Gli anni ’70 furono un decennio di straordinario cambiamento e rappresentarono un periodo nel quale le rivoluzioni sociali, i rapidi progressi tecnologici e le nuove forme di pensiero trasformarono profondamente la vita delle persone, lasciando un segno indelebile nella cultura, nella politica e nella società di quegli anni e di quelli a venire.
In quegli anni anche l’industria fotografica visse una fase di profonda trasformazione. Diverse aziende tedesche del settore ottico e fotografico, spinte dalle nuove dinamiche del mercato globale, iniziarono a spostare parte, talvolta una quota significativa, della loro produzione verso l’Oriente. Questo processo di delocalizzazione segnò un cambiamento decisivo, ridefinendo equilibri, strategie e identità di un comparto fino ad allora fortemente radicato in Europa.
Le tre principali realtà dell’epoca ad affrontare questo scenario di cambiamento, Carl Zeiss, Franke e Heidecke e Leitz, furono in quegli anni al centro delle nuove politiche produttive come descritto negli articoli sulla collaborazione Zeiss/Yashica, sull’apertura degli impianti Rollei a Singapore e sulla collaborazione tra Leitz e Minolta.

all’inizio del 1973 Rollei annunciò alla stampa il completamento del progetto di Singapore che aveva l’ambizione di unire le capacità progettuali e produttive tedesche al basso costo della manodopera orientale – per il forte indebitamento dell’azienda conseguente ai massicci investimenti effettuati a Singapore e per la congiuntura economica sfavorevole che si manifestò in quegli anni, il progetto portò al fallimento della Rollei Werke ad inizio anni ’80; il Direttore Generale Henrich Peesel, artefice dell’operazione, rassegno le dimissione già nel 1974
Con una sorte diversa rispetto all’industria ottica tedesca, quella fotografica, costituita per lo più da medi piccoli produttori finì per essere cancellata dal mercato nonostante i tentativi da parte di alcuni imprenditori, ho scritto tempo fa del caso di Josef Weber, di riprendere progetti abbandonati da Zeiss Ikon con la chiusura delle linee produttive di Stoccarda e Braunschweig avvenuta nel 1972.
Benché l’industria tedesca non avesse nulla da invidiare a quella giapponese in termini di know-how, qualità dei materiali e sistemi produttivi, nel tempo si era affermata una certa compiacenza verso sé stessa. Le imprese, forti della propria tradizione e dell’eccellenza tecnica, tendevano a celebrare i propri prodotti più che a metterli davvero alla prova del mercato.
Così, la produzione rimaneva ancorata a volumi limitati, incapaci di rispondere alle nuove esigenze di un mercato globale che stava rapidamente prendendo forma.
Dei tra casi prima citati ne sopravvissero agli anni settanta solo due, Zeiss/Yashica e Leitz Minolta.
Furono proprio queste alleanze a dimostrarsi più solide, perché non si limitarono a delocalizzare parte della produzione come fece Rollei, ma seppero instaurare un autentico scambio di competenze, idee e visioni progettuali. In quelle collaborazioni non c’era soltanto convenienza industriale, ma un vero dialogo tra culture tecniche diverse: la precisione e la tradizione europea da un lato, la modernità e l’efficienza giapponese dall’altro. Un incontro che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia della dell’industria fotografica.
Gli anni ’70 furono inoltre importanti per il definitivo affermarsi di reflex 35 mm per il mercato professionale, ambito questo dominato in modo pressoché incontrastato per tutto il decennio precedente da Nippon Kogaku con la Nikon F.
I primi tre anni di questo decennio vedono infatti il lancio, nel 1970 da parte di Canon della F1, nel 1971 da parte di Nikon della F2 e nel 1972 da parte di Minolta della X1 inizialmente commercializzata, a valere dall’inizio del 1973, solo in Giappone.
Per la X1 occorrerà attendere il 1974 per l’avvio dell’esportazione verso i mercati esteri che avverrà, in puro stile Minolta, con un naming differente a seconda dell’area geografica di destinazione.
Gli esemplari per il mercato americano verranno contraddistinti dalla sigla XK e quelli per il mercato europeo dalla sigla XM.
La Minolta X1 non presenta tuttavia le tracce della collaborazione tra la casa di Osaka e Wetzlar che si manifestano comunque, sempre nel 1974, con la presentazione della Minolta XE-1 che adotta il CLS o Copal Leitz Shutter. Da questo modello deriverà, com’è noto, la Leica R3 del 1976.
Benché sia indubbio che il format della fotocamera reflex 35 mm, così come lo conosciamo nella fotografia professionale, sia stato in un certo senso consacrato da Nikon nel 1959 con la leggendaria F, gli anni sessanta furono un decennio di fervente sperimentazione. In quel periodo, sia le aziende europee sia quelle giapponesi si misero alla prova nel tentativo di creare versioni più sofisticate e versatili delle reflex 35 mm.

