Ridare vita ad un oggetto ormai inservibile è un’attività che, a prescindere dalla tipologia dell’oggetto, mi da sempre una grande soddisfazione.

Se poi si tratta di una fotocamera, la questione assume una valenza ben più rilevante perché il mistero legato alla storia degli apparecchi che riesco a riportare in efficienza sembra rivelarsi nella loro rinata capacità di poter imprimere frammenti di tempo attraverso i loro scatti.

Questa attività, che mi coinvolge da sempre nella misura sufficiente a ripristinare il funzionamento delle fotocamere che mi passano tra le mani, è molto diversa dal lavoro e dalla professionalità di un riparatore.

Ho nei confronti di che esercita questo lavoro un misto di rispetto ed ammirazione che deriva anche da aver frequentato per anni a Milano uno dei decani di questa attività che si è ritirato ormai da qualche anno.

esemplare di folding Kochmann Korelle con Schneider Xenar 4,5 al termine del restauro – questo esemplare utilizza pellicola 127 e produce otto fotogrammi di formato 4×6,5 per ciascun rullo

Ecco quindi che quando incappo in una macchina fotografica malmessa che per caratteristiche e condizioni abbia un margine di recupero, si attiva in me una frenesia incontenibile che in alcuni casi, non sempre devo dire, mi porta ad ottenere il risultato di avere, a fine intervento, un pezzo funzionante.

E quando riesco a raggiungere questo risultato, credetemi, mi crogiolo per giorni nella soddisfazione di aver ridato vita ad un pezzo ormai inservibile.

Non amo particolarmente le produzioni prebelliche, questo in realtà non in senso assoluto, per via di alcune caratteristiche tra le quali, in via prevalente, l’assenza di trattamento antiriflesso delle lenti che ne rende molto più complicato l’utilizzo.

La patina vintage se da un lato ammorbidisce i contasti, dall’altro stabilisce regole di esposizione e sviluppo differenti rispetto agli apparecchi più moderni.

Vi sono poi complessità dell’intervento di ripristino legate alla tipologia di fotocamera che si intende usare.

Se ad esempio si intende rimettere in funzione un apparecchio folding occorre fare i conti con la possibilità che l’invecchiamento del soffietto generi durante l’uso, oltre che possibili infiltrazioni di luce se danneggiato, una dispersione sulla pellicola di piccole parti di materiale in fase di apertura e chiusura della fotocamera.

A quanto sopra si aggiunge la complessa sistemazione degli otturatori, peggio se a tendina, che data l’età perdono di norma efficienza rendendo imprecisi i tempi di esposizione.

A questo si aggiunge la possibilità di qualche improvvido intervento da uno o più dei precedenti possessori che potrebbe aver danneggiato o starato una delle componenti dell’apparecchio.

Il principio quindi che la macchina scatti non è di per sé garanzia che produca risultati accettabili sotto il profilo tecnico ed è quindi sempre bona norma, anche se l’apparecchio sembra funzionare, fare alcune verifiche della sua precisione arrivando anche a considerare che nei lunghi ani di carriera aspetti che ritenuti invariabili, come ad esempio la corretta focheggiatura all’infinito, possono invece presentare amare sorprese durante l’utilizzo pratico.

Ho cercato di riassumere alcuni concetti base di questa attività di verifica e gestione di vecchi corredi nella serata tenuta da NOC che aveva come tema il fotografare con fotocamere d’epoca.

Quella che invece vi propongo oggi è una recente esperienza che ho fatto recuperando una folding Korelle del 1931 che utilizza pellicola 127 producendo otto fotogrammi 4×6,5 per rullo.

Korelle è un marchio della tedesca Kochmann che aveva sede a Dresda sino al secondo conflitto bellico e che purtroppo seguì, al pari di numerose altre realtà produttive della città sassone, la grande devastazione a seguito dei bombardamenti alleati di inizio 1945.

Kochmann è nota ai più per aver lanciato nel corso degli anni ’30 un apparecchio reflex per pellicola 120, denominato sempre Korelle, che unitamente alla Exakta Vest Pocket, alla Primarflex e alla Pilot 6 rappresentano i primi apparecchi reflex che ispireranno poi la produzione post-bellica di fotocamere di questa categoria.

copertina della brochure sulla Reflex Korelle prebellica

Prima della presentazione della Reflex Korelle, Kochmann realizzò a partire dalla fine degli anni ’20 una nutrita serie di apparecchi folding per pellicole piane nel formato 6×9 e per pellicole a rullo nei formati 120 6×6 e 127 4×6,5 e 4×3. Tra la produzione dell’azienda tedesca vi è inoltre una fotocamera a corpo rigido per pellicola 35 mm con formato del fotogramma 18×24.

pubblicità delle folding Korelle con la rassegna dei principali modelli

L’esemplare del quale sono venuto in possesso è per l’appunto una Korelle del 1931 per pellicola 127 con fotogrammi di formato 4×6,5.

