madri, molto spesso al centro delle immagini, con bambini, tanti. Mi piacerebbe parlarne con lui per sapere cosa gli rimestavano quelle visioni, che andava poi a registrare.

La sequenza della madre ferita con la piccola figlia intorno, vagante e impotente: Kent e lì di fronte a quell’affetto traviato nel corpo, ma soprattutto nell’animo di una madre consapevole che la propria piccola amata figliola, ora è lì sola, in balia degli eventi terribili, senza la sua protezione, senza il suo amore. Kent si accorge del dramma ed è solo a testimoniarlo. Vicino alla scena, oltre all’infermiere militare, ci sono persone completamente estraniate dalla scena, distratte, attonite, sembra che neanche si accorgano di chi e che cosa stia accanto a loro, in comprensibile stupore di fronte al furore della violenza, sono esterrefatti, inattivi, ad osservare, chi da un lato chi dall’altro, mentre una donna ferita è vicino a loro, indifferenti, come fosse ormai norma, non curarsi più degli altri, del loro dolore e della loro afflizione: «… un troppo lungo supplizio può far pietra del tuo cuore».

Kent, oltre a fare il suo lavoro, ci mostra un afflato umano ben riconoscibile: è presente, empatico, in prossimità della sofferenza non è adiaforo, non è estraneo ad essa, la documenta e le sue foto ci suggeriscono che non è un pedissequo reporter di documentaristica o cronaca, piuttosto, fa suo, il dolore degli altri. In quegli attimi, riconosce il dolore, lo capisce, lo sente e lo sa interpretare, lo modella con il suo sentimento, probabilmente lo raffronta con la sua sofferenza interiore e rende il tutto materico, attraverso le immagini.

Abbiamo perso molto con la sua morte, credo che quella forte e tremenda esperienza, lo avesse particolarmente sensibilizzato. Se l’avesse scampata chissà quale
vita lo avrebbe poi atteso, tornando dalla guerra,
quale sarebbe stata la sua ambizione, il suo desiderio,
che tipo di fotografie avrebbe voluto fare, magari già
ne aveva un’idea, esalata anch’essa in un istante.

Requiescat in Pace, Kent.

 


Photo credit/courtesy: © Bettmann/CORBIS
2 Febbraio 1971, Kent Potter nella base americana di Khe Sahn, otto giorni prima della morte.

 

Non sapremo mai se qualcuno di loro avesse avuto un presentimento o magari un sogno premonitore, forse Keisaburo, chissà, mi piace pensarlo.

Su quell’elicottero c’erano tante aspirazioni, racchiuse una per una in ogni cuore. Emozioni, progetti, pensieri, sentimenti, propositi; tutto revocato, tutto esaurito in una breve frazione di tempo, vaporizzato, in un lampo di luce, tutti insieme, risucchiati nel buio, assoluto.

Dedico a loro quattro e alle altre vittime dei due elicotteri abbattuti questo sonetto
scritto nel 1817 da Percy Bysshe Shelley,
 Poeta lirico romantico e filosofo inglese.

 

Ozymandias

“Incontrai un viandante di una terra dell’antichità,
 che diceva:

Due enormi gambe di pietra stroncate

stanno imponenti nel deserto… Nella sabbia, non lungi di là,

mezzo viso sprofondato e sfranto, e la sua fronte,

e le rugose labbra, e il sogghigno di fredda autorità,

tramandano che lo scultore di ben conoscere quelle passioni rivelava,

che ancor sopravvivono, stampate senza vita su queste pietre,

alla mano che le plasmava, e al sentimento che le alimentava;

E sul piedistallo, queste parole cesellate:
 «Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re,

ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!»

Null’altro rimane. Intorno alle rovine

di quel rudere colossale, spoglie e sterminate,

le piatte sabbie solitarie si estendono oltre confine”.

 

 

Giuseppe Ciccarella

 

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