un inconsueto accostamento tra una Nikon F e una Lancia Fulvia Coupé HF – in entrambi i casi ci troviamo di fronte a oggetti iconici nei quali la mano del designer, Yusaku Kamekura per la Nikon F e Piero Castagnero per la Fulvia, contribuì in modo rilevante a consolidare l’identità di queste produzioni – il caso della Nikon F fu poi il primo vero progetto nel quale il design giocò un ruolo fondamentale non solo nelle forme della fotocamera ma anche nell’intera linea di comunicazione legata al modello
Nacquero così modelli tecnicamente raffinati, spesso progettati con soluzioni originali e destinate a specifici ambiti professionali: dallo studio alla fotografia scientifica, dal reportage al lavoro in esterni.
Tuttavia, nonostante la loro validità in contesti mirati, molte di queste macchine rivelarono presto limiti strutturali e concettuali, incapaci di rispondere pienamente alle esigenze sempre più ampie e dinamiche di un mercato fotografico in rapida evoluzione.
Tutto ciò anche in ragione del fatto che la parte dei fotografi che non avevano la necessità di disporre di fotocamere di ridotte di dimensioni, per un utilizzo più dinamico, era ancora legata al medio e grande formato.
Nikon F è una robusta fotocamera modulare, con una meccanica piuttosto semplice ed affidabile, dispone di un otturatore con tendine in Titanio testato per garantire fino a centomila scatti senza particolari esigenze di manutenzione, ha mirini intercambiabili tra i quali figurano, da inizio anni ‘60, i Photomic con esposimetro incorporato, dispone di un sistema di luminosi vetrini di messa a fuoco intercambiabili che coprono il 100% dell’area ripresa, è motorizzabile, dispone di un parco ottiche con diaframma automatico e sistema a tutta apertura.
Se diamo uno sguardo alla produzione Canon e Minolta di inizio anni ’70 prima citata troviamo, con poche eccezioni, questo insieme di caratteristiche.

Canon F1 con Booster T Finder per la misurazione dell’esposizione in condizioni di scarsa luminosità – questa fotocamera fu caratterizzata da un nutrito corredo di accessori che la adattavano ai più svariati ambiti di utilizzo
Il ritardo da parte di molte aziende nell’affrontare in modo netto il mercato professionale, dipese da scelte commerciali ben comprensibili che video numerose realtà produttive orientali e occidentali scommettere, almeno per tutti gli anni ’60, su un segmento indirizzato verso fasce di mercato amatoriale dove i volumi di vendite si preannunciavano ben più favorevoli.
Ne è un esempio Pentax che sfornerà cifre a sei zeri di fotocamere Spotmatic ed arriverà solo nel 1980, con la LX, ad un prodotto per utilizzatori più evoluti coprendo nel frattempo quel segmento con la 6×7.
Se la Canon F1, con la sigla F ed il suo prisma puntuto ricorda fin troppo bene l‘apparecchio al quale si ispirava, offrendo contenuti di certo interessanti, Minolta rompe gli schemi offrendo con la X1 una fotocamera modulare con l’otturatore con tendine in Titanio dotata tuttavia di una dose di elettronica insolita per l’epoca, accompagnata da un automatismo di esposizione a priorità di diaframmi che su le nuove Nikon e Canon era possibile, nello schema a priorità di tempi, solo tramite l’applicazione alla fotocamera di accessori dedicati.

l’esemplare di Minolta XM oggetto della prova sul campo
Nonostante le caratteristiche distintive che la Minolta X1 aveva nei confronti delle concorrenti, il suo successo non fu all’epoca pari alle aspettative e questo per questioni legate principalmente a tre aspetti: l’assenza di intercambiabilità del dorso e del sistema di motorizzazione, quest’ultimo arriverà solo nel 1976 con un modello con sistema di trascinamento non separabile dal corpo macchina. Da ultimo il particolare meccanismo di attivazione dell’esposimetro tramite un pulsante, denominato Senswitch, presente sulla parte anteriore, azionabile con le dita anulare, medio e mignolo della mano destra mentre si impugna il corpo macchina.

