C’è qualcosa di rituale nella fotografia di grande formato.
Il gesto lento con cui si prepara la fotocamera, il panno scuro che ti isola da quanto hai attorno, l’immagine capovolta che appare sul vetro smerigliato.
In un’epoca dominata dalla velocità digitale questo approccio ha senso, almeno per me, da questo desiderio di rallentare, di restituire alla fotografia analogica un carattere accessibile, leggero e contemporaneo.
Vi è di contro da osservare che il grande formato è uno degli ambiti, non ho riferimenti precisi per dire se sia il maggiore o meno, di abbandono della fotografia analogica, scoraggiati spesso da risultati non proporzionati agli sforzi messi in campo per realizzare un’immagine.
Forse perché le attese sono di norma tali da esaurirsi di fronte alle prime difficoltà o, come mi è spesso capitato, i risultati non buoni derivano dalla perdita di lucidità al momento dello scatto conseguente alla fatica del trasporto e dell’allestimento dell’attrezzatura, perdita che finisce per tradursi in foto banali o con grossolani errori tecnici, con la sensazione che le avremmo ugualmente ottenute con una fotocamera più compatta e meno sforzo.
Dagli anni nei quali ho scattato in grande formato e dall’aver in più occasioni vissuto momenti di grande esaltazione intervallati da delusioni cocenti, ho tratto alcune lezioni che pur in apparenza banali, sottendono questioni che fanno la differenza tra il trarre divertimento e qualche risultato da questa tipo di fotografia e l’uscirne profondamente delusi.
Iniziamo con il dire che nella fotografia analogica, sul piano puramente tecnico, gran parte del risultato viene in genere definito prima e durante lo scatto.
Le successive possibilità di intervento sono limitate e richiedono, in alcuni casi, una competenza tecnica di camera oscura, un livello di attrezzatura e un dispendio di tempo che sono ormai alla portata di pochi.
Vi è sempre la possibilità di applicare un processo ibrido digitalizzando i negativi per poi lavorandoci sopra in post-produzione, ma chi pratica questa via, me compreso, sa che lo scatto in RAW di un negativo non è esattamente lavorabile come lo scatto in RAW prodotto dalla fotocamera digitale che abbia direttamente ripreso il soggetto.
Questo ci riporta al fatto che una buona foto deve necessariamente partire da un buon negativo.
In questo senso l’utilizzo di una macchina grande formato aiuta, almeno dal mio punto di vista, a delineare meglio la necessitò di avere un progetto da attuare, anche semplice, prima di scattare nonché nell’educarsi a mantenere una buona concentrazione sul soggetto in questo caso riprodotto capovolto sul vetro smerigliato.
Decidere quali foto si vogliono fare porta inevitabilmente a scegliere l’attrezzatura il luogo e la tecnica.
Partiamo quindi dall’attrezzatura.
Quando nel 2019 scrissi questo articolo sull’esperienza di utilizzo della Linhof Technika 4×5 in montagna, raccontai della scelta del corredo quale fattore critico.
Sono infatti di norma disponibili a prezzi più abbordabili vecchi apparecchi, spesso nati per l’utilizzo in studio, la cui complessità di funzionamento richiede una pratica nel manovrarli che nemmeno io, sinceramente, ho e che forse non serve per un utilizzo in esterno dei corredi grande formato.
A questo si aggiunge il peso e la fatica che è il primo dei fattori di perdita della concentrazione in fase di scatto.

