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Affrontare la questione legata alle fotocamere modulari medio formato a telemetro con ottiche intercambiabili porta nell’immediato a porre la domanda se ed in quale misura queste attrezzature siano ancora attuali nel vasto panorama delle soluzioni di ogni genere e dimensioni del fotogramma che possono essere utilizzate per la fotografia analogica.

Complicate da utilizzare, ingombranti e pesanti, furono all’epoca la risposta, di alcune aziende del settore, alle americane Graflex che oltre oceano detenevano già tra le due guerre il primato nell’utilizzo da parte di molti fotoreporter.

Le origini di Graflex risalgono alla fine dell’800. Fu infatti fondata nel 1887 a New York come Folmer and Schwing Manufacturing Company, dai cognomi dei due soci di chiara origine europea, e produceva all’epoca manufatti metallici per i più svariati utilizzi.

pubblicità Graflex di metà anni ’50 su Popoular Photography

Nel 1909 l’azienda entra nella galassia Eastman con il probabile intendo da parte della società di Rochester di acquisirne le competenze nella lavorazione dei metalli, fondamentale anche nell’industra ottico fotografica.

La sede societaria fu in seguito trasferita, ed assunse la ragione di Folmer & Schwing Division della Eastman Kodak Company che la vendette nel 1926 scorporando il ramo d’azienda attraverso la creazione di una nuova realtà denominata Folmer Graflex Corporation.

Nel secondo dopoguerra il concept Graflex di fotocamera folding in metallo ad ottiche intercambiabili e messa a fuoco assistita da telemetro fu ripreso la Bertram, azienda tedesca tradizionalmente produttrice di esposimetri che presenta una fotocamera per certi versi antesignana dei modelli Linhof e Mamiya degli anni seguenti. La particolarità della Bertram rispetto agli altri modelli era di avere l’otturatore nel corpo macchina e non negli obiettivi.

pubblicità Bertram di metà anni ’50 su Popoular Photography

In parallelo i fratelli Simmon, produttori americani di ingranditori, lanciano la Omega 120, ideata negli Stati Uniti ma successivamente prodotta in collaborazione con Konica in Giappone, che introduce, rispetto a Graflex e a Bertram, il concetto di corpo rigido al posto del classico folding.

Omega 120 prodotta dal 1953 al 1958 negli Stati Uniti (foto per cortesia di Gianni Giovannini)

Gli apparecchi Bertram e Omega utilizzano pellicole in rullo in luogo di quelle piane 4×5 delle Graflex.

In questa occasione quindi ci occuperemo di due fotocamere modulari medio formato a corpo rigido, categoria rappresentata invero da tre marchi: Mamiya con la Press Universal, Koni Omega con le Omega Rapid e Linhof con la Technika Press che tuttavia rimase in produzione solo dal 1956 al 1963 sostituita dalla Technika 70 nella quale vi è il ritorno al soffietto.

La Linhof Technika Press per il limitato periodo di produzione è piuttosto rara da trovare raggiungendo spesso quotazioni che non ne giustificano l’acquisto per l’utilizzo pratico potendo scegliere tra la nutrita serie di modelli simili prodotti dalla casa di Monaco.

A dire il vero anche le Koni Omega Rapid, più diffuse in Giappone e negli Stati Uniti, non sono facilmente reperibili nel mercato dell’usato italiano ed europeo. Nonostante ciò, non raggiugono le quotazioni del modello Linhof prima citato.

Partiamo quindi subito da questa fotocamera.

Il progetto originario della Omega 120 fu sviluppato, come facevo cenno sopra, da Alfred Simmon su invito della U.S. Navy già negli anni ’40, con una storia in apparenza molto simile a quella che coinvolse Victor Hasselblad nella progettazione di apparecchi fotografici per l’aviazione svedese sempre nel corso del secondo conflitto mondiale.

Nel 1953 viene presentata la versione per il mercato civile che resterà in produzione sino al 1958. Solo nel 1964 il progetto, rivisto e migliorato, verrà ripreso da Konica e la nuova fotocamera Koni Omega Rapid prodotta in Giappone.

