L’ottavo marito di Liz Taylor

In occasione della pianificazione dei prossimi titoli, mi sono fermato in questi giorni a pensare all’esperienza con SENSEI nata un po’ per gioco e un po’ per soddisfare un mio vecchio sogno di scrivere su temi che riguardano fotografia, fotocamere e collezionismo.

Solo fino a qualche anno fa non avrei mai immaginato di poter dar corpo ad un desiderio che nutrivo da tempo ovvero quello di tradurre le informazioni, la documentazione e gli oggetti che avevo raccolto negli anni, in storie raccontate o scritte.

Tutto ciò ha tuttavia comportato una serie di implicazioni prima fra tutte la necessità di dare contenuto, continuità e motivo di interesse ai miei contributi.

Sapere non significa di per sé saper raccontare.

La fotografia mi affascina per il potere che esercita nello stimolare uno sforzo di sintesi per racchiudere le cose da raccontare in uno spazio, quadrato o rettangolare che sia, applicando uno stile distinguibile.

Mi ricordo che alla scuola materna firmavo i miei disegni copiando il cognome che mi nonna mi aveva ricamato sul grembiule e nel farlo scrivevo la zeta al contrario cosicché i miei disegni erano tutti formati tersi.

Osservate come il diverso punto di vista genera, anche per un elemento semplice e scontato come il cognome, due diverse percezioni, una tra gli adulti che potevano correttamente leggerlo ricamato, l’altra in me che lo riproducevo guardandolo da una diversa prospettiva.

Imparando a scrivere ho poi iniziato a rappresentare la zeta in maniera corretta, perdendo tuttavia la possibilità di manifestare la mia visione.

Da questo ho imparato che non sempre la tecnica e i canoni sono utili all’espressione.

Lo storytelling

Mi colpisce il fatto che tra i video delle serate organizzate da NOC sulla storia industriale dei marchi fotografici, quello che ancora oggi a distanza di oltre due anni, più di altri suscita curiosità, domande e qualche apprezzamento, è quella sull’Industria fotografica sovietica che se volete è l’ambito che da sempre meno mi appartiene.

Devo però ammettere che approfondendo le varie tematiche, riguardanti il vasto mondo della produzione d’oltre cortina, non solo mi sono appassionato ma sono addirittura arrivato ad includere nella mia raccolta alcune Zorki con un buon corredo di ottiche sovietiche 39×1.

Per quella serata ho dovuto necessariamente costruire uno storytelling per un mondo a me in parte sconosciuto e questo mi ha portato a ricercare le informazioni organizzandole ed esponendole secondo il mio punto di vista personale maggiormente libero dai vincoli che spesso pone il disporre a priori di schemi mentali costruiti nel tempo.

Siamo in un’epoca nella quale lo storitelling è determinante per il successo di iniziative commerciali o divulgative.

Provate per esempio a valutare la differenza tra un documentario sulla prima guerra mondiale di buona qualità e una conferenza di Alessandro Barbero sullo stesso tema, nell’ambito della quale non vedrete nemmeno immagini ma sarete catturati dalla capacità di narrazione.

Sul potere dello storyelling è stato realizzato nel 2009 un esperimento molto interessante dagli scrittori americani Joshua Glenn e Rob Walker con lo scopo di dimostrare quale fosse l’effetto della narrazione sul valore di un oggetto.

L’esperimento è descritto nel libro Significant Objects,

Glenn e Walker acquistarono in un mercatino delle pulci un centinaio di oggetti al prezzo medio di poco più di un dollaro l’uno. Nessuno di questi oggetti, tra i quali vi erano pupazzi, tazze, candele e palle di pezza, era almeno all’apparenza utile o prezioso.

alcuni degli oggetti dell’esperimento di Significant Objects

Gli autori affidarono la descrizione degli oggetti ad altrettanti scrittori chiedendo loro di raccontarli attraverso storie che fossero accattivanti ed emozionanti. Gli oggetti furono messi n vendita su Ebay inserendo nella descrizione la storia scritta per ciascuno di essi e furono venduti ad un prezzo medio di oltre 36 dollari l’uno.

Quanto dimostrato nell’esperimento di Glenn e Walker mette in evidenza come, in un mondo nel quale vi è sovrabbondanza di beni e di informazioni, nessuno abbia più bisogno realmente di qualcosa ma sia comunque disposto a comprare se quel qualcosa deriva dalla nascita di una esigenza che probabilmente nemmeno pensava di avere.

Mettersi in gioco

Bisogna provarci perché solo in questo modo si può avviare un percorso che stimoli a ricercare nuovi margini di miglioramento. Del resto questo principio vale per lo scrivere, per il fotografare e per tutte quelle situazioni nelle quali il mettersi in gioco è determinante per comprendere, affinare e trasmetter agli altri la propria visione.

Questo fatto di sforzarsi di rendere interessante per gli altri il proprio punto di vista, mi fa venire in mente una frase che sentivo pronunciare da un Amministratore Delegato con il quale lavorai anni fa, che prima di iniziare una riunione dai contenuti particolarmente impegnativi e spesso già noti ai partecipanti, diceva: mi sento come l’ottavo marito di Liz Taylor la prima notte di nozze conosco bene la teoria ma mi viene difficile renderla interessante.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

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