Senswitch, indicato dalla freccia gialla
L’esposimetro è inoltre azionabile tramite un selettore posto sul prisma esposimetrico a fianco dell’oculare che tuttavia fa funzionare il circuito in continuo.
Per fra fronte alle critiche inizialmente mosse alla nuova fotocamera, Minolta mise a disposizione tramite la propria rete di assistenza, per il solo mercato interno giapponese, una modifica ai corpi X1 togliendo l’interruttore sulla parte frontale e lasciando l’attivazione dell’esposimetro al solo selettore sul prisma.
A giocare un ruolo penalizzante nei confronti della diffusione della fotocamera fu anche il prezzo di vendita che si posizionava del venti per cento sopra a quello della Canon F1 e di poco al disotto della Nikon F2.
Ciò fu vero soprattutto per la versione motorizzata che in Italia, nel 1979, era ancora proposta a due milioni di lire, circa due volte e mezzo il costo di una Nikon F2, a fronte delle circa settecentomila lire di costo del modello base.

Minolta XM Motor nella versione con prisma esposimetrico AE S completa degli accessori dedicati a questa versione – il motore non era separabile dal corpo macchina costringendo i fotografiche che necessitavano di questo accessorio ad acquistare un secondo corpo motorizzato dal peso ed ingombro notevoli
La X1 resta in produzione sino al 1981 e rappresenta l’unica fotocamera Minolta, del segmento manual focus, dedicata al settore professionale.
È curioso osservare come utilizzando la X1, o meglio la XM come denominata per il nostro mercato, le caratteristiche limitanti al momento del lancio non appaiano oggi così gravi da compromettere le grandi prerogative di questa fotocamera. Anzi, prima che approfondissi le diatribe sorte in occasione della presentazione di questo modello, ritenevo, come del resto continuo a ritenere, il Senswitch come uno dei sistemi più comodi di attivazione dell’esposimetro che abbia mai provato su una reflex 35mm.

la buona ergonomia della Minolta XM garantisce un solido sistema di impugnatura della fotocamera – notare le tre dita della mano destra con le quali è possibile premere il Senswitch
La relativa scarsa diffusione delle Minolta XM e l’intenso utilizzo che molti esemplari hanno avuto negli anni, fa sì che non sia così semplice trovare un pezzo ben funzionante ed in buone condizioni sul mercato dell’usato occidentale. Molto più frequente è la possibilità di trovare buoni esemplari sul mercato giapponese talvolta anche a prezzi interessanti pur considerando i costi di spedizione e gli oneri doganali.
Da noi si trovano per lo più fotocamere dichiarate come non funzionanti a prezzi abbordabili a fronte di altre proposte come ben funzionanti a cifre che sfiorano spesso i cinquecento euro.
Quello dell’acquisto della XM è un passo da effettuare con una certa attenzione anche se la fotocamera viene descritta come in perfetta efficienza. Questo per via dell’elettronica datata che può generare problemi in corso di utilizzo che richiedono l’intervento di mani esperte.
Il mio suggerimento è, in special modo in questo caso, di affidarsi a venditori professionisti che abbiano verificato a fondo il funzionamento dell’apparecchio e che possano rispondere in caso di problemi.
In alternativa, si può tentare la fortuna puntando su esemplari a basso costo, tenendo presente che alcuni malfunzionamenti apparenti possono in realtà essere scambiati per difetti cronici del modello.
Uno dei casi più comuni riguarda proprio l’alimentazione elettrica: quando le batterie sono scariche o il vano batterie presenta tracce di ossidazione, la fotocamera reagisce in modo ingannevole. In assenza di una tensione sufficiente, infatti, lo specchio resta sollevato e l’intero meccanismo si blocca, dando l’impressione di un guasto serio. In realtà, basta spesso una semplice pulizia dei contatti o la sostituzione delle batterie per riportare la macchina alla sua piena operatività.