L’appellativo rapid, fa riferimento al sistema di ricarica dell’otturatore e avanzamento della pellicola per mezzo di una leva laterale a stantuffo che permette, per l’appunto, di compiere con un solo movimento entrambe le operazioni in modo veloce e senza il rischio di doppie esposizioni.

Nel 1967 esce la versione M dotata di dorsi intercambiabili per film 120 nel formato 6×7.

Koni Omega Rapid M prodotta in Giappone da Konica dal 1967 al 1971

Riporto nuovamente, l’avevo già fatto anni fa in un articolo con un breve accenno alla Omega 120, il testo del comunicato apparso nel 1964 anno di lancio della Koni Omega Rapid.

L’originale Omega 120 è stato un successo tecnico ma una delusione commerciale.  Stranamente, quando è stata interrotta la produzione nel 1958, la crescente popolarità di Kodacolor e di altre pellicole a colori ha creato una domanda continua per una fotocamera di questo tipo, perché il negativo a colori da 35 mm non era soddisfacente per molti lavori di taglio professionale.  È vero, c’erano e ci sono molte buone fotocamere reflex a obiettivo singolo e doppio che utilizzano pellicole 120, ma le fotocamere reflex non sono la risposta migliore per molti tipi di fotografia. I costi di manodopera sempre crescenti e i prezzi sempre più elevati di obiettivi e otturatori hanno reso impossibile produrre nuovamente la fotocamera in modo competitivo negli Stati Uniti. Alla ricerca di un produttore all’estero, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Konishiroku Photo Industry Co., Ltd., un’azienda che iniziò a produrre macchine fotografiche nel 1882, una delle più antiche e prestigiose manifatture fotografiche del Giappone. Con oltre 4000 dipendenti, Konishiroku non produce solo le famose fotocamere Konica, ma anche gli altrettanto famosi obiettivi Hexanon, oltre che prodotti sensibili. Pertanto, Konishiroku potrebbe soddisfare le nostre esigenze meccaniche e ottiche e, inoltre, potrebbe contribuire con la propria nutrita esperienza maturata come produttore di fotocamere.

Dal 1975 al 1981 usciranno i nuovi modelli Koni Omega 100 e 200 rispettivamente senza e con dorsi intercambiabili. Curioso osservare come le nuove fotocamere sono realizzate da Mamiya pur mantenendo il brand e le ottiche Konica.

La serie Mamiya Press prende il via nel 1960 con una fotocamera che nelle forme ricorda molto l’omonimo modello Linhof.

Pur essendo a corpo rigido l’apparecchio dispone di un soffietto posteriore che consente sia la focheggiatura, in aggiunta all’elicoidale posizionato sulle ottiche, sia il basculaggio, seppur limitato, del dorso.

Possiamo distinguere tra generazioni di queste fotocamere. La prima denominata semplicemente Press che va dal 1960 al 1965, la Press 23 dal 1965 al 1969 e da ultimo la Universal prodotta dal 1969 al 1991.

estratto dalla brochure della Mamiya Press 23

Quest’ultima perde il soffietto posteriore, caratteristica rimpianta da molti entusiasti del sistema Mamiya, ma rappresenta di contro il modello più evoluto della serie sulla base del quale usciranno a marchio Polaroid la 600 e 600SE dedicate al sistema di pellicola a sviluppo istantaneo.

Mamiya Press Universal in finitura Cromata – la fotocamera è stata prodotta anche in finitura nera

L’appellativo Universal deriva dalla possibilità di poter montare con pochissime limitazioni pressoché tutti i dorsi, gli accessori e le ottiche delle serie precedenti.

Sotto il profilo della reperibilità sul mercato dell’usato, il sistema Mamiya, ben più vasto ed articolato di quello Konica, è decisamente più facile da trovare e complice anche una certa scomodità di utilizzo di questa tipologia di apparecchi rispetto alle attuali esigenze medie di un fotografo analogico, lo è anche a prezzi più contenuti.

Se ci fermassimo alla sola caratteristica della reperibilità e del prezzo di acquisto la scelta ricadrebbe inevitabilmente sulla Mamiya.

Un fatto, tuttavia, non trascurabile riguarda la maggiore maneggevolezza della Koni Omega e, soprattutto, la prerogativa che questa fotocamera ha nel dispone di un sistema automatico di caricamento dell’otturatore e avanzamento del film di gran lunga più comodo ed efficace di quello in uso sulle Mamiya nelle quali queste due operazioni avvengono in modo asincrono.