Nella prova pratica post restauro metto i risultati a confronto con quelli ottenuti con una fotocamera analoga comprata tempo fa ben funzionante, almeno in apparenza.

secondo esemplare di folding Korelle con Schneider 75 mm 3,5 Radionar a tre lenti – questa fotocamera, ben conservata e ben funzionante, cela un difetto nella messa a fuoco e nella lente anteriore rovinata da micro graffi nella parte centrale

Le condizioni della Korelle, recuperata di recente, erano pessime poiché l’otturatore centrale Compur oltre a non funzionare più per l’effetto del tempo e dell’inutilizzo, era stato fatto oggetto di un maldestro tentativo di rimessa in efficienza attraverso un vero e proprio allagamento con una soluzione sbloccante tipo WD-40 il cui uso, utile ribadirlo, va assolutamente evitato se non si vogliono ottenere problemi di funzionamento peggiori di quelli ai quali si sta cercando di porre rimedio.

Tutti gli otturatori centrali, come nel caso del Compur montato dalle folding Korelle, sono meccanismi a prevalentemente secco che prevedono una lubrificazione solo in alcune specifiche parti, in particolare su alcuni assi di rotazione dei meccanismi di precisione come ritardatore e autoscatto, attraverso l’applicazione di limitatissime e localizzate quantità di olio speciale per questo tipo di applicazioni di meccanica fine.

Spruzzare indistintamente liquido sbloccante sull’intero otturatore, oltre che sostituire un comportamento scellerato e criminale, determina la necessità che l’intero meccanismo debba poi essere smontato da mani capaci, lavato con appositi solventi e rimontato, rendendo quindi l’intervento di ripristino economicamente oneroso.

otturatore della Korelle smontato in fase di pulizia e ripristino

Questi prodotti sbloccanti sono di norma costituiti da una componente volatile e da una lubrificante che si deposita sulle lamelle dell’otturatore e del diaframma determinandone. a distanza di tempo, il blocco pur dopo un apparente riavvio.

piastra dell’otturatore Compur dopo lo smontaggio dei meccanismi del ritardatore e dell’autoscatto con ben visibili le tracce di vecchio lubrificante rappreso

Peggio accade quando la parte oleosa si deposita sulle lenti dell’ottica.

Inoltre, ed è il caso della Korelle qui descritta, l’olio può arrivare ad incollare le lamelle del diaframma con il conseguente blocco del meccanismo. In questi casi non bisogna mai forzare la leva di comando pena l’uscita di sede dei perni delle lamelle o, peggio, la loro irreversibile rottura.

Un otturatore centrale sporco, mal lubrificato in passato o peggio allagato di lubrificante, deve necessariamente essere smontato e pulito a fondo. Anche prodotti come Avio o Alcol Isopropilico applicati nel tentativo di ripristinare il funzionamento, pur non generando i dannosi effetti sopra descritti in caso di uso di prodotti sbloccanti, avranno un’efficacia limitata nel tempo.

Nel mio caso il diaframma e l’otturatore Compur della Korelle erano intrisi di olio rappreso e le lamelle del dispositivo ad iride erano uscite dalla sede richiedendo quindi anche lo smontaggio completo del meccanismo del diaframma, il lavaggio e l’impegnativo riassemblaggio.

guscio esterno dell’otturatore Compur con la parte che ospita le lamelle del diaframma che sono state tolte e pulite; per il rimontaggio; ho posizionato una ventosa con il solo compito di reggere le lamelle in questa fase

ecco il diaframma rimontato e perfettamente funzionante – lo sgancio di una più lamelle è facilmente rilevabile dal foro dell’iride che da rotondo diventa triangolare aprendosi/chiudendosi con difficoltà ed in modo irregolare

In questo tipo di otturatori il diaframma è infatti posizionato sotto il meccanismo dell’otturatore e per potervi accedere occorre rimuovere tutto il blocco dei meccanismi di gestione dei tempi.

