Il libro sul Gran Sasso di Giulio Speranza

Ciao Max, confermato il nostro prossimo appuntamento?
Si Giulio, ci sarò senz’altro.
Sai oggi ero a Campo Imperatore con la Leonardo 8×10.
Che meraviglia Giulio, pensa io invece ho fatto una trentina di chilometri in bici sulla ciclabile Adriatica con una Olympus XA.

Praticamente uguale.

Questo recente scambio di messaggi, prepara una giornata con Giulio Speranza che desideravo fare da tempo e che grazie alla disponibilità di Giulio, si realizzerà a breve.

Tempo permettendo.

 

 

E già, andiamo sul Gran Sasso una montagna strana per un milanese abituato al paesaggio prealpino e alpino, una montagna dove la repentina variabilità meteorologica è un fattore con il quale si è sempre costretti a fare i conti.

La variabilità delle condizioni meteo, dico io, è un fenomeno presente ad esempio anche nell’arco alpino.

Qui sul Gran Sasso però parlerei più di bizzosità assoluta, frutto forse della vicinanza al mare e del fatto che questa montagna, è piantata lì, con i sui tremila metri, in mezzo ad altri monti considerevolmente più bassi.

Ora è chiaro che il racconto dell’esperienza di una camminata sul Gran Sasso potrebbe non dire nulla di nuovo a montanari rodati: c’è vento, spesso talmente forte da farti venire le vertigini, il tempo, come dicevo, può variare così in fretta da farti perdere l’orientamento. Quanti dunque potrebbero raccontare di luoghi simili sparsi sui monti italiani e non.

 

 

Ma qui sul Gran Sasso nelle giornate limpide si vedono sia il mare Adriatico sia il mar Tirreno o ad esempio dalla Sella di Monte Aquila, grossomodo a duemila quattrocento metri, si gode la vista dell’alba mozzafiato sull’Adriatico con accanto il Corno Grande che svolge lì, vicino a te, il ruolo di cerimoniere di tanta meraviglia.

E questo, credetemi, senza voler nulla togliere ai monti del nord tra i quali sono cresciuto, è ancora oggi per me motivo di grande stupore.

Ho la fortuna di avere una parte acquisita della mia famiglia di origine Aquilana. Il che negli ultimi trent’anni mi ha portato spesso su questa montagna e ammetto che quanto dirò in seguito sul lavoro di Giulio sia anche frutto del grande affetto che ho per questi luoghi.

 

 

Nulla toglie però all’interessante approccio utilizzato dall’autore, approccio del quale vi parlerò a breve.

Intanto, sempre sul piano del sentimento, ecco la prima strofa di una canzone, in dialetto Aquilano, dedicata al Gran Sasso che così recita:

So’ sajitu aju Gran Sassu,
so’ remastu ammutulitu…
me parea che passu passu
se sajesse a j’infinitu!

Chi dei lettori voglia leggere tutto il testo o meglio ascoltarla, riuscirà facilmente a trovarla in rete digitandone le prime parole.

Ho conosciuto Giulio proprio seguendo i post delle sue ascensioni, quando, con zaino in spalla farcito di una varietà di fotocamere grande formato pellicole e ottiche, percorreva itinerari in ogni stagione, sfidando spesso condizioni meteo proibitive.

Mi rimase impressa la volta nella quale raccontava di aver dovuto picchettare nel ghiaccio il cavalletto che reggeva la sua Linhof Technikardan perché il vento a Campo Imperatore era talmente forte da far oscillare anche un corredo così ben piazzato, impedendo di realizare pose di lunga durata.

 

 

Necessarie in quel caso per disegnare il movimento delle nuvole.

Ma perché sfidare le intemperie in una continua via crucis quando uno può ormai fare le foto con un telefono?

A tutti gli appassionati di grande formato sarà stata rivolta la domanda su quale sia il gusto di portarsi chili e chili di roba sulle spalle.

A me è stata rivolta più volte e spesso in famiglia quando riempio lo zaino vengo guardato con aria di grande compatimento.

E qui viene il bello di questo racconto tutto contenuto nel libro di Giulio sul Gran Sasso.

Anche per un incallito amante del ferro come me, quanto racconta Giulio rappresenta il senso: la fotografia è un mezzo per raccontare, la tecnica e l’attrezzatura sono strumenti al servizio del racconto.

 

 

Il concetto non è nulla di nuovo: insisto sempre, soprattutto verso chi si avvicina o si riavvicina all’analogico, di iniziare sviluppando un proprio progetto evitando di scattare a caso immagini, anche interessanti, salvo poi scoprire che sarebbero costate meno denaro e fatica se realizzate in digitale.

In questo libro il concetto è sviluppato in modo eccellente e con un livello di cura dei particolari di grande rilievo.

Gustate per il momento gli scatti che accompagnano queste righe.

Dell’esperienza a fianco dell’autore vi parlerò tra non molto.

Massimiliano Terzi
maxterzi64@gmail.com

Altre notizie sull’autore sul sito di Giulio Speranza

 

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