Inoltre, nei modelli Koni Omega, l’ottica non può essere tolta se non dopo aver inserito la volet presente anche nei modelli senza dorso intercambiabile.

Ne deriva la necessità, in sede di acquisto di questa fotocamera, di verificare sempre con attenzione che questa componente sia presente, pena l’impossibilità di sostituire le ottiche qualora disponiate di più di una focale.

Quella della sostituzione dell’ottica sui tutti corpi Press, a macchina carica con pellicola, richiede sempre un minimo di presenza di spirito nell’accertarsi prima dell’operazione di aver inserito la volet del magazzino pena l’esposizione accidentale alla luce del fotogramma e di norma la perdita anche dei due accanto.

Mamiya Press Universal – dettaglio dell’ottica standard con il collare di serraggio in finitura alluminio che non ha nessuna posizione di blocco; visibile anche la leva di riarmo dell’otturatore operazione questa separata dall’avanzamento del film

I mirini di entrambi gli apparecchi dispongono del sistema a cornici luminose con correzione del parallasse. Le cornici sono fisse nella Koni Omega e selezionabili attraverso un cursore nella Mamiya Press Universal.

sistema di ricarica e cornici luminose nel mirino della Koni Omega Rapid

Il mirino di quest’ultima è di dimensioni più generose ed il telemetro è di norma più fruibile. Occorre però osservare quanto non sia infrequente incappare in mirini Mamiya opacizzati a causa della degenerazione del trattamento delle lenti che li compongono.

vista posteriore della Mamiya Press Universal con il selettore delle cornici luminose e la finestrella che indica la focale selezionata

In questi casi non vi è purtroppo rimedio e ciò costituisce un punto di attenzione in caso di acquisto di una Mamiya Press Universal.

Occorre inoltre osservare, sempre a proposito della brillantezza del mirino, che nella Koni Omega l’operazione di pulizia è piuttosto semplice potendo togliere l’intero carter superiore svitando le due viti laterali accanto agli agganci della tracolla e una terza vite visibile togliendo il dorso.

Nella Mamiya, purtroppo, i vetrini anteriori di protezione del mirino, di norma non soggetti al fenomeno di degenerazione al quale ho fatto cenno sopra, non sono smontabili e di conseguenza pulibili se non scollando la mascherina anteriore in alluminio che quasi sempre si rovina irrimediabilmente a seguito dell’operazione.

Il problema è tanto frequente da far sì che in rete si trovino i ricambi di queste mascherine.

Sulla questione della comparazione del corredo ottico direi che non vi è molto da dire.

Siamo di fronte a due sistemi di qualità eccellente con alcuni distinguo che propendono per la scelta Mamiya per la maggiore varietà di focali e per la presenza degli elicoidali di messa a fuoco sulle ottiche, non sul corpo macchina, come per la Koni Omega.

Questo determina, soprattutto nelle focali più lunghe come il 135 ed il 180 mm una forte limitazione nella distanza minima di mesa a fuoco.

corredo ottico originario della Rapid al quale si aggiunge negli anni ’70 un 135 mm nonché la riedizione del grandangolo con focale ridotta a 58 mm

Per quanto concerne i grandangolari, Mamiya arriva sino alla focale di 50 mm mentre Koni Omega a 58 mm. Si tratta in entrambi i casi di lenti di grandissima qualità dotate di mirino aggiuntivo da posizionare sulla slitta porta accessori.

sistema di ottiche ed accessori della Mamiya Press Universal

Un punto a favore di Koni Omega, per quanto poi non così rilevante, sta nella presenza sulla calotta superiore della fotocamera di ben tre slitte accessori in luogo della singola presente sulla Mamiya Press Universal.

Per entrambi i sistemi è adottato l’otturatore centrale su tutti gli obiettivi con la gamma standard di tempi da un secondo a un cinquecentesimo oltre la posa B.

Un ulteriore punto a favore del sistema Mamiya è la presenza di due focali standard di diversa apertura e diverso schema ottico: quattro lenti 3.5, simile allo standard di Koni Omega, e sei lenti 2.8 prerogativa solo di Mamiya.