vista della parte superiore della fotocamera una volta tolte le due calotte – ben visibile l’elevata dose di fili e circuiti che sconsiglia qualsiasi intervento se effettuato da mani non esperte
Approfondendo la letteratura sulla XM ho scoperto che in questi casi lo specchio ritorna in posizione ruotando il coperchio del vano batterie presente sul fondello della macchina quasi a voler dire all’utilizzatore controlla quello che c’è sotto questo coperchio!
Lo trovo geniale anche se un po’ controintuitivo giacché la prima volta che mi capitò di maneggiare una XM non funzionante mi ero convinto che fosse il tappo del vano batterie a fare contatto e a determinare il blocco e lo sblocco della ricarica.
Qualora vi troviate a maneggiare per la prima volta una Minolta XM accertatevi in prima battuta che la batteria sia carica ed il vano pile sia pulito. Provate poi i tempi B e X che sono interamente meccanici: se funzionano correttamente eventuali altri problemi saranno riferibili alla parte elettrica.
Testate quindi l’esposimetro premendo il Senswitch o ruotando il selettore sul prisma verificando che l’ago del galvanometro si muova al variare della luce.
A questo punto verificate a orecchio l’accuratezza dei tempi.
Lasciate per ultimo il test sull’automatismo di esposizione che di norma non utilizzo. Ho due XM, una ormai con la meccanica definitivamente KO, e su quella ancora funzionante non sempre i tempi in automatico rispecchiano quelli impostati dall’ago del galvanometro nel mirino.
Il che corrisponde alle problematiche di funzionamento di altri modelli con automatismo di esposizione di quel periodo come la stessa Minolta XE, La Leica R3 o la Nikkormat EL.
Fortunatamente il sistema di esposizione in manuale della XM, che ricorda molto quello della Canon F1 old, è comodo da usare e l’automatismo non offre, dal mio punto di vista, un particolare valore aggiunto.

mirino della Minolta XM con visibili i tempi di esposizione e i due indicatori che devono essere sovrapposti affinché l’eposizione sia corretta – le informazioni disponibili in fase di inquadratura sono complete e consentono di visualizzare i valori impostati senza distogliere lo sguardo dall’oculare
Se la fotocamera non viene revisionata da tempo è possibile che i tempi più veloci di 1/1000 e 1/2000 siano imprecisi come del resto accade anche su molti altri apparecchi con il passare degli anni. La misurazione dell’accuratezza delle velocità che ho effettuato sulla XM oggetto di questa prova ha messo in evidenza lo scarto di – 1 stop su entrambe le velocità.
Precisa invece la restante gamma dei tempi.

come sulle Nikon F/F2 il selettore dei tempi è presente sul mirino esposimetrico in posizione rialzata
Il mirino del prisma esposimetrico rispecchia gli standard di quegli anni e pur non raggiungendo la qualità di quello della XD-7 con gli schermi Acute Matte, conserva comunque una discreta luminosità con una copertura del 98% dell’area di ripresa.

mirini non esposimetrici con la gamma di vetrini di messa a fuoco intercambiabili
Piuttosto costosi e difficili da trovare sono i mirini a pozzetto, con loupe e a prisma semplice che in tutti i casi determinano la perdita del sistema esposimetrico della fotocamera come nella Nikon F2.
Esistono poi tre tipologie di mirino esposimetrico delle quali solo due commercializzate al difuori del mercato giapponese. Queste sono il prisma AE più comune e dalla particolare forma carenata che venne presentato con la fotocamera. Esiste poi una versione del 1976 denominata AE-S dalle forme più contenute rispetto al precedente.

da sinistra il prisma esposimetrico AE, il Match Needle finder con la sola esposizione manuale commercializzato solo in Giappone e il prisma semplice
Nel mirino AE S fu ottimizzato il tempo di risposta dell’esposimetro e furono adottate cellule al Silicio.
Mi è capitato di leggere che con il mirino AE-S la Minolta XM acquisisce una forma più armonica ma a me, devo dire, piace di più con il più grosso e per certi versi sgraziato mirino AE.