Orridi di Uriezzo (VCO) – 2012, questo scatto che fece mia moglie per compatimento ritrae una delle titaniche imprese di utilizzo di una Sinar F2 in esterni; peraltro la F2, F sta per field camera, è considerevolmente più leggera e conseguentemente meno versatile della serie P
In quegli anni non vi erano grandi alternative: apparecchi trasportabili costavano una piccola fortuna e lo spendere poco per un vecchio banco da studio rendeva l’esperienza del fotografare in montagna una vera e propria via crucis.
Per quanto nel periodo nel quale scrissi l’articolo erano già attive realtà che producevano fotocamere pensate proprio per un utilizzo più attuale del grande formato, queste erano proiettate su apparecchi folding di fascia di prezzo alta, anche in ragione dei materiali impiegati e della lavorazione artigianale o su apparecchi estremamente semplificati e di fascia più economica come fu il caso dell’inglese Intrepid Camera che sarebbe arrivata sul mercato di lì a poco.
Nel frattempo, molta strada è stata percorsa ed accanto a fotocamere di ottima fattura si è consolidata la presenza di apparecchi più leggeri semplici ed economici le cui caratteristiche sono notevolmente evolute rispetto ai primi esemplari.
Qualche mese fa ho acquistato una Intrepid 4×5 usata della recente produzione della casa inglese che ha sostituito, su una versione di questo modello, le finiture in legno con quelle in plastica con stampaggio 3D.
Da questo acquisto ne è derivato un utilizzo piuttosto intenso, una cinquantina di scatti in pochi mesi, con un impiego in diverse situazioni sempre con poca fatica fisica e buona soddisfazione.
Prima di raccontarvi questa esperienza vediamo la storia di Intrepid Camera.
Intrepid nasce a Brighton, nel Regno Unito, nel 2014, quando Maxim Grew, allora studente di product design all’Università del Sussex, lancia una campagna di crowdfunding per realizzare una fotocamera 4×5 più economica e trasportabile rispetto ai tradizionali apparecchi di grande formato.
L’idea è semplice ma ambiziosa: togliere alla fotografia su pellicola piana quell’aura di pratica riservata a pochi specialisti e trasformarla in un’esperienza possibile anche per fotografi curiosi, studenti, viaggiatori e appassionati.
Dal primo modello 4×5, Intrepid si evolve rapidamente.
Nel tempo arrivano versioni successive sempre più rifinite, poi fotocamere 5×7 e 8×10, fino agli ingranditori e agli accessori per la camera oscura. Il marchio costruisce così una piccola rivoluzione analogica evitando di imitare nostalgicamente il passato, ma di rileggerlo con materiali moderni, produzione snella e una filosofia fondata sull’accessibilità economica.
Le caratteristiche delle fotocamere Intrepid raccontano bene questa identità. Il legno, spesso compensato di betulla o essenze più pregiate in alcune edizioni, convive con componenti in alluminio e parti realizzate tramite stampa 3D. Il risultato è una fotocamera essenziale, leggera, pieghevole e relativamente economica, pensata per essere portata fuori dallo studio su un sentiero, in una città, davanti a un paesaggio o in qualunque luogo in cui il fotografo voglia fermarsi a osservare con calma.
Pur nella loro semplicità, queste fotocamere conservano, con alcune limitazioni, gli elementi fondamentali del grande formato: il soffietto, il vetro smerigliato per la messa a fuoco, i movimenti di basculaggio e decentramento, la possibilità di lavorare con negativi ampi e ricchi di dettaglio. Una Intrepid 4×5, ad esempio, permette di entrare nel linguaggio del grande formato senza il peso e il costo di molte alternative classiche.
Un altro aspetto importante della storia di Intrepid è il ritorno alla stampa.
Con gli accessori basati su tecnologia LED, l’azienda ha cercato di rendere più praticabile anche la camera oscura domestica.
Si tratta in sostanza di teste da posizionare al posto del dorso universale che in abbinamento al fissaggio della fotocamera su uno stativo trasformano le Intrepid 4×5 o 5×7 in ingranditore per grande formato. la tecnologia LED permette poi di avere la filtratura per il colore e per le carte a contrasto variabile direttamente comandabile dall’unità di controllo.
L’idea di fondo deriva dagli accessori Linhof che con analoga funzione ma con un ingombro, peso e tecnologia ben diversi popolarono i cataloghi della casa di Monaco dagli anni ’50 in poi.