Molto differente tra le due macchine fotografiche è il sistema dei dorsi intercambiabili.

Sulla Mamiya i dorsi sono disponibili per i formati 6×7, 6×9, Polaroid oltre quello in vetro smerigliato che è abbastanza semplice da trovare e che serve anche per l’utilizzo degli chassis per pellicole piane 6×9.

I dorsi hanno la classica forma ad S che favorisce in modo sensibile l’ergonomia nell’impugnare la fotocamera.

Differente il discorso per la Koni Omega i cui dorsi sono composti da due parti: il porta pellicola dotato del sistema a stantuffo per la ricarica, comune a tutti i modelli, e la parte più interna intercambiabile solo nel modello Rapid M e 200.

In questo caso la volet oltre a consentire il cambio dell’ottica serve anche a togliere il dorso, completo delle due componenti, sostituibile con un secondo analogo esemplare.

i dorsi intercambiabili nella Koni Omega Rapid – solo caricatore pellicola e Rapid M – intero magazzino

L’ingombro del magazzino è decisamente maggiore sulla Koni rispetto alla Mamiya.

Anche la Koni Omega per i modelli Rapid M e 200 dispone di un accessorio con vetro smerigliato per la messa a fuoco. Non ho mai avuto occasione di provarlo ma all’apparenza sembra ben più scomodo e raro da trovare rispetto all’analogo accessorio Mamiya.

Da quanto appena descritto emerge nettamente la maggior versatilità di Mamiya per quanto concerne il sistema dei magazzini intercambiabili.

Ci troviamo quindi di fronte a due sistemi simili per caratteristiche, entrambi validi sotto il profilo dei risultati ma con una differente versatilità dovuta al maggior numero di blocchi contro operazioni accidentali che la Koni Omega ha nei confronti di Mamiya.

Questo finisce inevitabilmente per limitare alcune operazioni rendendo tuttavia più utilizzabile il corredo Konica da mani meno esperte.

Per quanto concerne il peso e la trasportabilità occorre in entrambi i casi rassegnarsi alla gestione di corredi ingombranti e pesanti. Mamiya è avvantaggiata dalla possibilità di rimuovere facilmente l’impugnatura che è invece fissa sulla Koni Omega.

Di contro la forma quadrata della Press la rende difficilmente collocabile in una borsa, rendendo spesso necessario smontare le componenti della fotocamera per il trasporto.

Due sistemi simili, due diverse filosofie di prodotto. Se cercate un corredo a telemetro medio formato modulare di certo Mamiya è per versatilità costo e disponibilità nel marcato dell’usato, la scelta più a portata previa verifica di aspetti critici come l’opacizzazione delle lenti del mirino.

Non trascurate tuttavia la migliore utilizzabilità, anche per mani meno esperte, di un corredo Koni Omega che tuttavia ha un costo e una reperibilità del tutto differente rispetto a Mamiya.

Max Terzi

maxterzi64@gmail.com

L’Aquila – sede del Consiglio Regionale – Mamiya Press Universal con dorso 6×9 – 50 mm – Ilford FP4 sviluppata con Ilfotec LC29

Milano, Stazione Scalo Romana – Koni Omega Rapid M – 58 mm – Kentmere 100 sviluppata con Ilfotec LC29

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4 COMMENTS

  1. Complimenti, come al solito esposizione completa ed esaustiva.Ho sempre trovato attraenti questi apparecchi, tanto che nella mia collezionione ho due Graflex una Speed Graphic miniature ed una Century Graphic con vari accessori.
    Interessante ,inoltre descrivere il mercato del collezionismo per questi apparecchi, non escludo di iniziare a cercare qualche Mamyia in futuro complice i prezzi decisamente alla mia portata

  2. Grazie Tito!
    Interessante ed inusuale da noi la raccolta delle Graflex che devo dire personalmente di aver visto e maneggiato molto poco.
    Sono invece un fan ed un utilizzatore del dorso Grafmatic estremamente comodo contenendo sei pellicole 4×5 nell’ingombro di poco più di un magazzino Fidelity.
    Grazie ancora per aver letto un mio articolo.
    Max

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