Minolta XM nella versione Motor con mirino AE S, in alto, e nella versione con prisma AE in basso
Un punto di attenzione, tra i controlli da effettuare quando si voglia acquistare questo modello, è la verifica che i tre pin di aggancio dei mirini intercambiabili presenti sul corpo macchina siano presenti.
Questi piccoli perni posizionati nella cornice sopra il vetrino di messa a fuoco sono alloggiati nella loro sede senza particolari sistemi di fissaggio. Se uno o più di questi perni non è presente i mirini non si agganceranno in modo adeguato al corpo macchina con il pericolo di distacchi accidentali.

particolare dei due pin di aggancio del mirino a fianco dell’oculare, in questo caso mancanti – i pin sono inseriti a pressione e può capitare vengano persi nelle operazioni di smontaggio e rimontaggio del mirino – consiglio quindi di effettuare questa operazione solo se necessario
Molto comoda da impugnare e con un peso complessivo che supera i 1.200 grammi con l’MC Rokkor PG 50 mm 1.4, ottica straordinaria devo dire, la Minolta XM consente di utilizzare la vasta gamma di ottiche disponibili con una assoluta precisione di calcolo dell’esposizione grazie anche al mantenimento, nel prisma AE, del sistema CLC a due cellule montate sulla sommità del prisma che troviamo dalla seconda metà degli anni ’60 sulla serie SRT.

prisma esposimetrico AE con l’illustrazione del posizionamento delle due cellule del sistema CLC acronimo di contrast light compensation
Molto interessante anche la gamma di sensibilità dell’esposimetro che copre il range da 12 a 6400 ASA.
In questa prova sul campo ho avuto modo di testare il più moderno MD Zoom Rokkor 50 – 135 mm 3.5 e per quanto non utilizzi mai volentieri le lenti a focale variabile devo dire che ho trovato i risultati di questa ottica piuttosto interessanti.

Venezia, Minolta XM – MD Zoom Rokkor 50 – 135 mm 3.5 – Kentmere 400 sviluppata con Ilfotec LC 29 – nella focale 135 si verifica il classico schiacciamento della prospettiva
Nonostante le dimensioni piuttosto generose il massiccio corpo macchina della XM consente un buon bilanciamento in fase di utilizzo anche con ottiche più ingombranti rispetto alla focale standard.

Minolta XM durante la prove sul campo
Ho fatto il test con la ormai collaudata Kentmere 400 sviluppandola con Ilfotec LC 29.
Vi propongo qualche altro scatto con un commento rispetto alle condizioni di ripresa e alla risposta di ottica e fotocamera.
Max Terzi
una particolare ringraziamento anche in questa circostanza ad Andrea Aprà che mi ha fornito, come sempre quando scrivo di Minolta, molte informazioni che ho poi rielaborato, nonché il materiale documentale relativo a questo modello sul quale ancora molto ci sarebbe da raccontare

Venezia, Minolta XM – MD Zoom Rokkor 50 – 135 mm 3.5 – Kentmere 400 sviluppata con Ilfotec LC 29 – per realizzare l’effetto del motoscafo in movimento ho chiuso il diaframma a 22 arrivando ad un tempo di 1/15 di secondo; la stabilità nell’impugnare la fotocamera da i sui frutti anche con tempi più lenti evitando un micromosso evidente

Venezia, Minolta XM – MD Zoom Rokkor 50 – 135 mm 3.5 – Kentmere 400 sviluppata con Ilfotec LC 29 – complice anche l’illuminazione determinata dal cielo coperto che ha evitato la presenza di ombre nette, il risultato che ha prodotto una molteplicità di grigi intermedi è di certo frutto della buona qualità dell’ottica aiutata dalle prerogative delle Kentmere 400

Venezia, Minolta XM – MD Zoom Rokkor 50 – 135 mm 3.5 – Kentmere 400 sviluppata con Ilfotec LC 29 – anche in questo caso interessante la resa del cielo nuvoloso ottenuta senza l’ausilio di filtri

Venezia, Minolta XM – MC Zoom Rokkor PG 50 mm 1,4 – Kentmere 400 sviluppata con Ilfotec LC 29 – anche in questo caso, pur in presenza di una situazione critica di illuminazione, l’eposimetro ha fatto egregiamente il proprio dovere; buona anche la resa del 50 mm a tutta apertura

Venezia, immagine ripresa dalla punta della dogana, Minolta XM – MC Zoom Rokkor PG 50 mm 1,4 – anche in questo caso illuminazione particolare ed insidiosa con una buona risposta del sistema esposimetrico della XM
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