Linhof Technika V montata sullo stativo e dotata di testa a condensatori; questo kit trasforma la fotocamera in ingranditore; per la Kardan Color e la Technika 5×7 era disponibile una testa a luce diffusa meno ingombrante rispetto a quella a condensatori
Veniamo ora all’esperienza di uso della Intrepid 4×5.
Rispetto alle prime versioni, i modelli attualmente prodotti da Intrepid hanno una versatilità decisamente migliore e permettono, con alcuni accorgimenti, di poter sfruttare le potenzialità legate ai movimenti di decentramento e basculaggio.
La macchina, tuttavia, non dispone di alcuna scala millimetrica, effettivamente ci vorrebbe ben poco ad applicarne un paio, e questo può determinare un errore nella messa in asse del dorso porta chassis e della piastra porta ottiche.

occorre prestare molta attenzione nella messa in opera dell’apparecchio; basta poco per perdere la perpendicolarità di dorso e piastra porta ottiche e l’assenza di scale metriche di controllo non aiuta
La questione se abbinata alla tendenza al movimento di queste due componenti durante l’uso della fotocamera, a causa del difetto di serraggio tipico dell’impiego di materiali a maggiore duttilità, determina la necessità di prestare molta attenzione prima di ogni scatto verificando se piastra e dorso siano effettivamente nella posizione voluta.
Soprattutto con i grandangoli, la rigidità del soffietto determina in fase di decentramento il rischio di spostamento delle due parti sopra citate.

non potendo decentrare il dorso, di norma sulle folding grande formato il dorso ha movimenti ridotti rispetto al banco ottico, occorre, come in questo caso, inclinare la base della fotocamera riportando poi dorso e piastra porta ottica in posizione perpendicolare alla linea del terreno; in questo caso l’uso di un 90 mm e la rigidità del soffietto non hanno consentito di arrivare alla posizione corretta indicata dai riscontri in verde; una particolare attenzione quando si usano i grandangoli, come in questo caso, o i tele è quella di non andare al difuori del cerchio di copertura dell’ottica
Aiutano nella verifica della corretta messa in opera della macchina le bolle presenti sia sul dorso porta chassis sia sulla piastra porta ottica, in entrambi i casi sia sull’asse orizzontale sia su quello verticale.
Le bolle, tuttavia, consentono a fatica di verificare spostamenti micrometrici e sono posizionate in modo, soprattutto quelle superiori, da non poter essere facilmente lette una volta che l’apparecchio è sopra il treppiede ad altezza tale da consentire una comoda visione sul vetro smerigliato.

il posizionamento del vetro smerigliato ad altezza occhio rende poco agevole l’osservazione dell bolle poste al disopra della fotocamera ma questo è un problema comune a tutti gli apparecchi che dispongono di livelle
Ci sono poi aspetti di malfunzionamento, credo più legati ad un precedente cattivo utilizzo, che ho riscontrato sulla mia Intrepid.
Mi riferisco in particolare al sistema di decentramento e basculaggio della piastra porta ottiche che prevede due serraggi coassiali per lato, soluzione pratica e intelligente che può tuttavia determinare la perdita di grip della vite di blocco del basculaggio sull’asse orizzontale.

illustrazione del funzionamento del sistema di blocco di decentramento e basculaggio: occorre sempre stare attenti a serrare prima il decentramento e poi il basculaggio il che non è sempre la procedura più idonea per la messa in fase della foctocamera

la slitta di messa a fuoco, comandabile da una manopola posizionata sotto il vetro smerigliato, ha tra attacchi filettati nei quali posizionare la piastra porta ottica a seconda della lunghezza focale dell’obiettivo
Un ulteriore miglioramento a basso costo sarebbe quello di dotare il dorso porta chassis di guarnizioni di velluto nero per evitare l’ingresso di luce parassita durante lo scatto.
La luce parassita che ho riscontrato sulla mia Intrepid genera riverberi interni che si manifestano in modi differenti a seconda delle condizioni di ripresa e sono proporzionati alla lunghezza del tempo di esposizione.
Tengo di norma gli chassis in una borsa a tenuta di luce dalla quale li estraggo solo subito prima dell’inserimento nel dorso della macchina. Escludo quindi che il difetto possa essere imputabile a situazioni differenti da quelle di ripresa.