pulizia dei meccanismi con scovolino ed alcol Isopropilico – sarebbe buona norma in questi casi smontare anche le lamelle dell’otturatore per pulirle più a fondo; in questo caso non è stato necessario

lavaggio del meccanismo dell’autoscatto – sono già abbastanza evidenti le parti di sporco presenti nell’alcol isopropilico oltre al vecchio lubrificante che si solubilizza conferendo all’alcola al termine del processo una tenue colorazione giallina

Una volte smontate, per il lavaggio delle singole parti ho utilizzato alcol isopropilico e uno scovolino soffiando poi il tutto al termine del processo con un getto di aria compressa per evitare residuassero parti del vecchio lubrificante all’interno dei singoli meccanismi che è prudente non smontare.

La parte più complessa, come facevo cenno sopra, è il rimontaggio del diaframma in questo caso composto da dieci lamelle che richiedono un paziente lavoro di posizionamento prima della chiusura con la piastra superiore la cui rotazione garantisce l’apertura e la chiusura dell’iride.

Il diaframma è un meccanismo che funziona completamente a secco ed in nessun caso, in fase di montaggio o una volta rimontato, deve essere lubrificato.

Gli otturatori Compur, a differenza dei Synchro Compur post-bellici ed in generale dei Pronto, sono piuttosto semplici e dalla meccanica intuitiva, tanto da consentire anche a coloro che hanno pochi rudimenti, come nel mio caso, di poter smontare e rimontare il tutto con buona garanzia che il meccanismo funzioni poi correttamente.

otturatore riassemblato ancora privo del coperchio con la scala dei tempi

Una questione che richiede invece l’intervento di un riparatore esperto è la corretta taratura dei tempi, di norma penalizzati dall’età e dall’uso, soprattutto nelle più alte velocità. Un buon riparatore è inoltre in grado di effettuare la taratura del fuoco attraverso uno strumento apposito che garantisce la massima precisione.

Nel fai da te si può usare un vetro smerigliato che può non garantire lo stesso risultato.

vetro smerigliato posizionato in modo da rilevare la corretta messa a fuoco all’infinito

Anche dopo un approfondito intervento di manutenzione, come nel caso che vi sto mostrando, difficilmente la velocità più elevata, su questo modello di 1/250 di secondo, arriverà al valore nominale.

In questo caso la misurazione restituisce poco più di un 1/200 di secondo, che è già un buon risultato, mangiando quindi un terzo di diaframma.

controllo tempi a 1/250

La precisione di esposizione su queste fotocamere deve essere il più possibile rispettata per evitare che si accentuino difetti tipici dell’assenza di trattamento antiriflesso delle lenti.

Lavato, ripulito e rimontato l’otturatore si può passare all’esame dello stato delle lenti e alla loro pulizia che nel caso di vetri privi di trattamento antiriflesso può essere effettuata in modo più intensivo ed efficace rispetto alla grande attenzione che occorre invece porre per le lenti con trattamento.

In questa situazione anche muffe o funghi, se presenti, non lasciano di norma danni sulla superficie delle lenti una volta rimossi. Uso solitamente sapone neutro e acqua calda lavando ed asciugando il tutto con estrema attenzione.

Potrebbe invece accadere che alcune lenti, tipicamente quella anteriore, presentino segni di pulizia, di norma piccoli graffi, che purtroppo non possono essere eliminati se non con un intervento di levigatura da parte di un soggetto specializzato.

ottica della seconda Korelle con Radionar a tre lenti – in questa prospettiva si rilevano bene i graffi sulla lente frontale

Fino qualche anno fa esisteva in provincia di Milano una azienda che realizzava lenti e che offriva anche un servizio di levigatura con risultato eccellente se il danno non era in profondità.

Il tutto ad un costo accessibile.

Attualmente non ho più riferimenti di questo genere. Se quindi le lenti sono rovinate per segni di pulizia, l’ottica è quasi sempre scarsamente utilizzabile con buoni risultati.

Nel mio caso le lenti dello Schneider Xenar, schema Tessar a quattro elementi, erano, una volta pulite, messe molto bene.

Se la messa a fuoco avviene, come in questo caso, tramite elicoidale con rotazione della lente frontale, occorre, come facevo cenno sopra, verificare con un vetro vermigliato, da posizionare sulla guida di scorrimento del film, la corretta focheggiatura all’infinito utilizzando un lentino che consenta un ingrandimento sufficiente a verificare i dettagli della scena inquadrata.

Le Korelle non dispongono di telemetro che, se vi fosse, renderebbe necessaria una fase di verifica del corretto funzionamento anche di questo dispositivo.

A fotocamera rimontata e pronta per l’utilizzo è prudente dare un’ultima soffiata con un getto di aria a bassa pressione o, meglio, con un dispositivo aspirante, all’interno della fotocamera così da rimuovere polvere o eventuali parti di materiale staccatesi a causa dell’invecchiamento di cartone e stoffa che costituiscono la parte interna del soffietto.

Korelle restaurata – Kentmere 200 sviluppata con Ilfotec LC 29 – notare i puntini neri determinati dalla polvere persa dal soffietto – niente male invece la resa in controluce delle Xenar

Questa operazione deve essere compiuta con estrema delicatezza verificando poi al buio e con l’ausilio, ad esempio, della torcia del telefono l’assenza di infiltrazioni di luce all’interno della camera.

Per evitare la presenza dei puntini neri sul fotogramma, vista l’età di questi apparecchi, che a breve raggiungeranno il ragguardevole traguardo dei cento anni, è prudente fare avanzare la pellicola a macchina con soffietto esteso subito prima di ciascuno scatto.

Le Korelle folding non hanno nessun meccanismo contro le doppie esposizioni. È opportuno quindi far avanzare la pellicola ed armare l’otturatore sempre nello stesso momento in modo da fugare ogni dubbio negli scatti successivi se la macchina abbia o meno già esposto il fotogramma.

il corretto avanzamento della pellicola è rilevabile dalla numerazione sulla carta protettiva che fa da guida in fase di passaggio al fotogramma successivo

La sequenza è quindi: estensione del soffietto, avanzamento del film, armamento dell’otturatore e scatto ripetendo la sequenza solo in prossimità dello scatto successivo.

Siamo a questo pronti per la prova sul campo della quale vi presento di seguito i risultati.

Korelle restaurata – Ilford FP4 sviluppata con Ilfotec LC 29

Questa di fotocamere non consentono una impugnatura salda e andrebbero utilizzate sempre su un treppiede. Inoltre, la questione della staratura dei tempi fa si che già a 1/100 di secondo l’otturatore scatti a poco più di 1/80 con l’ulteriore rischio di micromosso.

impugnatura poco agevole e leva di scatto in posizione scomoda posso determinare il mosso sul fotogramma

Penne (PE) – Korelle restaurata – Kentmere 200 sviluppata con Ilfotec LC 29 – un esempio di micromosso

Penne (PE) – Korelle restaurata – Kentmere 200 sviluppata con Ilfotec LC 29

Penne (PE) – Korelle restaurata – Kentmere 200 sviluppata con Ilfotec LC 29

Penne (PE) – Korelle restaurata – Kentmere 200 sviluppata con Ilfotec LC 29 – la messa a fuoco a distanza ravvicinata è sempre problematica in essenza di telemetro

Sotto il profilo puramente tecnico, la prova non ha prodotto risultati qualitativamente all’altezza della qualità dello Xenar. Questo è dipeso, oltre che dalla perdita di nitidezza per il micromosso, anche da una certa imprecisione che gli apparecchi folding di questo tipo hanno nel conservare sempre la stessa posizione una volta aperti. Questo a causa del tempo trascorso, dell’uso più o meno intenso che hanno subito che può aver determinato l’usura delle parti.

Basta infatti una variazione micrometrica per compromettere la corretta taratura del fuoco.

Sulle Korelle la posizione di apertura del soffietto non ha un blocco, come ad esempio sulle Super Ikonta ed in generale sulle folding Zeiss Ikon, ma è semplicemente tenuta in posizione dalla tensione delle molle che agiscono sui quattro braccetti.

Queste fotocamere, per quanto molto affascinanti, sono quindi a mio giudizio destinate ad un impiego statico in una collezione più che all’utilizzo pratico.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

I rulli 127 utilizzati nella prova sono stati ottenuti tagliano rulli 120 come descritto in questo articolo.

secondo esemplare di folding Korelle con Schneider Radionar a tre lenti di apertura maggiore rispetto allo Xenar dell’altro esemplare

secondo esemplare di folding Korelle con Schneider Radionar a tre lenti – Penne (PE), Ferrania Orto sviluppata con Ilfotec LC 29 – in questo, come negli altri scatti di questo rullo è evidente la staratura della messa a fuoco

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