Diga del Panperduto – Somma Lombardo (VA), per quanto impercettibili si notano nella parte superiore del fotogramma le lievi infiltrazioni di luce poi sparite negli scatti successivi dopo il posizionamento di semplici e sottili guarnizioni di velluto sul dorso della fotocamera
Il dispositivo porta ottiche è compatibile con le piastre Linhof che hanno tuttavia uno spessore inferiore a quello delle piastre Intrepid che sono realizzate in materiale plastico. Questo determina un leggero gioco pur mantenendo una perfetta tenuta di luce.
Per il resto la Intrepid fa il suo lavoro con un buono rapporto qualità prezzo penalizzato purtroppo quest’ultimo dai dazi doganali di importazione dall’Inghilterra che ne aumentano sensibilmente il costo rispetto a quanto esposto sul sito della casa di Brighton.
Molto interessante il parco accessori.
A parte le teste per stampa alle quali ho fatto cenno prima, è stato recentemente presentato il nuovo dorso Super 120 per pellicola in rullo che consente la gestione multiformato dal 6×4,5 al 6×12 con possibilità di passaggio da un formato all’altro anche durante l’utilizzo di un singolo rullo.
Il dorso viene venduto in kit di montaggio con istruzioni dettagliate e video tutorial sul sito Intrepid per effettuare correttamente tutte le operazioni di assemblaggio un po’ in stile Ikea.
Realizzato con stampa 3D delle singole parti, rappresenta una soluzione pratica ed è decisamente più compatto e leggero ed economico dell’omologo Sinar Zoom non più in produzione.

Dorso Intrepid Super 120 montato sulla fotocamera – notare la griglia per il cambio formato
Il costo di questo accessorio che ha tempi di produzione di quattro – sei settimane e tempi di spedizione che nel mio caso sono stati di oltre tre settimane, tempi dichiarati da Intrepid in fase di acquisto, supera i trecento euro oneri di importazione inclusi.
Sto ancora testando il Super 120 e al momento non sono in grado di esprimere un giudizio sul suo utilizzo pratico. Ho solo riscontrato qualche difficoltà a montarlo sul dorso della fotocamera e la questione è indipendente dall’aggiunta delle guarnizioni in velluto.
Nessun problema invece per l’utilizzo del Lomograflock di Lomography per pellicole Fuji Instax Wide che calza alla perfezione.
In conclusione, sono nel complesso soddisfatto dall’esperienza di utilizzo di questa fotocamera.
Con un peso solo corpo di poco più di un chilo e la possibilità di essere richiusa per il trasporto occupando uno spazio limitato, la Intrepid risponde appieno alle caratteristiche illustrate nel sito della casa inglese in primis la possibilità di poter essere portata ovunque senza dover necessariamente trasportare una borsa o uno zaino ingombrante e pesante.

tutto il corredo Intrepid 4×5, fotocamera, due ottiche, paraluce, filtri, loupe per la messa a fuoco, esposimetro, panno e 6 chassis 4×5 vengono alloggiati nello zainetto in foto le cui dimensioni sono in proporzione sono verificabili con la Minox 35 a destra nell’immagine; completa il quadro un treppiede in carbonio del peso di circa 2,5 kg.
La compatibilità con le piastre Linhof fa si che chi già disponga di qualche ottica su piastra 4×5 della casa di Monaco possa pienamente sfruttare il corredo senza limitazioni di sorta.
Diversamente sul sito di Intrepid si trova una guida alla scelta degli obiettivi con disponibilità per l’acquisto anche di lenti entry level di buona qualità.
In generale sul sito è disponibile un buon numero di video tutorial sull’utilizzo di macchina ed accessori molto utili a mio avviso per potersi fare un ideo delle potenzialità del corredo.
Da ultimo il costo: la 4×5 viene proposta a seconda delle versioni ad un prezzo di poco superiore ai quattrocento euro che arrivano orientativamente a circa cinquecento cinquanta euro con spese di spedizione e oneri di sdoganamento.
Il sito fornisce anche indicazioni molto precise ed aggiornate sui tempi di produzione e spedizione.
Progettare scatti in grande formato: un possibile approccio
Come scrivevo in apertura, per evitare la cocente delusione, dopo aver visto i primi risultati di un’uscita con il grande formato, occorre valutare compiutamente le potenzialità di un corredo di questo tipo rispetto, ad esempio, a quelle di un corredo medio formato.
Diviene quindi quanto mai fondamentale la fase di progettazione degli scatti che vogliamo realizzare.
Di seguito alcuni suggerimenti sull’approccio basati sulla mia esperienza.
Il primo è di evitare di scattare in situazioni nelle quali utilizzereste un altro apparecchio, magari a mano libera per lo stesso tipo di soggetto.
Una folding grande formato richiede necessariamente l’utilizzo di un treppiede e di conseguenza può essere utilizzata seguendo una tecnica di scatto diversa da quella che useremmo con un normale apparecchio a mano libera.
Se vi piace il paesaggio urbano, ad esempio, potrete impostare i movimenti della folding, in particolare i decentramenti in modo da mantenere un pieno rigore nelle prospettive. Una folding come la Intrepid vi consente infatti di mantenere una posizione del corpo in bolla perfetta cercando poi l’inquadratura attraverso i movimenti, verticali e orizzontali, della piastra porta ottica.
Inoltre, l’appoggio stabile del corpo macchina vi permette di impostare tempi lenti di scatto, anche attraverso l’uso di filtri ND, in modo da creare interessanti effetti rispetto ai soggetti in movimento.
Avrete inoltre sempre un pieno controllo dei piani di fuoco attraverso l’immagine sul vetro smerigliato.
Ci vuole un po’ di allenamento nell’osservare l’immagine capovolta e non è escluso che anche dopo un uso frequente non vi troviate sul negativo parti del soggetto che non avreste voluto riprendere.

Diga del Panperduto, Somma Lombardo (VA) Schneider Symmar 150 mm 5,6 filtro arancio, Fomapan 100 sviluppata con Rollei Supergrain – macchina posizionata sulla terrazza, ottica decentrata verso il basso e taaaccc, un pezzo di ringhiera in foto!
Questo soprattutto ai bordi dove è sempre possibile una caduta di luminosità soprattutto se usate ottiche grandangolari.
Vi propongo quindi alcuni scatti con un breve commento e vi auguro buon divertimento se utilizzate o volete iniziare ad utilizzare una folding grande formato.
Max Terzi

Milano, Stadio Meazza – Intrepid Camera 4×5, Nikkor SW 90 mm 4,5 filtro arancio, Fomapan 100 sviluppata con Rollei Supergrain

Lago Delio (VA) – Intrepid Camera 4×5, Schneider Symmar 150 mm 5,6 Fomapan 100 sviluppata con Rollei Supergrain – la possibilità di usare tempi di esposizione lunghi, in questo caso di un secondo, può far si che i soggetti umani in movimento risultino mossi; questo è una delle caratteristiche che cerco di realizzare nei miei scatti in grande formato

Milano, Stadio Meazza – Intrepid Camera 4×5, Schneider Symmar 150 mm 5,6 filtro arancio, Fomapan 100 sviluppata con Rollei Supergrain; anche in questo caso le persone sono mosse

Varigotti (SV) Intrepid Camera 4×5, Schneider Symmar 150 mm 5,6 Schneider Symmar 150 mm 5,6 filtro arancio, Fomapan 100 sviluppata con Rollei Supergrain
Due brevi note su pellicola e sviluppo: la Fomapan 100 che utilizzo spesso anche in formato 35 mm è una pellicola interessante ed economica. Il formato 4×5, a differenza del 35 mm, ha uno strato di anti halo verde che è preferibile rimuovere prima dello sviluppo attraverso un pre bagno a 20° di un paio di minuti. Se sviluppate come faccio io con Jobo in rotazione continua, uso una tank del sistema 2500 con spirale per sei fogli 4×5, meglio fare un risciacquo intermedio tra sviluppo e fissaggio. Entrambe queste azioni favoriscono l’uniformità di sviluppo

Milano, Stadio Meazza – Intrepid Camera 4×5, Nikkor SW 90 mm 4,5 filtro arancio, Fomapan 100 sviluppata con Rollei Supergrain; in questo caso il decentramento verticale dell’ottica ha portato ad un inusuale prospettiva
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